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CONCETTO POZZATI AL MAR DI RAVENNA

Il Museo d’Arte della città di Ravenna dal 2 luglio al 19 settembre 2010 dedica una personale a Concetto Pozzati (Vò di Padova, 1935) uno dei massimi protagonisti dell’arte italiana degli ultimi cinquant’anni. In mostra il ciclo di opere più recenti dell’artista “pop” italiano, dedicate allo scorrere del tempo, o meglio, all’appropriazione del tempo per capire il passato: non voglio essere sincronizzato; non voglio essere schiavo delle lancette (le dipingo per obliterarle). Esiste una dittatura dell’orologio che caratterizza la mia esistenza. L’esistenza del tempo è la sua problematica ‘è una componente costitutiva dell’esistenza (Heiddegger)’. Concetto Pozzati. Pozzati è stato da sempre un investigatore del linguaggio della pittura, una pittura energetica, sedimentata e acuta, come ha dimostrato nei diversi e molteplici cicli della sua lunga vicenda creativa: una storia pittorica tra le più significative di questo ultimo cinquantennio. Protagonista nei secondi anni cinquanta della “nouvelle figuration” Pozzati diviene poi uno dei maggiori rappresentanti della “pop art” italiana. Dagli anni sessanta in poi il suo linguaggio, fatto di continue commistioni, contaminazioni di incroci culturali, di memorie, diviene sempre più individuale e riconoscibile attraverso la pittura “assolutamente irrinunciabile” anche nel periodo della sperimentazione e nella elaborazione dei materili più disparati. Il catalogo con l’intervento critico di Claudio Spadoni e una breve nota dell’autore è pubblicato da Maretti Editore di San Marino. “Il lavoro di Pozzati – dichiara Claudio Spadoni – è sempre stato carico di tempo. Un tempo mai immemore ed anzi ostentatamente intriso di memorie, di citazioni dichiarate, di figure di una storia innanzi tutto personale, talora familiare, comunque inscritte in un patrimonio genetico che le ha rese inconfondibili. Nessun ripiegamento intimistico, ma la chiara consapevolezza che la pittura contiene anche il suo passato, la sua storia, proprio mentre si confronta, com’è inevitabile, col proprio tempo. Ma il tempo della pittura non può che essere altro. Concetto Pozzati, veneto di nascita, ma bolognese d’adozione ha iniziato il suo percorso artistico nel 1955, neo diplomato all’Istituto d’Arte di Bologna, a Parigi nell’atelier di Sepo (lo zio Severo Pozzati). Dal ’56 alla fine degli anni ’60 insegna grafica pubblicitaria. Al ritorno sotto le due torri nel 1960 fonda una Scuola d’Arte pubblicitaria dedicata al padre Mario Pozzati. Dalla fine degli anni ’60 inizia il suo lungo percorso di insegnante, non ancora concluso, all’Accademia di Belle Arti di Urbino, dove sarà anche direttore fino al ’73. Insegna anche alle Accademie di Firenze e Venezia, quest’ultima cattedra poi ceduta all’amico Vedova per diventare ordinario di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. È accademico di San Luca. Pur non essendo un politico, dal 1993 al ’96 ha ricoperto l’incarico di Assessore alla Cultura del Comune di Bologna attuando la trasformazione della Galleria d’Arte Moderna e della Cineteca in Istituzioni. Nel 2005 gli viene conferito il Sigillum Magnum dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna. Scrive su numerose riviste specializzate interessandosi ai problemi della critica e teoria dell’arte viste dalla parte del pittore. Ha tenuto personali nelle principali città italiane e all’estero, tra le quali la Biennale di Tokio  e di San Paolo del Brasile, Dokumenta di Kassel, alla Biennale di Parigi, a Palazzo Grassi di Venezia, Palazzo delle Esposizioni di Roma,  alle Quadriennali di Roma e a cinque Biennali di Venezia. Concetto Pozzati “Tempo sospeso”. Curatore: Claudio Spadoni. Sede: Museo d’Arte della città di Ravenna. Enti organizzatori: Comune di Ravenna - Assessorato alla Cultura, Museo d’Arte della città – Fondazione Concetto Pozzati. Dal 2 luglio al 19 settembre. Catalogo: Christian Maretti Editore. Orari: martedì, giovedì e venerdì: 9.00-13.30 / 15.00-18.00; mercoledì e sabato: 9.00-13.30; domenica 15.00-18.00; lunedì: chiuso. Ingresso libero.

 

A RAVENNA TONINO GUERRA

Dal 27 giugno al 25 luglio2010 il Museo d’Arte della città di Ravenna ospiterà la mostra: Tonino Guerra. Poeta, pittore a cura di Bertrand Marret come omaggio della Città di Ravenna  per i novant’anni del Maestro. Guerra, infatti, ha già ricevuto il il riconoscimento a cittadino onorario di Ravenna per il suo operato per la sua genialità per la sua poesia. La mostra propone un incontro con la pittura e i disegni del poeta Tonino Guerra, nell’intento di rivelare la somiglianza testuale tra pagina scritta e pagina disegnata – l’una e l’altra oggettivamente scrittura – e il “gioco” sottile che si crea tra grafismo pittorico e scrittura poetica. Tonino Guerra si esprime con la stessa vena poetica usando il tratto o le parole: Quando ero giovane ho cominciato a realizzare dei piccoli acquarelli, si trattava di cose molto semplici. Poi c’è stata la prigionia e la parola ha preso il sopravvento. Credo che quello di essere un poeta sia il mio desiderio maggiore. E in tutto quello che faccio c’è sempre la poesia alle spalle. Disegni in favola o haiku figurativi, la sua poesia grafica è essenzialmente lineare: un tratto succinto, un disegno vivo, conciso, rapido, senza pentimenti, senza tratteggio, che rimanda all’arte calligrafica. Tonino Guerra si riallaccia da una parte alla grande tradizione del poeta e dello scrittore disegnatore che illustra le sue opere, a cominciare dall’Ottocento fino ad oggi, e dall’altra a quella, non meno prestigiosa, del libro illustrato e la stampa d’arte: MEA, realizzato a San Pietroburgo, con testo in russo e tecniche miste di T. Guerra. Una selezione di circa cinquanta opere eseguite con tecniche diverse: dipinti su tela o affresco, pastelli, acquerelli, collages, disegni ad inchiostro, che danno la forma al suo immaginario poetico e infine, come omaggio a Ravenna, capitale d’arte musiva, un mosaico: Il cavallo rosso realizzato su un cartone di T. Guerra dallo Studio Emme Di di Ravenna. L’8 luglio Ravenna Festival rende omaggio a Tonino Guerra con lo spettacolo Il Miele nella cura di Ljubimov, altro genio del teatro russo che a 93 anni dirige il teatro Taganka. Inoltre sarà allestita una piccola mostra degli oggetti per la tavola alla CA' DE VE', uno dei luoghi più suggestivi della convivialità ravennate,  ideati dallo stesso Guerra e realizzati dalla ceramista Carla Lega di Faenza. Tonino Guerra, poeta, pittore. Curatore: Bertrand Marret. Museo d’Arte della città di Ravenna. Enti organizzatori: Comune di Ravenna - Assessorato alla Cultura, Museo d’Arte della città, Associazione Culturale Tonino Guerra, Pennabilli. Periodo dal  26 giugno al 25 luglio 2010. Orari: martedì, giovedì e venerdì: 9.00-13.30 / 15.00-18.00; domenica 15.00-18.00; lunedì: chiuso. Ingresso libero.

 

 

A SAINT-ÉTIENNE MÉTROPOLE OMAR GALLIANI

Dal 15 maggio al 22 agosto, al Musée d’art moderne di Saint-Étienne (Francia), si terrà la personale di Omar Galliani (Montecchio Emilia, 1954). Nello spazio del Cabinet du dessin et art Graphique, 70 disegni ripercorrono la carriera grafica di uno dei maggiori artisti italiani contemporanei. La personale, organizzata in collaborazione con Solares Fondazione delle Arti, rientra nel progetto espositivo del museo francese che, dal 2004, ha inaugurato una serie di esposizioni interamente dedicate al disegno, presentando il lavoro di artisti, la cui cifra espressiva più caratteristica risiede in altre espressioni tecniche, come la scultura (Richard Nonas) o la pittura (Arnulf Rainer). In questo modo, si vuole riabilitare il valore del disegno all’interno dello sviluppo dell’arte contemporanea, promuovendo, al tempo stesso, una nuova discussione e una nuova interpretazione di questo mezzo. Gli artisti scelti, infatti, siano essi maestri ormai riconosciuti a livello mondiale, sia giovani esponenti che si caratterizzano per una narrativa spontanea, dimostrano come il disegno sia ancora fondamentale per la loro produzione. Infatti, è attraverso il disegno, la linea pura, che passa il concetto che porterà all’esecuzione dell’opera, all’oggettivazione dell’idea. Per questo motivo, il museo francese ha scelto di presentare il lavoro di Omar Galliani. Per l’artista emiliano, infatti, il disegno è stato uno dei principali strumenti d’esplorazione, vissuto nel solco della tradizione rinascimentale, ma allo stesso tempo aperto e sensibile alle dinamiche delle più avanzate indagini artistiche contemporanee. L’esposizione, curata da Lóránd Hegyi, direttore del museo di Saint-Étienne, privilegerà opere di piccole e medie dimensioni, oltre a 4 grandi carte e a 7 tavole di 2 metri di dimensione, appartenenti al ciclo esposto al chiostro di Santa Apollonia a Venezia. Le opere sono legate tra loro da una profonda visione di ricerca nel labirinto delle metafore culturali. Tra le sue carte, Galliani non riflette la contemporaneità, quanto segue una poetica artistica che va dal post-Romanticismo fino ai nostri giorni. Galliani vive una latente relazione con le suggestioni di Alfred Kubin, con quelle dei Simbolisti tedeschi e belgi (Ensor, Von Stuck), nonché si sente partecipe di quell’eredità dell’oscurità che vede in Böcklin e in De Chirico due dei suoi esponenti più accreditati, senza rinunciare all'approdo alla più stretta contemporaneità seguendo gli esempi di Gino de Dominicis e Robert Longo. Galliani usa il disegno come un’immaginaria mappa del mondo e lavora molto con le influenze che gli provengono da culture extraeuropee, in particolar modo, con quella indiana e orientale, raccolte nel corso degli anni e nelle sue numerose peregrinazioni tra oriente e occidente, dal Messico all’Africa, alla Cina. L’artista emiliano è reduce da un ciclo di mostre internazionali che lo hanno visto protagonista in prestigiosi spazi pubblici e privati come i musei d’arte contemporanea di Pechino, Tokyo, Buenos Aires, Shanghai, Kyoto, San Paolo, Città del Messico, Miami, Los Angeles. Accompagna la mostra un catalogo Silvana Editoriale. Nato nel 1954 a Montecchio Emilia, dove vive, Omar Galliani ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Agli inizi degli anni Ottanta è stato esponente di spicco del gruppo degli Anacronisti e del Magico Primario. Ha partecipato a tre edizioni della Biennale di Venezia e in quella del 1984 ha avuto una sala personale nella sezione “Arte allo specchio”. Sempre negli anni Ottanta ha partecipato alla Biennale di San Paolo del Brasile e alla XII Biennale di Parigi. Ha esposto nei Musei d’Arte Moderna di Tokyo, Kyoto, Nagasaki, Hiroshima, alla Hayward Gallery di Londra, a due edizioni della Quadriennale di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, in quelle di Francoforte e Berlino. Negli anni Novanta il suo lavoro è stato esposto allo Scottsdale Center for the Arts dell’Arizona, alla Marian Locks di Philadelphia e alla Arnold Herstand Gallery di New York. L’artista ha inoltre presentato Feminine Countenances alla New York University e nel 2000 Aurea al Museum of the Central Academy of Fine Arts di Pechino. Ha poi esposto presso il Palazzo delle Stelline a Milano, alla Galleria Civica di Modena, al Museo d’Arte Moderna di Budapest, al Palacio Foz di Lisbona, al PAC di Milano. Nel 2003 è stato invitato alla Biennale di Praga e alla prima edizione di quella di Pechino, dove ha vinto il primo premio con tre grandi opere del ciclo Nuove anatomie. Nel 2005, all’Archivio di Stato di Torino nell’ambito della mostra Grande Disegno Italiano, un suo disegno (5 x 6,3 metri), grafite su pioppo, è stato messo a confronto con il volto dell’angelo di Leonardo, preparatorio della Vergine delle rocce, esposto alla Biblioteca Reale. A Palazzo Magnani di Reggio Emilia ha presentato la personale Nuove anatomie. Sempre nel 2005 il Museo d’Arte Contemporanea di Guadalajara (Messico) ha inaugurato una sua personale dal titolo Nuovi fiori nuovi santi e lo Spazio Mazzotta di Milano ha presentato La figlia era nuda. Dal 2006 una sua personale dal titolo Disegno Italiano ha girato in Cina i più importanti Musei d’Arte Moderna e Contemporanea, da Shangai, Chengdu, Jinan, Xian, Wuhan, Hangzhou, Ningbo, a Nanchino, Dalian, Tientsin, Capital Museum di Pechino, e ha concluso il tour alla fine del 2008 a Honk Kong nella prestigiosa galleria d’arte Schoeni Art Gallery. Sempre nel 2006 l’Università e il Museo di Caracas hanno ospitato una sua personale dal titolo Disegnarsi, che nell’aprile 2007 è stata portata al Museo Hassan di Rabat. Il Grande Disegno Italiano, la grande opera esposta a Torino nel 2005, è stata poi presentata al Palazzo della Permanente di Milano nell’ambito della mostra La bellezza nel 2006, quindi a Verona, Palazzo della Ragione, all’interno dell’esposizione Il settimo splendore. Nel giugno 2007 si inaugura la mostra Tra Oriente e Occidente. Omar Galliani e il Grande Disegno Italiano in Cina presso la sede della Fondazione Querini Stampalia, inserita tra gli eventi collaterali della 52a Biennale di Venezia. L’evento, realizzato con il patrocinio dell’Ambasciata Cinese in Italia, in collaborazione con il Ministero Italiano per gli Affari Esteri e il governo della Repubblica Popolare di Cina, vedrà la presenza dell’Associazione degli Artisti Cinesi e la collaborazione dei musei di Shanghai, Ningbo, Dalian, Xian, Hanghzou, Jinan, Chengdu e Wuhan. Nel mese di Aprile 2009 Christian Mermoud  inaugura una sua personale alla galleria  " Angle Art-Led Attitude & Design" a Saint Paul de Vance, il 31 di luglio si inaugura sempre a Saint Paul de Vance un nuovo spazio "Angle Art e Design" , all'interno e in permanenza si apre "Space Galliani" che raccoglie in permanenza sue opere . La galleria "k 35" di Mosca apre una sua personale da Maggio a Luglio con un nuovo ciclo di opere. La Fondazione Michetti di Francavilla al Mare gli dedica una grande retrospettiva ,catalogo Allemandi. Nel Maggio e per tutta l'estate ,la galleria "Shangheie" di Shanghai allestisce una sua personale " Lontano da Xian". Sempre in quelle date a Vienna l'istituto Italiano di Cultura ospita nei propri spazi una sua personale; a Lucca a Villa Bottini e nel Museo Archeologico di Palazzo Guinigi presenta "Dalle Stanze dei Miei Disegni”. Nel 2009 è anche Venezia nella collettiva Dètournemen” nell’antico Ospizio di San Lorenzo – evento collaterale alla 53° Biennale - e Andy Warhol-Omar Galliani, ospitata nel Chiostro di Santa Apollonia. In ottobre la Galleria Dep Art gli dedica un ampio omaggio retrospettivo. All’Istituto italiano di Cultura di Bogotà (Colombia) si è tenuta una sua personale dal titolo 21 Dibuyos por una noche in Bogota. Il 2010 si è aperto con una mostra al Museo Borges di Buenos Aires che verrà poi ospitata da altri 4 musei argentini e, nel 2011, da istituzioni brasiliane. Omar Galliani. Saint-Étienne Métropole (Francia), Musée d'Art Moderne (Rue Fernand Léger - 42270 Saint-Priest-en-Jarez). Dal 15 maggio al 22 agosto 2010. Orari: dal mercoledì al lunedì, dalle 10.00 alle 18.00. Martedì chiuso. Ingresso: intero Euro 5; ridotto 4 Euro. Per informazioni: tel. 0033.(0)4.77795252. Sito internet: www.mam-st-etienne.fr

 

MICHAEL KENNA A REGGIO EMILIA

La grande fotografia torna protagonista a Palazzo Magnani, il bellissimo spazio espositivo di Reggio Emilia che ha già ospitato nei suo 13 anni di attività, i più importanti fotografi e fotoreporter del mondo, da André Kertész a Eugene Smith, da  Luigi Ghirri a Arnold Newman, da Edward Curtis a James Nachtwey, da Werner Bischof a Edward Steichen. Dall’8 maggio al 18 luglio 2010, saranno le immagini di Michael Kenna, uno dei maestri internazionali della fotografia di paesaggio, ad arricchire le stanze dello storico palazzo reggiano con la mostra Immagini del settimo giorno. In occasione della quinta edizione di Fotografia Europea, l’esposizione, promossa dalla Provincia di Reggio Emilia, con il contributo di Fondazione Manodori, CCPL, BFMR Dottori Commercialisti, Studio Legale Sutich-Barbieri-Sutich di Reggio Emilia, Montana, Assicurazioni Generali, curata da Sandro Parmiggiani, presenta 290 fotografie in bianco e nero del maestro inglese, ma americano d’adozione, in grado di ripercorrere tutto il suo iter creativo. Tra queste, 200 costituiscono il vero e proprio percorso antologico, 35 documentano lo sguardo sul territorio reggiano, frutto di ricognizioni sul campo compiute negli ultimi tre anni, 35 si misurano con il perenne fascino di Venezia e 20 ripropongono uno dei cicli storici di Kenna, quello sui campi di concentramento e di sterminio nazisti. Come sottolinea Sandro Parmiggiani: “da quando conosco il lavoro di Michael, vi ho sempre immediatamente colto, e amato, una sorta di respiro lento e profondo del mondo, come se il silenzio fosse finalmente sceso sulla terra - da qui il titolo della mostra Immagini del settimo giorno: come ci dice il libro della Genesi, Dio, completata la creazione del mondo, si riposa - , e ciò che noi sbrigativamente e con scarsa consapevolezza chiamiamo paesaggio a noi si offrisse nel suo incanto segreto, e nella sua essenza più vera. Non ci sono persone, nelle fotografie di Kenna, né tantomeno volti e corpi che sviino la nostra attenzione dalle pure linee, dalle nitide geometrie, dai contrasti, alternativamente duri o soffusi, tra luce e ombra, tra il biancore assoluto di una neve che tutto ammanta e la drammatica cupezza di rocce, di isole, di spiagge, di livide distese d’acqua”. La mostra prende il via dalle immagini scattate da Michael Kenna nella natia Inghilterra negli anni Settanta e Ottanta, nelle quali si sofferma sui paesaggi urbani e su quelli di campagna, che posseggono già alcuni caratteri che impregneranno il suo successivo modo di fotografare: un’atmosfera di nebbie e di fumi, catturati in quell’indefinibile momento del crepuscolo o dell’alba. La linea dell’orizzonte è sempre lontana, con la terra disseminata di segni (alberi, pali, lampioni, giunchi che emergono da uno stagno, un’altalena solitaria, delle sedie ripiegate) che si protendono come simboli, e che misurano la profondità del campo visivo. Nei paesaggi urbani sono le strade lastricate, il nero profilo degli edifici sullo sfondo o quello bianco di un corrimano lungo un’erta salita, a guidare con forza magnetica l’occhio che s’inoltra nelle profondità dello spazio. Le cupe silhouette di un impianto industriale nel Michigan e le inquietanti forme conico-trapezoidali della centrale elettrica di Ratcliffe nel Nottinghamshire, che Michael affronta negli anni Novanta, sono i prodromi delle sue indagini sulle metropoli (New York, Shanghai, Hong Kong, Dubai, Rio de Janeiro) o sui ponti che a Parigi, a Praga, a New York uniscono le due rive dei fiumi che le attraversano. Altre volte, è quel che resta di perdute civiltà lontane, o di creazioni a noi più vicine nel tempo, ad affascinarlo – le piramidi egizie e maya, le statue dell’Isola di Pasqua, i mulini a vento contro cui combatté Don Chisciotte nella sua Mancia, il profilo del monastero di Mont-Saint-Michel, le statue abbandonate a se stesse nei giardini di Francia, il carro di Apollo a Versailles, colto mentre sembra uscire dalle acque, le sinistre rovine del Désert de Retz, le costruzioni solitarie di San Pietroburgo –, a evocare brandelli di memorie lontane. A questo proposito, non è si può dimenticare il ciclo de L’impossibile oblio – alcune di queste immagini vengono ora riproposte nella mostra –, che Kenna ha sentito il dovere di realizzare, recandosi nel corso degli anni Novanta sui luoghi dei campi di concentramento e di sterminio nazisti: personale testimonianza, memento di un uomo che sa quanto preziosa e necessaria sia la trasmissione della memoria. Questa sorta di respiro cosmico che fa vivere il mondo, che caratterizza tutte le immagini di Kenna, può essere soprattutto colto nelle fotografie scattate negli spazi aperti: sovente un mare di pece e un cielo di tempesta si contendono la scena, con la linea dell’orizzonte che a malapena riesce a dividere e distinguere le due insondabili profondità. Oppure, Kenna scruta la terra – le pianure, le colline, le montagne, i laghi, gli stagni, i fiumi e i canali – e si sofferma su isolate macchie di arbusti o di alberi, sugli steccati o sulle dune desertiche all’orizzonte, sui pali che emergono dall’acqua, sui riflessi che duplicano e capovolgono il reale, dentro un alone luminoso, che il lavoro in camera oscura accentua e esalta, che ci ricorda tanta grande pittura misuratasi con l’incanto della luce. Dal 2006 – anno in cui è nato il progetto di questa mostra – ad oggi, Michael Kenna è venuto tre volte a Reggio Emilia per scattare immagini del territorio; nell’occasione di questi soggiorni, si è sempre recato a Venezia. Gli esiti di queste ricognizioni approdano ora a Palazzo Magnani, in due sezioni speciali della mostra che arricchiscono la vera e propria esposizione antologica. Accompagna la mostra un catalogo Skira, bilingue (italiano/inglese), con testi di Pierre Bonhomme, Ferdinando Scianna, Sandro Parmiggiani. Michael Kenna nasce a Widnes, Lancashire (Inghilterra) nel 1953. Dopo avere a lungo sognato di dedicarsi alla pittura, studia fotografia al London College of Printing. Nel 1975 la mostra “The Land”, a cura di Bill Brandt, al Victoria and Albert Museum di Londra gli rivela le straordinarie possibilità della fotografia artistica; oltre a Brandt, Kenna riconosce di avere guardato con interesse a Atget, Emerson, Sudek, Bernhard, Callahan, Sheeler, Stieglitz. Alla fine degli anni Settanta, Michael si trasferisce negli Stati Uniti, e va a vivere a San Francisco – in seguito, abiterà prima a Portland e poi a Seattle, dove attualmente risiede. A San Francisco incontra Ruth Bernhard (1905-2006), sensibile fotografa di nudi e di nature morte, della quale diventa assistente, aiutandola nella stampa delle sue immagini e maturando una grande esperienza in camera oscura, che nitidamente si rivelerà nel tempo in tutto il lavoro di Kenna. Pressoché dagli esordi, Michael sceglie il paesaggio come tema elettivo delle sue fotografie, avviando una infaticabile ricognizione sugli infiniti volti segreti del pianeta, e arrivandone a toccare tutti i continenti; gli esiti di questi viaggi e soggiorni, determinati da commissioni o da scelte personali, vengono documentati in alcune monografie specifiche e nei cataloghi delle mostre a lui dedicate. Tra le tante esposizioni che si sono tenute in spazi pubblici e in gallerie private, ricordiamo quelle in vari musei francesi, statunitensi, giapponesi – ultima quella alla Bibliothèque Nationale de France di Parigi nel 2009. Tra i suoi cicli ci piace ricordare “L’impossibile oblio”, sui campi di concentramento e di sterminio nazisti, esposto anche a Palazzo Magnani nel 2002, come sezione della mostra “Memoria dei campi”. Michael Kenna. Immagini del settimo giorno. Reggio Emilia, Palazzo Magnani (Corso Garibaldi 29). 8 maggio – 18 luglio 2010. Orari: 10.00 - 13.00, 15.30 - 19.00, chiuso il lunedì. Biglietto: intero 7 euro: ridotto 4 euro; studenti 2 euro, convenzione con Fotografia Europea 2010: presentando il biglietto di Fotografia Europea 2010 si avrà diritto all'ingresso ridotto.

 

A FIRENZE AS SOON AS POSSIBLE

A Firenze, dal 14 maggio al 18 luglio 2010, al CCCS - Centro di Cultura Contemporanea Strozzina - Fondazione Palazzo Strozzi è in programma la mostra AS SOON AS POSSIBLE. L’accelerazione nella società contemporanea. L’esposizione, nata da un progetto del CCCS, diretto da Franziska Nori, affronterà la tematica del tempo all’interno della cosiddetta “high speed society”, il modello di vita caratterizzato dalla rapidità di comunicazione e produzione dettata dalle possibilità delle nuove tecnologie, attraverso il lavoro di 10 artisti internazionali: Tamy Ben-Tor, Marnix de Nijs, Mark Formanek, Marzia Migliora, Julius Popp, Reynold Reynolds, Jens Risch, Michael Sailstorfer, Arcangelo Sassolino, Fiete Stolte. Il tempo è il paradigma di riferimento della società contemporanea, il cui ritmo vitale è scandito dalla pretesa di una costante crescita di produttività e da orari di lavoro sempre più lunghi. L’ambizione di rendere ogni cosa più efficiente e una continua iper-attività influenzano tutti i settori della vita e non si fermano nemmeno davanti alla sfera privata, sviluppando fenomeni come lo speed dating (per la sfera emotiva), il power nap (per la rigenerazione fisica), il quality time (da dedicare alla famiglia) o il fast food (come forma di nutrizione). La volontà di controllare e ottimizzare ogni attività della propria vita si scontra con la sensazione di una ricorrente mancanza di tempo, il quale diviene quindi bene primario di ciascuno. Una iper-velocità dettata dagli sviluppi della tecnologia, che ha portato alla straordinaria mobilità delle persone a livello globale, all’ininterrotto flusso di comunicazione, al concetto di un’economia globalizzata e in perenne espansione, all’idea di una produttività sempre in crescita. Da qualche decennio a questa parte si sta tuttavia arrivando quasi al limite di questa crescita accelerata, come si può vedere dal progressivo collasso degli ecosistemi naturali per la mancanza dei necessari tempi di rigenerazione e, per quanto riguarda l’uomo, dall’ansia e dalla depressione che rivelano il disagio di chi vive al limite delle proprie possibilità in un mondo così accelerato. Quello che caratterizza la società di oggi è ciò che il filosofo Paul Virilio definisce come “dromocrazia”, una dittatura della velocità governata dal principio per cui “se il tempo è denaro, la velocità è potere”, evidenziando tuttavia il paradossale effetto di reale immobilità che alla fine l’uomo subisce, sommerso da nuovi e sempre più veloci mezzi tecnici, arrivando a una sclerosi culturale e di idee. Sistematizzando posizioni di questo tipo, il sociologo tedesco Hartmut Rosa parla di “accelerazione sociale” come fenomeno tipico del mondo occidentale, in cui la velocizzazione tecnica ha prodotto la sempre maggiore rapidità in ogni fenomeno della vita sociale. La vita privata, il lavoro, ma anche le relazioni sociali o amorose sono classificate sulla base della loro connotazione temporale e non più sulla base della loro effettiva qualità. Ciò che emerge è il costante stato di pressione e ansia che questa condizione comporta. Insicurezza e relativismo sono i pericoli evidenziati dal filosofo Zygmunt Bauman, che ha coniato il termine ‘modernità liquida’ per indicare come ogni certezza o verità del mondo sono destinate a cadere sotto i colpi della velocità corrosiva di una società consumistica che mira solo al godimento momentaneo. Le opere degli artisti selezionati sono espressioni sintomatiche di questa condizione del mondo presente. Ciascuno di essi è stato scelto secondo la propria diversa modalità di affrontare le tematiche del tempo, della velocità, dell’accelerazione o di una controreazione a tutto ciò. La mostra creerà un percorso capace di coinvolgere gli spettatori in esperienze spazio-temporali che metteranno in evidenza le contraddizioni della nostra società ‘iper-veloce’. Arcangelo Sassolino (Italia, 1967) interpreta la tensione dell’accelerazione moderna tramite la creazione di Dilatazione pneumatica di una forza viva, un ambiente trasparente chiuso che crea una realtà a sé stante, in cui un contenitore di vetro viene progressivamente riempito di gas fino a giungere a un’improvvisa esplosione. Tamy Ben-Tor (Israele, 1975) propone il video Normal nel quale una donna, in preda alle nevrosi e alle ansie della vita moderna, interpreta un frenetico monologo che rende partecipe il pubblico della sua corrispondenza mail, dei suoi obblighi lavorativi e del suo fitto calendario di attività. Allo stesso modo, Fiete Stolte (Germania, 1979) pone se stesso al centro di un progetto che mette in luce il contrasto tra tempo vissuto e tempo reale: egli “ruba” tre ore a ogni giorno della settimana, ricavando così un ottavo giorno e sperimentando la compressione del tempo e lo straniamento dell’uomo in costante lotta contro l’accelerazione del mondo. Le opere di Michael Sailstorfer (Germania, 1979) si focalizzano sulla logica intrinseca di materiali e oggetti nella loro azione in spazio e tempo reali. Zeit ist keine Autobahn  mostra un pneumatico che ruota ad alta velocità su un muro non spostandosi ma consumandosi sul posto, diventando così metafora del rapido deperimento delle cose in una paradossale “accelerazione immobile”. Lo scultore Jens Risch (Germania, 1973) arriva a dare una fisicità al tempo. Egli realizza sculture composte da un’infinita di nodi su fili di seta lunghi fino a un chilometro inventariando metodicamente il processo del suo lavoro nella durata degli anni. Marnix de Nijs (Olanda, 1970) presenta l’installazione interattiva Accelerator in cui ogni visitatore sarà chiamato a mettere a confronto la reattività fisica del proprio corpo di fronte all’accelerata visione di immagini di una grande metropoli contemporanea. La video-installazione Secret Life di Reynold Reynolds (USA, 1966) ritrae, invece, la condizione di una donna intrappolata nel proprio appartamento, dove lo scorrere del tempo diventa un’esperienza fisica e psicologica in cui tempo naturale e umano divergono profondamente, creando un mondo a metà tra realtà e immaginazione. Con l’opera Bit.fall, Julius Popp (Germania, 1973) dà forma all’incessante inondazione di contenuti provenienti dai media: parole chiave prese da internet appariranno sotto forma di gocce d’acqua visibili, solo per un attimo, in una spettacolare cascata. Marzia Migliora (Italia, 1972) cita invece un eroe della velocità e dei media come Marco Pantani. L’artista presenta un tappeto con le sembianze di una strada su cui la frase Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia è sintomatica dell’ansia da prestazione e della tragicità di questa figura. Mark Formanek (Germania, 1967), con la collaborazione di Datenstrudel, propone Standard Time, un orologio dall’aspetto digitale ma con un “circuito umano” di settanta operai che spostano e montano continuamente minuti e ore secondo un’ironica corsa contro il tempo stesso. Accompagna l’esposizione un catalogo bilingue (italiano-inglese; ediz. Alias – Mandragora) che presenterà un approfondimento sui temi della mostra con testi di Hartmut Rosa (docente di Sociologia all'Università di Iena) sulla nozione di accelerazione sociale e sul tempo come risorsa primaria, Andrea Ferrara (professore di Cosmologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa) sul tempo e la sua relatività nel contesto dell’astrofisica, Alessandro Ludovico (critico e direttore della rivista Neural, dedicata alla cultura digitale) sul concetto di tempo e di accelerazione in una società sempre più virtuale e tecnologizzata, Zygmunt Bauman (sociologo, filosofo e professore emerito dell'Università di Leeds) sul concetto di vita e modernità liquida, e Sandra Bonfiglioli (docente al Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano) sulla nascita di progetti urbanistici legati alle strutture temporali delle città. As Soon As Possible. L’accelerazione nella società contemporanea. Firenze, CCCS - Centro di Cultura Contemporanea Strozzina - Palazzo Strozzi. 14 maggio - 18 luglio 2010. Orari: martedì – domenica 10.00 - 20.00, giovedì 10.00 - 23.00. Lunedì chiuso. Biglietto (valido per un mese): 5,00 € intero; 4,00 € ridotto (studenti universitari e convenzioni); 3,00 € ridotto scuole; giovedì gratuito 18.00 – 23.00. Catalogo: Alias – Mandragora.

 

A VILLA PISANI L’OTTOCENTO VENEZIANO

Il Museo Nazionale di Villa Pisani di Stra (Venezia), ospita dal 28 marzo al 26 settembre 2010 la mostra OTTOCENTO veneziano VENEZIANO contemporaneo promossa dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, organizzata da Munus in collaborazione con la Regione Veneto e curata da Myriam Zerbi per la sezione dell’Ottocento e da Costantino D’Orazio per la sezione del Contemporaneo. La rassegna, allestita nelle sale e nel parco di Villa Pisani, illustra il ruolo centrale che Venezia ha avuto nella formazione, nell’accoglienza e nell’ispirazione degli artisti dal XIX secolo ai giorni d’oggi. Il percorso espositivo è organizzato in due nuclei distinti: le opere dell’Ottocento saranno presentate negli ampi corridoi della villa, mentre le opere di alcuni giovani artisti contemporanei dialogheranno con il parco. La sezione ottocentesca mette in luce l’opera dei pittori più celebri che si sono formati o che hanno insegnato nelle aule dell’Accademia di Venezia nel corso dell’Ottocento e nei primi lustri del secolo successivo. Lavori che coprono un arco temporale di più di un secolo dialogano tra loro avvicinando protagonisti dell’arte veneta i cui sentieri si sono incrociati nell’ambito della istituzione veneziana, il cui prestigio è da sempre stato pari a quello dell’Accademia romana di San Luca e di quella milanese di Brera. Solcando l’Ottocento che, nel passare degli anni, col mutare del gusto e della temperie culturale, cambia pelle, e dall’ideale neoclassico si fa romantico e poi realista, i dipinti, le cui dimensioni variano dal miniaturistico al monumentale, conducono lo spettatore attraverso scene storiche, ritratti, quadri di genere, paesaggi, ad assaporare sfumature diverse dell’emozione estetica, dal rigore lucido e razionale del disegno di matrice canoviana all’incanto di smaglianti cromatismi vedutistici nel solco della tradizione settecentesca, e dallo struggente fascino di un paesaggio ripreso dal vero all’ironica malinconia di un arguto racconto popolare. Le sale di Villa Pisani ospiteranno opere di autori famosi e celebrati tra cui Teodoro Matteini (il primo a tenere la cattedra di Pittura nella nuova sede del convento e chiesa della Carità dove nel 1807 s’inaugura la Regia Accademia), Giuseppe Borsato, Francesco Hayez, pupillo di Canova, nume tutelare dell’Accademia ai suoi inizi, Ludovico Lipparini, Michelangelo Grigoletti, Ippolito Caffi, Pompeo Molmenti, Napoleone Nani, Guglielmo Ciardi, Giacomo Favretto, Ettore Tito, Alessandro Milesi, oltre a quelle di personalità artistiche di notevole pregio, ma meno note al grande pubblico quali Vincenzo Chilone, Domenico Bresolin, Egisto Lancerotto, Oreste Da Molin e Antonio Rotta. A dimostrazione del fatto che Venezia sia ancora oggi un vivace centro creativo, dove si formano e lavorano giovani artisti di grande interesse, Costantino D’Orazio ha invitato cinque artisti che operano nel contesto veneziano a confrontarsi con lo straordinario scenario del parco di Villa Pisani, dove negli ultimi due anni hanno esposto alcuni tra i maggiori maestri internazionali. Dopo Mimmo Paladino, Richard Long, Giuseppe Penone, Jannis Kounellis, il parco della Villa si aprirà per la prima volta agli artisti delle ultime generazioni, con uno sguardo a coloro che contribuiscono ad arricchire la realtà veneziana attraverso il loro lavoro. Come le personalità dell’Ottocento, anche per questi giovani Venezia ha rappresentato un importante contesto di formazione per la costruzione della propria carriera, che si è nel tempo distinta per la partecipazione a premi prestigiosi e a mostre pubbliche di livello nazionale e internazionale. Elisabetta Di Maggio, Giorgio Andreotta Calò, Margherita Morgantin, Arcangelo Sassolino e Alberto Tadiello, che realizzeranno installazioni appositamente pensare per il parco, saranno i primi protagonisti a Villa Pisani di una finestra aperta sull’avanguardia più contemporanea. Il catalogo di questa sezione, oltre ad illustrare i lavori degli artisti, si configurerà come una guida alle istituzioni che oggi a Venezia si occupano della formazione e della promozione dei giovani artisti: dall'Accademia di Belle Arti alla Fondazione Bevilacqua La Masa, dalla Fondazione Querini Stampalia allo IUAV e alla Galleria Contemporaneo di Mestre. Elisabetta Di Maggio, che ha partecipato alla Quadriennale nel 2008 ed è invitata alla prossima mostra internazionale dell’Hangar Bicocca di Milano, trasformerà la Coffee House in una serra per piante sospese nel tempo; Giorgio Andreotta Calò, reduce da una mostra personale alla Galleria Civica di Trento, evocherà l'antica funzione della ghiacciaia nel bosco della Villa attraverso una suggestiva installazione che gioca con la trasparenza; Margherita Morgantin, che ha esposto alla Fondazione Quetini Stampalia e ha partecipato all’ultima Quadriennale, inserirà un segno nel labirinto della Villa per creare un gesto emozionale attraverso il soffio del vento; Arcangelo Sassolino, protagonista di una mostra personale al Palais de Tokyo di Parigi, realizzerà una scultura dedicata ai rumori più tipici di Venezia, sfruttando la tensione e la resistenza dei materiali; Alberto Tadiello, vincitore dell’ultima edizione del Premio Furla e attualmente impegnato al Museo Mambo di Bologna, si insinuerà nella serra tropicale di Villa Pisani attraverso un lavoro sonoro, che arricchirà l’atmosfera straniante dell’ambiente. “Ottocento Veneziano Ÿ Veneziano Contemporaneo”. Museo Nazionale di Villa Pisani. Via Doge Pisani 7 - 30039 Stra (Venezia). Dal 28 marzo al 26 settembre 2010. Curatori: Myriam Zerbi (Ottocento Veneziano) e Costantino D’Orazio (Veneziano Contemporaneo). Comitato Scientifico Ottocento Veneziano: Carlo Montanaro (Direttore Accademia di Belle Arti Venezia), Giuseppe Rallo (Direttore Museo Nazionale Villa Pisani), Isabella Reale (Direttore Museo Arte Moderna di Udine), Sileno Salvagnini (Accademia di Belle Arti di Venezia), Nico Stringa (Università di Ca’ Foscari). Organizzazione: Munus S.p.A., Via Alessandro Fleming 55 - 00191 Roma; in collaborazione con: Accademia di Belle Arti di Venezia. Enti promotori: Museo Nazionale Villa Pisani e Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso. Patrocino Regione Veneto. Catalogo: Allemandi. Orario: dal 28 al 31 marzo dalle 9.00 alle 17.00. Dal 1 aprile al 26 settembre dalle 9.00 alle 20.00. Chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 7,50 (cittadini UE tra i 18 e i 25 anni). Informazioni: Mostra: 049.502270 – Prenotazioni: 041.2719019 www.villapisani.beniculturali.it

 

A MILANO STANLEY KUBRICK

Per la prima volta al mondo, una mostra indaga un aspetto finora poco conosciuto della carriera di Stanley Kubrick. Dal 16 aprile al 4 luglio 2010, a Palazzo della Ragione di Milano saranno esposte trecento fotografie, molte delle quali inedite e stampate dai negativi originali, realizzate da Stanley Kubrick dal 1945 al 1950 quando, a soli 17 anni, venne assunto dalla rivista americana Look. L’esposizione, curata da Rainer Crone, realizzata dal Comune di Milano - Cultura e da Giunti Arte Mostre Musei, in collaborazione con la Library of Congress di Washington e il Museum of the City of New York - che custodiscono un patrimonio ancora sconosciuto di oltre 20.000 negativi di Stanley Kubrick, giovanissimo, ma già grande fotografo - testimonierà la sua capacità di documentare la vita quotidiana dell’America dell’immediato dopoguerra, attraverso le storie di celebri personaggi come Rocky Graziano o Montgomery Clift, le inquadrature fulminanti e ironiche nella New York che si apprestava a diventare la nuova capitale mondiale, o ancora la vita quotidiana dei musicisti dixieland. “Una mostra che racconta anzitutto lo ‘sguardo’ di Kubrick che si è rivelato essere uno dei tratti stilistici più interessanti della sua poetica cinematografica - spiega l'assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory -. Conosciuto ai più per gli indimenticabili film che hanno segnato la storia del cinema, Kubrick si è brillantemente distinto per la sua attività di fotoreporter. Una carriera fotografica che si è dispiegata all’insegna della ricerca dell’anima dei personaggi ritratti al pari degli ambienti con una personalissima visione del reale e dei suoi stratificati livelli di significato”. L’iniziativa rivelerà il suo modo di fare fotografia, una delle passioni che Kubrick, ancora minorenne, ereditò dal padre (l’altra sono gli scacchi), ma che si esaurì nel breve volgere di un quinquennio. La prima fotografia viene pubblicata il 26 giugno 1945 e ritrae un edicolante affranto per la morte di Roosevelt, un’immagine che affascinerà cosi tanto gli editors di Look da offrire al fotografo dilettante la possibilità di entrare nello staff della rivista come fotoreporter. Il metodo Look, che era caratterizzato da una narrazione a episodi, non incontrava il gradimento dei più importanti fotogiornalisti. I responsabili della rivista volevano che il soggetto fosse seguito costantemente, che venisse fotografato in tutto ciò che faceva. Questo stile invadente esercitava un grande fascino su Kubrick al quale piaceva creare delle storie partendo proprio da quelle foto. Per ottenere dai personaggi delle pose che fossero più naturali possibili, Kubrick metteva in atto una serie di stratagemmi per passare inosservato. Uno di questi consisteva nel nascondere il cavo della macchina fotografica sotto la manica della giacca e nell’azionare l’otturatore con un interruttore nascosto nel palmo della mano. Negli interni cercava di sfruttare il più possibile la luce naturale agendo opportunamente sul tempo di esposizione e sull’apertura del diaframma. Gran parte del senso estetico che ritroviamo nei suoi film veniva già espresso dal suo lavoro di questi anni. Anche ricorrendo a tecniche e punti di vista particolari e mantenendo sempre un certo distacco riesce a far trapelare l’aspetto psicologico dei soggetti ritratti, permettendo così all’osservatore delle foto di costruire una personale interpretazione del carattere delle persone riprese. “Nascono così le prime fotografie di Stanley Kubrick, realizzate nell’America dell’immediato dopoguerra, che sorprendono poiché non si limitano alla rappresentazione di un’epoca, come ci si potrebbe aspettare da un fotoreporter. Le sue istantanee infatti - sottolinea il curatore -, che stupiscono per la loro sorprendente maturità, non possono essere considerate come archivi visivi della gioia di vivere, catturata dallo spirito attento e pieno di humor di un giovane uomo, ma costituiscono un consapevole invito a confrontarsi con le risorse del mezzo fotografico, con le sue possibilità di rappresentazione e con la propria percezione della realtà: una costante dell’opera artistica di Kubrick che comincia con le fotografie e continua nei film». Un passaggio fondamentale, dunque, se si pensa che l’ambiguità dell’immagine e del cinema stesso sono al centro della riflessione che anima il cinema d’autore del secondo dopoguerra, per questo detto moderno e di cui Kubrick è stato uno degli indiscutibili maestri. Il percorso espositivo è organizzato in due parti. La prima, divisa a sua volta in 7 sezioni, avrà un’introduzione, Icone, nella quale vengono presentate le immagini simbolo delle storie che l’occhio dell’obiettivo di Kubrick ha immortalato. Come Portogallo che racconterà il viaggio in terra lusitana di due americani nell’immediato dopoguerra, o ancora Crimini, che testimonierà l’arresto di due malviventi seguendo i movimenti dei poliziotti, le loro strategie, le loro furbizie, fino all’avvenuta cattura. Betsy Furstenberg, protagonista della sezione a lei dedicata e che la rappresenta come il simbolo della vivace vita newyorkese di quegli anni, farà da contraltare alle vicende dei piccoli shoe shine, i lustrascarpe che si trovavano agli angoli delle strade di New York. Chiudono questa prima parte le due sezioni dedicate alla vita che si svolgeva all’interno della Columbia University, un luogo d’élite dove l’America formava la classe dirigente del futuro, e all’interno del Campus Mooseheart nell’Illinois, una residenza universitaria, costruita da benefattori, per educare figli orfani di guerra che sarebbero andati a ingrossare le fila della middle class americana. La seconda parte del percorso toccherà altri argomenti rappresentativi della breve carriera di Kubrick fotografo, come le immagini dedicate al giovane Montgomery Clift colto all’interno del suo appartamento, o quelle del pugile Rocky Graziano, che raccontano i momenti pubblici e privati di un eroe moderno, o ancora l’epopea dei musicisti dixieland di New Orleans. Accompagna la mostra un catalogo Giunti Arte mostre musei. Stanley Kubrick – Fotografo. Gli anni di Look (1945 – 1950). Milano, Palazzo della Ragione (piazza Mercanti 1). Dal 16 aprile al 4 luglio 2010. Orari: Lunedì h 14.30 - 19.30. Da martedì a domenica h 9.30 - 19.30. Giovedì h 9.30 - 22.30. La biglietteria chiude un’ora prima. Biglietti: intero € 8,50; ridotto € 7,00: studenti, over 65, minori di 18 anni; ridotto speciale scuole 3,00. Informazioni e prenotazioni: tel 02.43.35.35.22; mailto:servizi@civita.it

 

RUBENS E I FIAMMINGHI A COMO

Como organizza la settima grande mostra a Villa Olmo. I successi delle rassegne dedicate a Mirò, Picasso, Magritte, agli Impressionisti, a Klimt e Schiele, e ai maestri dell’Avanguardia russa Chagall, Kandinsky e Malevic, visitate da oltre 500.000 persone per una media annuale di circa 90.000 visitatori, hanno fatto del capoluogo lariano uno dei punti di riferimento del circuito espositivo italiano. Le sale della settecentesca Villa Olmo si aprono dal 27 marzo al 25 luglio 2010 al genio di PIETER PAUL RUBENS (Siegen, 28 giugno 1577 – Anversa, 30 maggio 1640), maestro del Barocco. Uno sforzo considerevole quello del curatore della mostra Sergio Gaddi, assessore alla cultura del Comune di Como, che insieme a Renate Trnek, direttrice della Gemäldegalerie dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, è riuscito a radunare ben 25 capolavori del maestro fiammingo provenienti dalle collezioni della Gemäldegalerie dell’Accademia di Belle Arti, dal Liechtenstein Museum e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna. Ideata dall’assessorato alla cultura del Comune di Como, la mostra presenta uno dei nuclei di Rubens numericamente più importanti finora mai esposti in Italia, oltre a  40 opere di artisti della sua cerchia, tra i quali il grande Anton Van Dyck, Jacob Jordaens, Gaspar de Crayer, Pieter Boel, Cornelis de Vos, Theodor Thulden. “La mostra di Villa Olmo - commenta il curatore Sergio Gaddi - celebra la genialità e la modernità di uno dei maestri assoluti della pittura, che dopo quattrocento anni continua a sorprendere per la potenza grandiosa ed esuberante del segno che ha reso universale il Barocco europeo. Rubens è sempre contemporaneo perché fissa nel tempo l’infinita bellezza del mondo e riesce a infondere la vita alle sue creazioni attraverso la luce e il colore. La sua pittura è una festa per l’anima e per gli occhi, e le opere esposte a Como raccontano l’inesauribile gusto per la vita del grande artista e la prodigiosa forza di seduzione che nasce dalle sue visioni. Il consistente nucleo di opere di Rubens è integrato da una raffinata selezione di quadri di artisti variamente legati ad Anversa e all’atelier del maestro, che permette un viaggio appassionante nell’epoca d’oro della pittura fiamminga del Seicento”. “Con Rubens e i suoi epigoni fiamminghi - sostiene il sindaco di Como, Stefano Bruni - Como si appresta a vivere un’altra straordinaria stagione di grandi eventi, un ulteriore passo di un percorso ambizioso iniziato nel 2004 e che a pieno titolo ci ha già inserito nel circuito delle città d’arte, con importanti benefici per il territorio, per la naturale vocazione turistica e per il prestigio della nostra città. Dopo sette anni, continuo quindi a sostenere e a credere nella straordinaria forza propulsiva delle mostre e nella loro capacità attrattiva”. Il percorso espositivo studiato da Sergio Gaddi per le nove sale di Villa Olmo, si snoda attraverso i temi caratteristici della pittura di Rubens, come i soggetti sacri, i riferimenti alla storia e al mito, e contempla alcuni dei maggiori capolavori del maestro fiammingo. Tra questi, le Tre Grazie (1620-1624), vero manifesto dell’ideale bellezza femminile del tempo e che Rubens rappresenta sul modello del gruppo scultoreo ellenistico ritrovato a Roma nel XV secolo. Rubens dipinse il motivo delle Tre Grazie diverse volte, come soggetto singolo o inserito in un contesto più ampio. In questo caso, i tre personaggi femminili sono impersonati nelle figure delle dee greche delle stagioni, vestite solo di un leggerissimo velo, che reggono un cesto di fiori, donando loro uno straordinario movimento circolare e un naturale ed elegante intreccio di braccia e di mani. Borea rapisce Orizia (1615), vigoroso capolavoro e immagine guida della mostra, rappresenta il rapimento, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, della ninfa Orizia, da parte del barbuto e alato Borea, personificazione del vento del nord. Rubens fonde i due corpi in un avvolgente e fluttuante abbraccio, catturando il momento di transizione che dalla paura e violenza del rapimento conduce a un’estasi di amore e fantasia. Il corpo di Orizia, come quello di tutte le figure femminili di Rubens, è reso con un incarnato talmente realistico e vivo da far domandare a Guido Reni: “Ma questo pittore mescola il sangue ai colori?”. Due opere di straordinaria importanza presenti in mostra sono La circoncisione di Cristo (1605), che risponde a precise indicazioni iconografiche dettate dalla Controriforma di espressione chiara ed immediata di partecipazione al sentimento religioso, e la Madonna della Vallicella (1608) - forse la commessa di maggior prestigio che l’artista ricevette in Italia - due modelli per le pale d’altare della Chiesa dei Gesuiti a Genova e di Santa Maria della Vallicella a Roma, dove l’impostazione teatrale della luce e l’atmosfera cromatica rivelano l’influsso dei grandi pittori veneziani del Cinquecento, che Rubens aveva studiato durante il suo soggiorno a Venezia del 1600. L’imponente dipinto Il satiro sognante, una delle opere più insolite del maestro fiammingo, realizzata tra il 1610 e il 1612 poco dopo il suo ritorno in Italia, colpisce, oltre che per la sua allegorica sensualità, per l’architettura della composizione che contrappone il gruppo composto da Bacco, dal satiro ubriaco e dalla Menade, a una traboccante natura morta, composta da un prezioso vasellame dorato e da una ricca serie di calici e coppe. Un’assoluta rarità è Il giudizio di Paride (1605-1608), una delle sole quattro opere che Rubens realizza su tavola di rame, supporto inconsueto per un tema ricorrente nella sua pittura, più volte ripreso fino al famoso quadro del 1638-39 commissionato dal re di Spagna Filippo IV, ora al Prado di Madrid. È questo uno dei più incantevoli ‘poemi’ dipinti da Rubens, in cui tutto, dall’insieme della composizione, alle figure al paesaggio, al cielo che le sovrasta, si risolve nel colore e nella pittura stesa con pennellate fluide, fondendo in un unicum indissolubile sia le figure che l’ambiente che le circonda. Il dipinto raffigura la competizione tra le dee Giunone, Minerva e Venere per il titolo di donna più bella dell’Olimpo, giudicate da Paride. Particolarmente significative sono le due grandi tele che raffigurano Vittoria e Virtù e Il trofeo di armi, appartenenti al ciclo che Rubens dedicò al console romano Publio Decio Mure (1616-1617). Il tema dei quadri è ispirato alle vicende dell’eroico condottiero vissuto nel IV secolo a.C., la cui storia è stata tramandata da Tito Livio. Le grandi imprese hanno sempre stimolato l’artista, tanto da fargli dire, in una lettera del 1621 indirizzata a William Trumbull: “Confesso che una dote innata mi ha chiamato a eseguire grandi opere piuttosto che piccole curiosità. Ciascuno ha la sua maniera. Il mio talento è di siffatta guisa che nessuna impresa, per quanto grande e multiforme nell’oggetto, potrà sormontare la fiducia che ripongo in me stesso”.  Di notevole valore storico, oltre che artistico, la serie dei piccoli oli su tavola di soggetto sacro, dipinti da Rubens come modelli preparatori per i 39 dipinti commissionatigli nel 1620 per i soffitti della chiesa dei Gesuiti di Anversa, opere che andarono poi distrutte dall’incendio della chiesa del 1718. La costruzione pittorica di particolare dinamismo e la prospettiva dal basso verso l’alto testimoniano la suggestione di Paolo Veronese esercitata sulla fantasia di Rubens. In questi preziosi lavori preparatori sopravvissuti è possibile incontrare più che mai la mano autografa dell’artista, che realizzava personalmente i bozzetti affidandosi poi alla collaborazione della bottega per il perfezionamento dell’opera finale. Accanto a questi capolavori di Rubens, la mostra di Villa Olmo propone 40 tele realizzate da pittori fiamminghi della sua cerchia, in particolare di Anton Van Dyck, amico del maestro e certamente l’allievo di maggior talento – di cui è presente, tra gli altri, il famoso Autoritratto giovanile e lo splendido Ritratto in armi del giovane principe - oltre che opere di Jacob Jordaens, Gaspar de Crayer e Theodor Thulden. Tra i fiamminghi spiccano, per particolare pregio e minuzia del dettaglio, le nature morte di Pieter Boel, Jan Fyt e Jan De Heem in cui è possibile incontrare quella commistione di naturalismo, esotismo e artificialità tipica delle raccolte nobiliari delle kunstkammern tanto di moda nei Paesi Bassi del XVII secolo. È il caso di Natura morta con mappamondo, tappeto e cacatua di Pieter Boel o Natura morta con frutta e scimmia di Jan Fyt o ancora la sontuosa Natura morta con pappagallo di Jan Davidsz de Heem. Una variante della natura morta, molto apprezzata nelle Fiandre intorno alla metà del Seicento è quella delle scene di cacciagione, ben rappresentate in mostra da opere come Il pavone bianco di Jan Weenix (1693), o le due Natura morta con cacciagione, rispettivamente di Jan Fyt e Melchior Hondecoeter. Don Chisciotte, cavaliere del Barocco è il nuovo progetto teatrale, a cura di Teatro in Mostra di Como, regia di Eleonora Moro, che anche quest’anno si affianca all’esposizione come evento parallelo di approfondimento didattico per indagare i legami tra Rubens e l’epoca barocca. Catalogo Silvana Editoriale. “Rubens e i fiamminghi” a cura di Sergio Gaddi e Renate Trnek. Dal 27 marzo al 25 luglio 2010. Como, Villa Olmo  -  via Cantoni 1. Orari: da martedì a giovedì: 9 -20; da venerdì a domenica: 9 -22 (la biglietteria chiude un’ora prima); lunedì chiuso. Biglietti: Intero: 9 €; Ridotto: 7 €  (visitatori oltre 65 anni e tra 6 e 18 anni, universitari fino a 26 anni, gruppi di almeno 25 persone con ingresso gratuito per l’accompagnatore, categorie convenzionate); Ridotto scuole: 5 €  (gruppi scolastici di almeno 25 persone con ingresso gratuito per due accompagnatori); Gratuito: bambini fino a 6 anni, disabili con accompagnatore. Biglietteria on line: www.ticket.it  www.ticketone.it 

 

I BASALDELLA A VILLA MANIN

I tre Basaldella, Dino, Mirko e Afro, proposti tutti insieme in una grande retrospettiva a oltre vent’anni di distanza rispetto a quella che la Galleria d’arte moderna di Udine dedicò loro nell’ormai lontano 1987. Con l’obiettivo di aggiornarla con quanto di nuovo si è scoperto in questi venti anni e oltre su di loro e anche con la presentazione di alcuni inediti di Afro. La mostra “I Basaldella. Dino, Mirko, Afro”, fortemente voluta dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dall’Azienda Speciale Villa Manin è curata da Giuseppe Appella, Fabrizio D’Amico, Marco Goldin e organizzata da Linea d’ombra. Sarà ospitata a Passariano di Codroipo (Udine), dal 27 marzo al 29 agosto 2010, negli stessi locali che hanno recentemente presentato le fortunate mostre su Giuseppe Zigaina e “L’età di Courbet e Monet”, quest’ultima in corso fino al 7 marzo 2010. In questi ultimi anni mostre, anche importanti, in Italia e nel mondo, dedicate ai tre figli artisti di Leo Basaldella, pittore decoratore udinese, morto per causa di guerra nel ’19, non sono certo mancate. Molte su Afro (1912 – 1976), meno numerose ma altrettanti importanti su Dino (1909-1977) e su Mirko (1910-1969). La pubblicazione del catalogo generale ha fatto emergere opere prima sconosciute e gli studi hanno offerto motivi di grande interesse, a rendere ancora più affascinante e magmatico il già complesso “mondo dei Basaldella”. La mostra, diretta da Marco Goldin, cercherà di fare sintesi di tre personalità tanto autorevolmente e diversamente complesse, presentandole attraverso opere ben note ma anche con opere, di grandissimo interesse, sino ad oggi mai esposte al pubblico. Il percorso espositivo ripercorrerà l’intera vicenda artistica dei tre fratelli, dagli esordi dati ancora ad Udine nell’ambito della “Scuola friulana d’avanguardia”, agli anni spesi a Monza e a Milano, a quelli romani, dove Afro e Mirko si stabiliranno, pur con frequenti, rinnovati e operosi soggiorni nella terra natale; fino, per ciascuno dei tre, agli anni della maturità e a quelli tardi. Il percorso delle opere, che seguirà il criterio cronologico, sarà teso ad evidenziare i rapporti che seguiteranno a stringere, pur nelle emergenti specificità linguistiche, i tre artisti. La mostra si avvarrà di opere provenienti da alcune maggiori collezioni pubbliche italiane, fra le quali quelle della Galleria Nazionale di Roma, della Galleria d’Arte Moderna di Udine, del Museo Civico di Pordenone, della GAM di Torino, dei Musei Vaticani, della Banca d’Italia, della Galleria Comunale d’Are Moderna di Roma, dal Civico Museo Revoltella di Trieste, della Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone. Si avvarrà inoltre della collaborazione e dei prestiti provenienti dal nuovamente costituito Archivio Afro di Roma, e da numerosi nuclei collezionistici, familiari o storici, dei tre fratelli Basaldella. Dai quali proverranno anche alcuni preziosi inediti, appartenenti per lo più agli anni Trenta e ai primi Quaranta, di Afro. Il catalogo dell’esposizione, edito da Linea d’ombra libri, è coordinato da Marco Goldin assieme a Giuseppe Appella e Fabrizio D’Amico, con saggi dei curatori ed ampie rivisitazioni bio-bibliografiche a cura di Lara Conte, Bruna Fontana e Gianni Schiavon. Con questa mostra si conferma l’impegno della Regione a fare della Villa Dogale, attraverso l’Azienda Speciale, il punto di riferimento artistico del Friuli Venezia Giulia, aperto alla collaborazione con altri enti artistici del territorio e proiettato verso una dimensione europea. Nonostante le difficoltà di bilancio, la Regione intende proseguire con questa e le altre mostre programmate il percorso iniziato con successo nei mesi scorsi e destinato a richiamare nel compendio di Villa Manin una sempre crescente attenzione.