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A
RAVENNA TESTORI E LA PITTURA EUROPEA
Dopo le mostre dedicate a Roberto Longhi
(2003), a Francesco Arcangeli (2005) e a Corrado Ricci (2008), il MAR Museo d'Arte
della Città di Ravenna prosegue la sua indagine su figure di primo piano della
critica d'arte, rendendo omaggio a: Giovanni Testori (1923-1993). La mostra,
realizzata grazie al generoso sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di
Ravenna, si inserisce nella programmazione del museo dopo le vaste rassegne
dedicate ai Preraffaelliti (2010), in collaborazione con l’Ashmolean Museum di
Oxford, e Arte in Italia nel secondo dopoguerra (2011), sarà curata da Claudio
Spadoni e sarà inaugurata il prossimo 11 febbraio per proseguire fino al 17
giugno 2012. Per l'occasione, oltre alla fondamentale collaborazione della
Compagnia del Disegno di Milano, è stato costituito un prestigioso Comitato
Scientifico composto da Andrea Emiliani, già direttore della Pinacoteca di
Bologna, Mina Gregori, Presidente della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte
Roberto Longhi, Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani, Ezio Raimondi,
già Presidente dell’Istituto per i Beni Culturali, Alain Toubas e Claudio
Spadoni. Figura complessa - pittore, drammaturgo, giornalista, storico e
critico d’arte Giovanni Testori si è distinto per il coraggio di scegliere
strade anche impervie perché distanti da quelle “maestre” dell’ufficialità. Il
suo sguardo sulla pittura di realtà, intesa nella sua epidermica evidenza,
mostra tutta la miseria e lo splendore della vita. La preferenza verso temi
protesi all'esaltazione delle domande ultime - le Erodiadi o le teste del
Battista del Cairo, le Crocifissioni di Gaudenzio Ferrari e del Sacro Monte di
Varallo, le figure di Tanzio al pari di quelle di Bacon o Giacometti - ne
segnalano la personalità eccentrica, il coraggio dei risvolti più scabrosi,
l'affermazione prepotente e tutta organica, e dunque corruttibile, della carne.
Il percorso della mostra si articolerà in diverse sezioni dedicate ai vari
periodi della storia dell’arte studiati dal critico milanese e agli artisti da
lui amati, a partire dai suoi primi scritti su Manzù, Matisse, Morlotti, poi i
francesi Courbet e Géricault; dagli approfondimenti e le riscoperte sulla linea
della pittura di realtà in Lombardia del ‘500 (Gaudenzio Ferrari, Foppa,
Savoldo, Romanino, Moretto) e del ‘600 (Moroni, Ceresa, Fra Galgario, Ceruti),
i “manieristi” lombardo piemontesi (Cerano, Morazzone, Tanzio da Varallo,
Daniele Crespi, Cairo) accompagnati da Caravaggio, sua grande passione
dichiarata, passando attraverso l’attenzione a figure della Nuova Oggettività
(Dix, Grosz, Radzwill), Nuovi Selvaggi (Fetting, Hodicke, Zimmer, Salomè) e
Nuovi Ordinatori (Albert, Chevalier, Schindler, Merkens), e artisti come Bacon,
Giacometti, Sutherland, Sironi, Guttuso, Gruber, Marini, Vacchi, Varlin,
Jardiel, Vallorz, Rainer – per citare alcuni nomi - per giungere fino a Cucchi
e Paladino. Di ognuno di questi artisti saranno esposte diverse opere, in
alcuni casi quelle stesse scelte e possedute da Testori. La rassegna presenterà
anche un omaggio Testori con selezione di ritratti fra i tanti eseguiti da
diversi pittori per lo studioso. Catalogo Silvana editoriale con i contributi
di: Marco Antonio Bazzocchi, Stefano Crespi, Davide Dall’Ombra, Marco Rosci,
Claudio Spadoni, Alain Toubas, Marco Vallora e Elena Volpato. “Caravaggio,
Courbet, Giacometti, Bacon, Miseria e splendore della Carne. Testori e la
grande pittura europea”. Museo d’Arte della città di Ravenna, via di Roma 13
Ravenna. Sponsor ufficiale: Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna. Dal 12
febbraio al 17 giugno 2012. Orari: fino al 31 marzo: martedì- venerdì 9-18,
sabato e domenica 9-19, chiuso lunedì; dall’1 aprile: martedì - giovedì 9-18;
venerdì 9-21; sabato e domenica 9-19 , chiuso lunedì. Ingresso: Intero: 9 euro,
ridotto: 7 euro.





A
REGGIO EMILIA INCANTI DI TERRE LONTANE
All’inizio fu l’Oriente vicino,
l’esotismo e la seduzione degli hammam e degli harem, le palme, i minareti ma
anche i deserti popolati di beduini e cammelli, o i colori delle città del
Magreb. Poi lo sguardo degli artisti migrò ancora più ad Oriente, verso quelle
culture e quelle atmosfere dell'estremo oriente altrettanto esotiche e forse ancora
più incantevoli. Ed è su questo lontano Oriente, lo stesso che diviene popolare
grazie ai romanzi d’avventura popolati da tigri o dal fumo conturbante
dell’oppio, lo stesso che ammaliò tutta Europa grazie alle delicate armonie dei
racconti e delle incisioni giapponesi, che si sofferma la grande mostra che
Palazzo Magnani, a Reggio Emilia, promuove con il titolo “Incanti di terre
lontane. Hayez, Fontanesi e la pittura italiana tra otto e novecento”. Un
titolo articolato per dar conto delle diverse anime che danno vita a questa
affascinante esposizione. I due protagonisti innanzitutto, Hayez e Fontanesi.
L’Oriente del primo è quello vicino, mediterraneo, non direttamente vissuto ma
sapientemente evocato. Quello del secondo, invece, è l’Oriente estremo, o
almeno un lembo di esso, il lontano Giappone, regno che lo ospitò a lungo,
onorandolo, e che lui a sua volta volle onorare. Intorno ai due, i molti altri
che lungo gran parte di questo secolo, l’Ottocento appunto, hanno descritto gli
incanti, le malie di terre ai più ignote e per questo ancora più affascinanti.
Un centinaio di opere degli Orientalisti italiani, con molte novità. A partire
dalla presenza, straordinaria di alcuni dei più importanti dipinti di Francesco
Hayez. A Palazzo Magnani si potranno infatti ammirare l’Odalisca della
Pinacoteca di Brera, la Ruth delle Collezioni Comunali di Bologna e Un’odalisca
alla finestra di un Harem di una nota collezione privata. La mostra dà conto
della ventata d'Oriente che suggestionò la pittura italiana nel secondo '800
riconoscendo come punto d'avvio, non unico ma certo particolarmente importante,
Francesco Hayez. Da Parma, prima Alberto Pasini e poi Roberto Guastalla, il
"Pellegrino del sole", percorsero carovaniere e città per raccontare
questi altri mondi. Il secondo lo fece portandosi dietro, oltre a tavolozza,
cavalletto e pennelli, anche uno strumento nuovo, la macchina fotografica. Da
Firenze parti alla volta dell'Egitto Stefano Ussi che subito dopo l'apertura
del Canale di Suez, lavorò per il Pascià prima di trasferirsi in Marocco. Al
fascino della scoperta che si fa suggestiva visione di mondi "altri"
soggiacquero Eugenio Zampighi, Pompeo Mariani, Augusto Valli, Giulio Viotti,
Achille Glisenti, Giuseppe Molteni, a conferma della trasversalità e del dilagare
in tutta la penisola di un’affascinante attrazione. Dall'Orientalismo non
sfuggì certo il Mezzogiorno d'Italia. Ne fu testimonianza, a Napoli, Domenico
Morelli che, senza mai aver messo piede nei territori d'oltremare, descrisse
magistralmente velate odalische, figure di arabi, mistiche atmosfere di
preghiere a Maometto. Visioni esotiche soffuse di raffinato erotismo si
ritrovano anche negli olii scenografici di Fabio Fabbi, del siciliano Ettore
Cercone e del pugliese Francesco Netti. Quest’ultimo in particolare, di ritorno
da un viaggio in Turchia, si dedicò alla produzione di opere orientaliste di
tono intimista, come per esempio Le ricamatrici levantine, venate dallo stesso
“garbo mediterraneo”, presente nelle odalische di Morelli. Una attenzione peculiare
la mostra riserva, anche per ragioni di nascita reggiana, a Antonio Fontanesi.
Egli, tra il 1876 e il 1878, venne chiamato, insieme al altri artisti italiani,
ad insegnare alla neo-fondata Accademia di Belle Arti d Tokyo, restituendo
immagini disegnate e dipinte del Giappone interpretate dal suo squisito
linguaggio lirico. Nella ricca produzione pittorica di questo artista le opere
di soggetto orientale non sono che poche unità: tre dipinti, tra cui uno non
ultimato e alcuni disegni a matita. Preziose e rare testimonianze raccolte per
la prima volta in una mostra. Diversa critica ha voluto, nel tempo, attribuire
all'esperienza in Giappone di Fontanesi uno scarso valore in termini di
ricaduta sulle sue modalità espressive e stilistiche e per certi versi ciò
corrisponde a verità. Ma un altro aspetto va sicuramente sottolineato. Nessun
pittore dell'Ottocento europeo ha mostrato di possedere meglio di Fontanesi una
intensa consonanza con alcuni elementi della poetica e dell'estetica orientale,
giapponese nello specifico, per quanto attiene, ad esempio, all'interpretazione
del rapporto uomo/natura e a una visione profonda del mondo. Questa affinità elettiva tra Fontanesi e
l'Oriente, sebbene forse non del tutto meditata e consapevole, emerge in modo
evidente se si analizza la vicenda artistica del pittore dalla sua formazione
alla maturità, con uno sguardo attendo alla sua esperienza in Giappone. Un
soggiorno che lo vide protagonista nella Tokyo del periodo Meiji che mostrava
una crescente apertura nei confronti dell'Occidente, proprio nel momento in cui
in Europa si poteva assistere all'ampia diffusione in arte del gusto
“orientalista” in particolare in pittura. L'attenzione dell'arte italiana per
lo stile e le atmosfere naturalistiche estremo orientali era, sul finire del
secolo, davvero notevole. Si innestava sulla “moda” del giapponismo che ha
affascinato nel corso dell'Ottocento tutta Europa grazie in particolare alla
diffusione delle raffinate stampe giapponesi ukiyo-e di artisti quali Utamaro,
Hiroshige e Hokusai, che vengono avidamente collezionate da intellettuali,
mercanti d'arte e, naturalmente, artisti. Ma i contatti tra l'arte italiana con
l'estremo oriente saranno nella seconda metà dell'Ottocento più articolati e
profondi, grazie alla progressiva apertura commerciale e politica di questi
paesi verso l'Occidente. Molti artisti italiani compirono viaggi di lavoro,
chiamati dai governi locali a portare la loro arte in quelle “remote contrade”
e ebbero modo di comprenderne a fondo la cultura, i valori coloristici e le
atmosfere che restituiranno in modo intenso nei loro schizzi e dipinti, con una
capacità di penetrazione e racconto molto lontane dall'approccio “in stile” che
aveva caratterizzato la moda europea. Così Fontanesi in Giappone. Così Galileo Chini,
nel favoloso Siam dove si recò insieme all’architetto torinese Annibale
Rigotti, tra il 1911 e il 1914, per partecipare alla fastosa decorazione del
Palazzo del Trono a Bangkok. E con Chini, Salvino Tafanari che con lui aveva
già lavorato a Firenze e che qui venne incantato dalla flessuose danzatrici
dell’isola di Giava, esempio fra i molti di artisti italiani stregati dal mal
d’Oriente, malia che trasmisero in patria, in una meravigliosa contaminazione
di cui la mostra reggiana è superba testimonianza. Palazzo Magnani, Reggio
Emilia, dal 4 febbraio al 29 aprile 2012.





A FORLÌ ADOLF WILDT
Adolfo
Wildt (Milano, 1868 – 1931) è il genio dimenticato del Novecento italiano. La
grande mostra che Forlì gli dedica al San Domenico (dal 28 gennaio al 17 giugno)
per iniziativa della locale Fondazione Cassa dei Risparmi e del Comune, è certo
una scommessa: rendere popolare un artista tra i più sofisticati e colti del
nostro Novecento. La mostra è a cura di Fernando Mazzocca e Paola Mola
affiancati da un comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci. Da
sottolineare come questa esposizione, eccezionale per completezza e qualità
delle opere, rappresenti il primo tempo del “Progetto Novecento. Percorsi –
Eventi – Interpretazioni” che si svilupperà nel 2013 con la grande mostra DUX,
dedicata ad una ricognizione sull’ “arte italiana negli anni del consenso”,
legittimamente proposta da Forlì, città del Duce. Nel percorso al San Domenico,
allestito dal parigino Wilmotte et Associès e dallo Studio Lucchi e Biserni, la
grande arte di Wildt sarà messa a confronto con i capolavori di maestri del
passato che per lui furono sicure fonti di ispirazione. Da Fidia a Cosmè Tura,
Antonello da Messina, Dürer, Pisanello, Bramante, Michelangelo, Bramantino,
Bronzino, Bambagia, Bernini, Canova, e con i moderni con cui si è originalmente
confrontato: Previati, Mazzocutelli, Rodin, Klimt, De Chirico, Morandi,
Casorati, Fontana, Melotti. Ma anche con artisti come Klimt che a lui si
ispirarono. Nell’uno e nell’altro caso non si tratta di richiami o confronti
casuali, ma puntualissimi, diretti, evidenti. Insomma la più grande
retrospettiva mai realizzata su Wildt ma anche una sequenza di capolavori
mozzafiato, scelti come confronto, quasi due mostre in una, quindi. Estraneo al
mondo delle avanguardie e anticonformista, capace di fondere nella sua arte
classico e anticlassico, Wildt è un caso unico in questo suo essere in ogni
istante tutto e senza luogo. La sua incredibile eccellenza tecnica e lo
straordinario eclettismo furono attaccati sia dai conservatori, che non lo
vedevano allineato per i contenuti, ancora pervasi dal Simbolismo, e per le
scelte formali caratterizzate da richiami gotici ed espressionisti estranei
alla tradizione mediterranea e all’arte di regime, sia dai sostenitori del
moderno che mettevano in discussione la sua fedeltà alla figura, la vocazione
monumentale, il continuo dialogo con i grandi scultori e pittori del passato, e
la predilezione della scultura come esaltazione della tecnica e del materiale
tradizionalmente privilegiato, il marmo, che lui sapeva rendere con effetti
sorprendenti sino alla più elevata purificazione dell’immagine. Questi aspetti,
che ne hanno condizionato per lungo tempo la fortuna, esercitano oggi su di noi
un fascino nuovo che solo una grande mostra può finalmente restituire. Partendo
dall’eccezionale nucleo di opere conservate a Forlì, dovute al mecenatismo
della famiglia Paulucci di Calboli, protagonista della storia della città e
della storia nazionale, e grazie alla disponibilità dell’Archivio Scheiwiller
(il grande editore milanese che per via familiare ha ereditato molte opere e
materiali di Wildt), è oggi possibile radunare una serie di straordinari
capolavori di Wildt e ricostruire il percorso più completo della sua produzione
sia scultorea sia grafica. L’idea che governa questa esposizione non è
semplicemente quella di una rassegna di carattere monografico, ma di un
percorso che (come nel caso della recente mostra di Forlì su Canova) metta in
relazione profonda le sue opere con quelle degli artisti - pittori e scultori -
del passato (come Fidia, Cosmè Tura, Antonello da Messina, Dürer, Pisanello,
Bramante, Michelangelo, Bramantino, Bronzino, Bambaia, Cellini, Bernini,
Canova) e dei moderni (Previati, Mazzucotelli, Rodin, Klimt, De Chirico,
Morandi, Casorati, Martini, Fontana, Melotti) con cui si è intensamente e
originalmente confrontato, attraversando ambiti e momenti diversi della vicenda
artistica. I temi da lui privilegiati, come quelli del mito e della maschera,
gli consentirono di dialogare anche con la musica (Wagner) e la letteratura
contemporanea, da D’Annunzio (che fu suo collezionista) a Pirandello e
Bontempelli; così, da ritrattista eccezionale quale era, con i magnifici busti
colossali di Mussolini, Vittorio Emanuele III, Pio XI, Margherita Sarfatti,
Toscanini e di tanti eroi di quegli anni, egli ha saputo creare un Olimpo di
inquietanti idoli moderni. Wildt vuole condurre i gesti, i volti, le figure
umane a una nudità essenziale, coglierne l’anima consentendo al pensiero di
giungere a un’armonia maturata e composta tra la linea e la forma. Nell’ambito
del Progetto Novecento, da segnalare che a “Wildt. L’anima e le forme tra
Michelangelo e Klimt, allestita al San Domenico sono collegate altre
esposizioni sul territorio: a Faenza, al MIC – Museo Internazionale delle
Ceramiche, “La ceramica nell’età di Wildt”, a Cervia, ai Magazzini del Sale,
“Giuseppe Palanti. La pittura, l’urbanistica. La pubblicità da Milano a Milano
Marittima”, e a Predappio, nella Casa Natale di Mussolini, due mostre in
successione: “Archivio del Novecento. Marisa Mori, donna e artista del ‘900, il
talento e il coraggio” e “Renato Bertelli, la parentesi futurista”. Per
informazioni e prenotazioni della Mostra: www.mostrawildt.it; visite guidate e
laboratori: tel. 02.43353520 servizi@civita.it.








A
RIMINI DA WERMEER A KANDINSKY
La
mostra proposta a Castel Sismondo per volontà della Fondazione Cassa di
Risparmio di Rimini, è una imperdibile carrellata di autentici capolavori e, insieme,
l’omaggio che grandi istituzioni museali europee e nord americane, tra le
principali al mondo, hanno voluto fare a Marco Goldin per i 15 anni di attività
della sua Linea d’ombra. Nel dicembre del 2011 si festeggiano infatti i
quindici anni dalla fondazione di Linea d’ombra, la società che Goldin ha
creato nel 1996 per l’organizzazione di eventi espositivi. Nei quindici anni
della sua attività, Linea d’ombra ha collaborato con oltre trecento musei e
istituzioni di tutto il mondo, ottenendo in prestito circa tremila importanti
dipinti, disegni e sculture, che hanno contribuito ad arricchire le mostre
realizzate, facendo loro attingere un livello di riconosciuta qualità. In
questi quindici anni sono stati circa sette milioni i visitatori che hanno frequentato
le mostre organizzate da Linea d’ombra, ponendole molto spesso al primo posto
tra quelle italiane e tra le prime nel mondo. Decine tra i principali studiosi,
curatori e storici dell’arte hanno contribuito con i loro saggi alla
realizzazione dei cataloghi di studio, così come con i loro interventi alla
buona riuscita dei convegni internazionali sempre da Linea d’ombra organizzati.
Anche a Rimini, accanto a Linea d’ombra e alla Fondazione Cassa di Risparmio,
scendono in campo i fratelli Lucchetta e il loro Gruppo Euromobil, partner
storico delle le mostre proposte in Italia e all’estero da Marco Goldin. “Per
festeggiare questo quindicesimo compleanno – afferma Goldin – abbiamo deciso,
in accordo con la Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini e con la Fondazione
San Marino, di organizzare una grande mostra. Castel Sismondo, la Rocca
Malatestiana di Rimini progettata a metà Quattrocento da Filippo Brunelleschi,
è da un paio d’anni una delle sedi, suggestiva quant’altre mai, nelle quali
vengono ospitate le esposizioni di Linea d’ombra. Dal 21 gennaio al 3 giugno
del 2012, vi si ospita la mostra del quindicesimo compleanno. Per
rappresentare, grazie alla collaborazione dei molti musei che con noi hanno
collaborato dal 1996, una grande lezione di storia dell’arte aperta e
comprensibile a tutti, con opere che partiranno dal principio del Cinquecento
fino al Novecento. E con la collaborazione, per il catalogo di studio, di
alcuni tra i maggiori studiosi del mondo”. Di ognuna delle principali nazioni
che hanno dato lustro alla storia dell’arte, è stato scelto il secolo, o i
secoli, di maggior gloria, e all’interno di quel secolo, specialmente per
l’Italia, la realtà “regionale”maggiormente rappresentativa. In questo modo si
ottiene una visione ampia e globale delle principali personalità che hanno
indelebilmente segnato il corso della storia dell’arte degli ultimi cinque
secoli, sia in Europa che in America. È certamente un percorso anche entro le
preferenze pittoriche del curatore, un suo viaggio all’interno della meraviglia
della pittura di tutti i tempi. Ma vediamo, in estrema sintesi, ciò che propone
questa magica mostra. Essa apre con una densa sezione dedicata alla pittura
veneta del Cinquecento ovvero ad uno dei periodi tra i più fecondi dell’arte
italiana. Vi sono presentati capolavori di Tiziano, Veronese, Lotto,
Tintoretto, ma anche di Savoldo e di altri Maestri del territorio della
Serenissima che, in questo secolo, si allargava alla Lombardia orientale, con
Brescia e Bergamo. La successiva sezione ci introduce alla “Pittura in Italia
nel Seicento”, con opere che documentano il classicismo di Annibale Carracci, e
le declinazioni personali di Guercino, Mattia Preti, Guido Reni, Luca Giordano,
Del Cairo e molti altri. Per tornare al fascino di Venezia, stavolta nel
Settecento, con il Tiepolo, Guardi e i grandi vedutisti, Canaletto e Bellotto.
Dall’Italia alla Spagna con una ampia, spettacolare sezione dedicata a “El
siglo de Oro”, ovvero alla grande arte iberica del Seicento, con Velázquez,
Murillo, El Greco, Ribera, Zurbarán. Dal secolo d’Oro spagnolo a quello, non
meno prezioso, d’Olanda. Con la sezione dedicata a “La Golden Age in Olanda”.
Qui le atmosfere del tutto particolari della pittura neerlandese sono proposte
dal capolavoro “Cristo in casa di Maria e Marta” di Vermeer, prestito davvero
straordinario e imperdibile. Non meno che dalle opere di Van Dick, Ter Brugghen
e Van Honthorst. Paesaggi, atmosfere e ritratti ci accompagnano nella sezione
dedicata a “La pittura in Inghilterra tra Settecento ed Ottocento”, firmati da
Hogarth, Turner, Constable, Reynolds, Gainsborough, Wright of Derby. Non poteva
naturalmente mancare una sezione, ampia, riservata a “L’età
dell’Impressionismo”. È questo un ambito su cui Goldin ha focalizzato per anni
la sua attenzione, porgendo al pubblico italiano opere spesso mai arrivate in
Italia. Per Rimini ha scelto una attenta rappresentazione di tutti i
protagonisti, da Van Gogh a Manet, da Millet a Courbet, da Monet a Degas, da
Renoir a Sisley e Pissarro. Infine il gran finale con la “Pittura del XX secolo
in Europa” (parallelo all’indagine sulla pittura del Novecento in America
proposta nella mostra di San Marino). Matisse, Picasso, Mondrian, Bacon con uno
strepitoso trittico, De Staël, Morandi e naturalmente Kandinsky sono gli autori
proposti. Settanta opere, un meraviglioso percorso d’arte e di bellezza per
festeggiare a Rimini l’avventura oggettivamente gloriosa di Linea d’ombra. “Da
Vermeer a Kandinsky. Capolavori dai musei del mondo a Rimini”, Rimini, Castel
Sismondo, 21 gennaio – 3 giugno 2012: Orario: da lunedì a venerdì: 9 - 19;
sabato e domenica: 9 - 20. ingresso: intero euro 10, ridotti euro 8. Ulteriori
sconti a chi visita anche le mostre organizzate da Linea d’ombra a San Marino
(“Da Hopper a Warhol. Pittura americana del XX secolo a San Marino”) e al
Palazzo Ducale di Genova (“Van Gogh e il viaggio di Gauguin”). Informazioni e
prenotazioni: www.lineadombra.it
tel. 0422.429999 biglietto@lineadombra.it





DA
HOPPER A WARHOL A SAN MARINO
Non
si è mai fatta in Italia una mostra sulla pittura americana del XX secolo, che
la analizzi e la percorra completamente. Solo, di tanto in tanto, qualche
esposizione monografica. La rassegna di San Marino non ha ovviamente
l’ambizione di tracciare questo percorso nella sua interezza, perché il numero
di opere, una ventina, non lo consente. Ma si presenta comunque come la prima
circostanza in cui, attraverso nomi celebri, la vicenda pittorica statunitense
del Novecento viene almeno raccontata lungo tutto lo scorrere del secolo. “Da
Hopper a Warhol. Pittura americana del XX secolo a San Marino”, curata da Marco
Goldin, è proposta a Palazzo SUMS dal 21 gennaio al 3 giugno (in parallelo alla
grande mostra riminese “Da Vermeer a Kandinsky. Capolavori dai musei del mondo
a Rimini”), per volontà della Fondazione San Marino Cassa di Risparmio – Sums,
della Repubblica di San Marino, Segreteria di Stato per l’Istruzione e la
Cultura e Segreteria di Stato per il turismo e lo Sport, da SUMS – Società
Unione Mutuo Soccorso della Repubblica di San Marino e da Linea d’ombra, con il
contributo di Gruppo SIT e Del Conca. L’esposizione prende in considerazione
tutti i momenti fondamentali, a partire dal realismo di Edward Hopper da un
lato e di Thomas Hart Benton dall’altro, fino all’esperienza così particolare
di Giorgia O’Keeffe. Già da questi primi nomi si comprende come la partenza
della rassegna sammarinese sia straordinaria, con il realismo adamantino e
stordente di Hopper, la cosiddetta visione regionale di Benton e la secchezza
in cui si mescolano descrizione e metafisica della O’Keeffe. A questa prima
fase succede quella, indimenticabile, della grande astrazione americana. Divisa
in mostra tra una parte più gestuale e una in cui il colore pare distendersi
libero e indicare anche il senso della costruzione e della forma. Tutti i nomi
più celebri vi sono compresi, a cominciare ovviamente da quello di Jackson
Pollock, presente con due grandi tele, la prima del 1949 e la seconda del 1952.
Poi ancora Franz Kline, con un grandi dipinto del 1960, dunque il momento
migliore del suo lavoro. Su un registro intermedio si giocano i quadri inclusi
in mostra di un autore straordinario che lavora sul segno declinato nella
grande superficie spesso quasi monocroma. È dunque il caso di Arshile Gorky che
più di altri ha saputo rendere il fascino di una scrittura che si mescola alla
materia di un colore rappreso. E tutta di colore è fatta l’esperienza,
anch’essa compresa nella mostra sammarinese, di Mark Rothko, Sam Francis e
Morris Louis. Dai diversi punti di vista, insistono sulla meraviglia di una
tessitura che si fa incanto, prospettiva e molto spesso silenzio. Ovviamente
non può mancare una sosta attorno all’opera dei due più alti rappresentanti
della Pop Art, Andy Warhol e Roy Lichtenstein, a cominciare da una celebre
versione, del primo tra i due, di Jacqueline Kennedy (Jakie, 1964), dunque nel
pieno del clima storico della Pop. La mostra infine si chiude con l’omaggio al
maggiore pittore americano che si riconnette straordinariamente al realismo di
Hopper. Si tratta di Andrew Wyeth, le cui facciate di case di provincia
bianchissime nella luce del sole sono la quintessenza della visione ancora
eroica della pittura. Ma l'ultima immagine sarà un grande quadro di Keith
Haring, uno dei più celebrati artisti americani degli ultimi decenni. La mostra
sammarinese si fa grazie al prezioso aiuto in termini di prestiti di poche,
prestigiosissime realtà statunitensi: il Museum of Fine Arts di Boston, il
Wadsworth Atheneum di Hartford, la Terra Foundation for American Art di
Chicago, la Broad Art Foundation di Santa Monica e l'Adelson Gallery di New
York. “Da Hopper a Warhol. Pittura americana del XX secolo a San Marino”,
Repubblica di San Marino, Palazzo SUMS, 21 gennaio – 3 giugno 2012: Orario: da
lunedì a venerdì: 10 – 18; sabato e domenica: 10 – 19. Ingresso: intero euro 5,
ridotti euro 3. Ulteriori sconti a chi visita anche le mostre organizzate da
Linea d’ombra a Rimini (“Da Vermeer a Kandinsky. Capolavori dai musei del mondo
a Rimini” ) e al Palazzo Ducale di Genova (“Van Gogh e il viaggio di Gauguin”).
Informazioni e prenotazioni: www.lineadombra.it tel. 0422.429999 biglietto@lineadombra.it






NICOLA
DE MARIA A PRATO
Il Centro per l’arte contemporanea Luigi
Pecci, in occasione del progetto Transavanguardia italiana a cura di Achille
Bonito Oliva, propone una mostra personale di Nicola De Maria, uno dei
protagonisti del gruppo che nei primi anni Ottanta sconvolse il mondo dell’arte.
Il Museo opera, dunque, una scelta di continuità con la serie di mostre
personali dedicate ai grandi protagonisti dell’arte del nostro tempo che lo
hanno contraddistinto fino ad oggi nel panorama nazionale e internazionale,
citando ad esempio le grandi personali di Mario Merz, Yves Klein, Gerard
Richter, Mimmo Paladino, Emilio Isgrò, Araki, Jannis Kounellis. La personale di
Nicola De Maria al Centro Pecci di Prato
è concepita come un’antologica incentrata sul lavoro degli anni Novanta e Duemila, in continuità
con la sua presenza nella mostra storica della Transavanguardia presso Palazzo
Reale a Milano. Tuttavia, alcune incursioni negli anni Ottanta serviranno a
testimoniare, come veri e propri contrappunti musicali, che la sua pittura è
sempre impregnata del flusso cromatico e degli originari nuclei poetici che da
sempre la ispirano. Le immagini create dall'artista sono visioni cosmiche,
parole intense, paesaggi fantastici, sono poesia dipinta su tela, su carta, su
valigie e su libri oltre che sui muri. Le opere saranno allestite secondo un
percorso non cronologico e la mostra seguirà una linea narrativa che va dalla
musica alla poesia, dal pensiero al colore, dalla materia al cosmo. Temi da
sempre presenti nella sua poetica, che è in continua evoluzione e che persegue
un viaggio visionario nell'esperienza artistica dove emergono le sue passioni
più profonde, il suo rispetto per la bellezza e per la vita, il senso del ritmo
e l'armonia dei colori. Un universo di meraviglia e di stupore in equilibrio
per una possibile alternativa al mondo reale. In mostra questa sua visione sarà
testimoniata dalla grande tela Universo senza bombe, 1984 – 1985 conservata in
una collezione privata di Colonia. La mostra risulterà un'esplosione di colori
e lo spettatore sarà avvolto dai rossi, dai gialli, dagli azzurri che Nicola De
Maria ha dipinto sulle sue tele e, per l’occasione, sulle pareti del museo.
“Nicola de Maria. I miei dipinti s’inchinano a Dio”. A cura di Achille Bonito
Oliva e Marco Bazzini. Dall’11 dicembre 2011 al 4 marzo 2012. Sale Espositive
Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, viale della Repubblica 277 –
Prato. Ingresso: intero 4 euro; visite guidate gratuite (al solo costo del
biglietto d’ingresso) ogni sabato e domenica alle ore 17.00 da sabato 17 dicembre.
Orari: tutti i giorni 10.00 – 19.00; chiuso il martedì, il 24, il 25 e il 31
dicembre; l’1 gennaio 2012 aperto dalle 15.00 alle 19.00. Il testo critico di
Achille Bonito Oliva: Nicola De Maria, mediante un linguaggio astratto, sfonda
la cornice del quadro ed invade l’architettura del vissuto. Il risultato è una
pittura che assume la cadenza spaziale del concavo, una curvatura che include
lo sguardo e la complessità sensoriale dello spettatore. Perché qui l’arte non
vuole una frontalità contemplativa ma il movimento del corpo che vive la
transfigurazione estetica senza alcuna distanza. Una pittura a cupola quella di
De Maria che bene interpreta il genius loci italiano, in cui «vita brevis et
ars longa» diventa l’emblema reso evidente dalle tracce stratificate di una
grande cultura che tocca anche l’architettura del quotidiano. Il barocco è lo
stile che meglio interpreta l’ansia di assorbimento da parte della sensibilità
artistica di tutte le circostanze. Una cupola discreta e filiforme si adagia su
tutto ciò che preesiste alla pittura. Un fraseggio di linee astratte,
diversamente colorate, attraversa le pareti, il soffitto e si raggruma intorno
all’evidenza di piccoli quadri sovrapposti sull’architettura nuovamente
dipinta. La cupola esegue silenziosi movimenti di vertigine, abbandona il ritmo
concavo per rimbalzare da una parete all’altra, da dentro verso il fuori, sulle
strade abitate dalle rincorse distratte di uomini e cose. Come quadri
affacciati alle finestre, la pittura adotta anche la cornice di queste che
danno sulla strada. Alla festa dell’accumulo della città, De Maria risponde con
quella selezionata della pittura, fatta costruttivamente di interventi
cromatici meditati eppure pieni d’abbandono, precocemente annunciati già
all’inizio degli anni Settanta da un uso interiorizzato della fotografia. La
forza del colore non è mai aggressiva o competitiva, semmai rinviante ad una
nostalgia di totalità, nota caratterizzante dell’artista rispetto all’edonismo
puramente gestuale sotteso alla ritrovata creatività della sua generazione. Non
incombe sull’uomo questa pittura che si propone di coabitare con lui
accompagnandolo nel dentro e fuori del quotidiano, come uno stato di esistenza
reso visibile e silenziosamente insinuante nella dimensione disadorna dell’esistenza.
«Non procurare mai vergogna agli altri» ci ha insegnato Nietzsche. L’arte di De
Maria si mette fuori dalla superbia logocentrica della pittura occidentale,
giocata quasi sempre sulla bravura della tecnica e della esecuzione, sulla
superiorità di un procedimento e di un prodotto semplicisticamente
stupefacente. La cupola di pittura qui è protettiva e mai invadente o
frontalmente alternativa. Dunque non produce vergogna o senso di inferiorità a
chi non è adusato alle tecniche dell’arte. Qui l’artista è artefice di una
costruzione di moralità, una architettura dipinta coinvolgente, ma senza
l’autorità del barocco che voleva piegare il corpo sociale. La delicatezza
quasi lirica dell’intervento pittorico indica una diversa strada della
contemplazione, fatta di assorbimento progressivo e non di frontale meraviglia.
Si mette in moto un’architettura al rallentatore che non denuncia mai il
proprio inizio e la fine, che non conosce confini spaziali e temporali.
Anormale come la pittura stessa che trabocca silenziosamente dalla cornice e
senza rumore come un liquido si riversa fuori dai recinti assegnati, con una
ineluttabilità cromatica che ricorda Poliakof all’incrocio arioso con Klee.
Flessibile è la pelle di pittura, il tatuaggio segnico e cromatico impresso da
De Maria sulle mura romane. Dilatabile ed elastico, indistruttibile e luminoso.
Fuori da ogni decadimento. Forte è la mano industriosa dell’artista che si
adopera sull’antica architettura per trasfigurarla e nello stesso tempo
proteggerla. Intervento prezioso è quello dell’artista. De Maria riveste la
muta parete col suono cromatico di una pittura viaggiante e nomade, che tocca
spazi di molti paesi senza mai perdere la sua identità o cadenza. Come la
musica la si può suonare in ogni dove, nella sua flessibilità inossidabile ed
incessante capacità di dialogo. Infatti l’artista ha lavorato sulla tipologia
della cupola e dell’inquadratura, assorbendo nella mostra il luogo antistante
ed esterno all’esposizione, visibile dalla strada nella dimensione alternativa
al vicino, quella del lontano. In tal modo si produce un’estensione estetica
della pittura capace di vivere interno ed esterno, attenzione e distrazione
sociale, frontalità e lateralità dello sguardo. La dilatazione diventa la
possibilità della pittura di avere un corpo organicamente in crescita, in ogni
caso in sviluppo per contrazione ed espansione. Un corpo naturalmente non
figurativo, senza membra definite e delimitate. I punti di sosta sono
rappresentati dai sei piccoli quadri che talvolta abitano le pareti, come campi
di rallentamento e condensazione della pittura, disseminazioni di centralità
preziose che racchiudono e sintetizzano il processo creativo. In definitiva
Nicola De Maria realizza una pittura di frontiera tra arte e vita una cerniera
per lo sguardo sociale che può oscillare tra l’inerzia del quotidiano e
l’intensità del campo estetico in un movimento di delicata continuità. Questo è
l’aspetto laico di un’opera incessante e febbrile che si applica al grande ed
al piccolo formato, nella consapevolezza di un gesto eccellente e magnanimo
capace di creare un cortocircuito tra l’io dell’arte ed il noi del mondo.










SANDRO
CHIA A MODENA
Inaugura venerdì 9 dicembre alle 18.00
al Foro Boario di Modena la mostra "Sandro Chia", a cura di Achille
Bonito Oliva e Marco Pierini, promossa e organizzata dalla Galleria Civica di
Modena e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena con il sostegno
dell'Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna e con il patrocinio
dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia nell'ambito delle
celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Si tratta di una delle cinque
mostre personali in programma in Italia fra novembre 2011 e marzo 2012, che
Achille Bonito Oliva cura in collaborazione con i responsabili di ciascuno
degli spazi espositivi che le accolgono. Tutte fanno capo alla collettiva
attorno alla quale ruota tutto il progetto, la mostra storica dal titolo
"Transavanguardia italiana", allestita a Palazzo Reale a Milano dal
24 novembre 2011 al 4 marzo 2012, curata, come il progetto scientifico nel suo
complesso, da Achille Bonito Oliva. Oltre a Sandro Chia, cui è dedicata la
mostra di Modena, saranno protagonisti Nicola De Maria a Prato (dal 10 dicembre
al Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci, cocuratore Marco Bazzini), Enzo
Cucchi a Catanzaro e Cosenza (dal 17 dicembre al Museo delle Arti di Catanzaro,
MARCA e al Santuario della Madonna della Grotta a Praia a Mare, Cosenza,
cocuratore Alberto Fiz), Mimmo Paladino a Roma (dal 1 marzo 2012 all' ex GIL di
Luigi Moretti, cocuratore Mario Codognato), e Francesco Clemente a Palermo (dal
15 marzo 2012 a Palazzo Sant'Elia, cocuratore Francesco Gallo). Modena è una
città cara a Sandro Chia, perché ha segnato alcune delle tappe più importanti
della sua avventura d’artista. “Tre o quattro artisti secchi”, alla Galleria
Mazzoli, fu la mostra che diede avvio, nel 1978, al fenomeno della
Transavanguardia, di cui la Galleria Civica diede poi ampiamente conto quattro
anni più tardi con una collettiva di ampie vedute intitolata “Transavanguardia
Italia America”. Altre mostre, personali e collettive, hanno via via riportato
Chia a Modena fino all’odierna rassegna del Foro Boario che documenta –
attraverso una selezione di un centinaio di opere tra dipinti, disegni e
sculture – la ricerca più recente del pittore e, per sommi capi, proprio il
legame dell’artista con la città emiliana. L’itinerario artistico di Chia è
interamente rappresentato nel percorso espositivo, dalla prima fase segnata
dalla densità degli impasti cromatici e da una sorta di gioioso horror vacui
fino a una “seconda maniera” caratterizzata da una più austera misura e da una
monumentalità classicheggiante, poi risolta, stemperata e rasserenata in un
rinnovato sentimento della natura, come dimostrano gli ultimi dipinti dell’artista,
una decina dei quali appositamente realizzati in occasione della mostra. Sandro
Chia nasce a Firenze il 20 aprile 1946. Vive e lavora tra Miami, Roma e
Montalcino (SI). Frequenta l’Istituto d’Arte e si diploma all’Accademia delle
Belle Arti di Firenze nel 1969. Dopo aver viaggiato in India, Turchia ed Europa
nel 1970 decide di stabilirsi a Roma. Negli anni Settanta comincia a esporre a
Roma e in Europa. Agli esordi il suo lavoro è legato all’arte concettuale ma
presto se ne distanzia a favore della scoperta del linguaggio pittorico
attirando l’attenzione della critica italiana e internazionale. Negli anni
Ottanta diventa uno dei protagonisti del gruppo della Transavanguardia. Dal
settembre 1980 all’agosto 1981 lavora a Monchengladbach in Germania per poi
trasferirsi a New York, dove vive per oltre due decenni pur tornando
frequentemente in Italia a Ronciglione (VT) e, in seguito, a Montalcino (SI). È
stato invitato a esporre alle Biennali di Parigi e San Paolo e, più volte, alla
Biennale di Venezia. Nel 2003, lo Stato italiano ha acquistato tre sue opere
per la collezione permanente del Senato della Repubblica a Palazzo Madama,
mentre nel 2005 sono state collocate due sculture monumentali davanti alla sede
della Provincia di Roma. Nella sua azienda vinicola di Castello Romitorio
(Montalcino, Siena) si occupa della produzione di pregiati vini tra cui il
rinomato Brunello. Tra gli importanti musei che gli hanno dedicato mostre
personali si ricordano: lo Stedelijk Museum of Amsterdam (1983), il Metropolitan
Museum di New York (1984), la Nationalgalerie di Berlino (1984, 1992), il Museo
d’Arte Moderna di Parigi (1984); i Musei di Dusseldorf (1984), Anversa (1989) e
Città del Messico (1989); Palazzo Medici Riccardi di Firenze (1991), Musei di
Karlsruhe (1992), Palm Springs (1993), Villa Medici a Roma (1995); Palazzo
Reale a Milano (1997), il MOMA di Boca Raton, Florida (1997), il Museo Civico
di Siena (1997), la Galleria Civica di Trento (2000), il Museo d’Arte della
città di Ravenna (2000), il Museo Archeologico Nazionale e Palazzo Pitti a
Firenze (2002), il Duomo di S. Agostino a Pietrasanta (2005), il Boca Raton
Museum of Art in Florida, (2007), il Gemeentemuseum dell’Aia, Paesi Bassi
(2008), la 53° Biennale di Venezia (2009), la GNAM di Roma (2010) e il Museo
Internazionale della Ceramica di Faenza (2011). “Sandro Chia” a cura di Achille Bonito Oliva e Marco
Pierini. Foro Boario, via Bono da Nonantola, 2, Modena. Dal 9 dicembre 2011al
29 gennaio 2012. Galleria Civica di Modena e Fondazione Cassa di Risparmio di
Modena con il sostegno dell'Assessorato alla Cultura della Regione
Emilia-Romagna e il Patrocinio dell'Università degli Studi di Modena e Reggio
Emilia. Orari di apertura. martedì-
venerdì 15.00-19.00; sabato domenica e festivi 10.30-19.00, lunedì chiuso. Ingresso gratuito. Catalogo, Prearo
Editore. Il testo critico di Achille Bonito Oliva: Se l’arte non ha più il mito
di sperimentare nuove tecniche e nuovi materiali, se il suo avanzamento e la
sua attualità non dipendono dall’uso di procedimenti legati alla tradizione
dell’avanguardia, evidentemente non è più possibile giudicarla in base a tali
parametri. Per cui, malgrado esistano alcune tecniche ricorrenti nel lavoro dei
giovani artisti, in Europa ed in America, non ci troviamo di fronte ad una
omologazione linguistica. In entrambi i contesti esiste ora una grande libertà
operativa che non vincola alcun artista verso pratiche più o meno necessarie.
Attualità e inattualità si attraversano incessantemente, senza che esistano
codici di comportamento creativo, per quanto riguarda l’opera d’arte. Nello
stesso tempo una vena ironica, il senso del gioco, è entrata stabilmente nel
campo della sua produzione e accompagna la condizione dell’artista, che
rivendica per sé uno spazio di piacere e di realizzazione all’interno del
sistema dell’arte. Naturalmente il recupero dell’immagine, se da una parte
rispetta le modalità abbastanza costanti della metonimia, dall’altra trova
differenze sostanziali per quanto riguarda l’uso del linguaggio che la
sostiene. Sia in Europa sia in America l’uso “inattuale” della pittura viene
pareggiato all’uso “attuale” di altre tecniche compositive, più vicine alla
tecnologia e alla riproduzione meccanica dell’immagine, nel senso che la
definizione dell’arte non passa attraverso il privilegio di materiali o di
tecniche più o meno avanzate. Le differenti condizioni culturali e sociali
portano come conseguenza una diversa mentalità di formazione del linguaggio.
L’artista europeo, avendo alle spalle una storia dell’arte più stratificata e differenziata,
può assumere verso di esso un rapporto più mobile e meno poggiante sulla
identificazione. L’artista americano, pur nell’allargamento della sua
mentalità, conserva una caratteristica, legata alla propria tradizione
puritana, che lo porta a identificarsi con la sua produzione. Malgrado le
aperture, assistiamo a una sorta di specializzazione che individua gli artisti
americani, secondo che lavorino sui pattern visivi, sulla ripetizione,
sull’ornamentazione, sull’astrazione oppure sul recupero della figura. Per gli
artisti europei invece la storia dell’arte e quella dei linguaggi sono campi da
cui attingere con estrema mobilità, senza creare ambiti di recupero ossessivo o
privilegiato. Accade così che figurativo e astratto si incrociano, materico e geometrico
entrano nella stessa opera, ornamentazione e rappresentazione si attraversano
senza soluzione di continuità. Un elemento di affinità esiste nella
considerazione dell’arte come espressione di identità particolare, legata al
tessuto finemente geografico in cui opera. Tale carattere, regionale o
nazionale, si afferma mediante l’uso di una sensibilità che cerca nel proprio
territorio le radici antropologiche che differenziano il lavoro artistico. Non
a caso il carattere della giovane arte americana sviluppa un’attitudine che
opera in prevalenza sulla superficie, sui valori espliciti della forma e della
struttura formale, che evidenzia il recupero della soggettività attraverso la
cura del particolare contro l’enfasi quantitativa e standardizzata della produzione
corrente. Quello dell’arte europea comporta una pratica che non tiene conto
della dimensione del lavoro, a favore di un’opera che si dà come frammento,
sintomo di un’identità nomade, che certamente non si lascia catturare dal
linguaggio adoperato. La situazione europea trova delle differenziazioni
ulteriori a seconda dell’area geografica e culturale. La situazione italiana è
caratterizzata da una mentalità che assume l’opera come luogo della
transizione, del passaggio da uno stile a un altro, senza mai fissarsi su uno
schema fisso. Sandro Chia opera su un ventaglio di stili, sempre sostenuto da
una perizia tecnica e da un’idea dell’arte che cerca dentro di sé i motivi
della propria esistenza. Tali motivi consistono nel piacere di una pittura finalmente
sottratta alla tirannia della novità e anzi affidata alla capacità di
utilizzare diverse “maniere” per arrivare all’immagine. I punti di riferimento
sono innumerevoli senza esclusione alcuna: da Chagall a Picasso a Cézanne a De
Chirico, dal Carrà futurista a quello metafisico e novecentista, a Picabia. Ma
il richiamo stilistico è subito riassorbito dalla qualità del risultato,
all’incrocio tra perizia tecnica e stato di grazia. La pittura diventa campo
dentro cui manualità e concetto trovano finalmente un equilibrio. In Chia
l’immagine è sempre sostenuta dalla necessità del titolo, di una didascalia o
di una piccola poesia dipinta direttamente sul quadro, che serve a svelarne il
meccanismo interno. Il piacere della pittura è accompagnato dal piacere del
motto di spirito, dalla capacità di integrare il furore della fattura del
quadro con il preventivo distacco dell’ironia. L’opera diventa un circuito
mobile di riferimenti interni ed esterni, tutti al servizio di un’immagine che
si offre allo sguardo in una doppia valenza: come sostanza pittorica e come
forma mentale. Nel primo caso l’immagine è appagata dalla materia che la
costituisce, nel secondo caso essa si pone come dimostrazione stupefacente di
una idea: l’arte esiste soltanto se incarnata nel tessuto dell’arte. In Chia
l’immagine è sempre lampante. Egli pratica, attraverso la pittura, la teoria di
una manualità assistita sempre dalla messa in opera di un’ipotesi formulata
attraverso la particolarità di una figura o di un segno. Se l’immagine costituisce
da una parte lo svelamento dell’idea iniziale, dall’altra è anche testimonianza
del procedimento pittorico che la produce e ne svela l’interno circuito, la
gamma complessa di riflessi, le possibili corrispondenze, gli spostamenti ed i
rimandi fra le diverse polarità. La mobilità produttiva di Chia nasce dalla
pulsione di aggirare la geometria di ogni oggetto fissato a una idea del mondo,
gelato in uno schema ideologico. Figure comiche e altre al limite del dramma,
timbri forti e leggeri di colori, scorrono incessantemente sulla superficie del
quadro, secondo i dettami di una sensibilità che, come il pavone fa la coda,
esibendo la capacità di tramutarsi continuamente in un altro stile. Le singole
opere diventano piccoli transiti, soste silenziose nel luogo dello stile, del
grande stile, quello che permette all’artista di trovare identità attraverso il
fare. Il “manierismo” di Chia poggia sulla volubilità dello stile, sulla
capacità di cogliere il veloce corso delle cose e le loro intelligenti e
nascoste corrispondenze. La cura del particolare e di piccole scene denota una
coscienza della precarietà, della mancanza di appigli definitivi che portano
l’artista a operare felicemente, senza drammi, sulla mobilità sensibile della
manualità, sull’uso transitorio della pittura. La pittura diventa il piano
inclinato su cui scorrono e transitano le perizie stilistiche di un immaginario
lontano da ogni eroica fissità. L’opulenza espressiva di Chia poggia proprio
sulla libera oscillazione della sua pulsione creativa, disinibita e aperta ad
ogni recupero, nella considerazione che il linguaggio e le sue articolazioni
non portano dentro l’opera le forme simboliche, storicamente corrispondenti al
loro uso. Ormai il linguaggio ha subito una sorta di esaurimento storico, come del
resto ogni altro dato della cultura e dell’ideologia. Crisi significa perdita
di identità, anche per il linguaggio che viene rivitalizzato e messo in
orizzontale, fuori dell’uso sacrale della citazione d’avanguardia. La
temperatura dell’opera non permette alcuna fedeltà. Chia riesce a trasferire e
trasformare alcuni linguaggi eroici delle avanguardie storiche e di altre
correnti artistiche, come il Novecento, nei toni domestici di un fare che ormai
ritiene consumato ogni parametro e ogni albero genealogico. L’arte è partire
dalla catastrofe semantica che non ha risparmiato nemmeno le avanguardie,
approfittare della perdita dei significati, per produrre una sana deriva
creativa, pronta a transitare in ogni luogo, luogo comune o proibito. Molti
climi culturali si addensano nell’opera di Chia, senza che egli si identifichi
nel loro uso. Essa è la conseguenza e lo sbocco di linguaggi storicamente puri
che vengono contaminati attraverso il processo dell’arte. Una deriva di piacere
presiede il nomadismo di Sandro Chia che sfiora molti linguaggi cosmopoliti,
dai Fauves ai simbolisti. Eppure un arguto genius loci presiede l’intero suo
lavoro portando le matrici adoperate a confluire nello stato di grazia di uno
stile corposamente italiano. Il trasferimento dell’artista italiano negli Stati
Uniti non ha modificato il suo trend creativo. “Tutto sparisce, sempre più in
fretta nel retrovisore della memoria… Difficile mantenere viva l’ammirazione,
il fulgido lampo della sorpresa, difficile conservare alle cose la loro pregnanza.
Esse non durano mai più a lungo del tempo del loro accadere… L’eventualità
stessa dell’Eterno Ritorno si fa precaria” (Jean Baudrillard, America). Il
Sogno Italiano di Chia si sintonizza in tal modo col veloce sogno Americano di
Walt Disney, autentico creatore di una iconografia in movimento, il cartone
animato, deposito di una favola che mima la vita, la perfezione esasperando
l’artificio della trama mediante l’artificio del linguaggio cinematografico.
Sandro Chia si pone di fronte al bagaglio culturale dell’iconografia europea
con la stessa vorace e cleptomane attitudine di Disney con un senso di parodia
manierista capace di sfidare la difficoltà di ricostruzione di qualsiasi
immagine precedente. La pittura diventa il luogo dove l’artista sfida da fermo
il dinamico consumismo di una società vorace, mediante la contrapposizione di
una produzione esemplare a una invece puramente quantitativa. L’artista
italiano adotta il tono e lo stile cordiale della divulgazione, la possibilità
cioè di sottrarre l’immagine artistica dell’aura statica della storia dell’arte
tradizionale e portarla sotto il segno di un’altra aura più edonisticamente
dinamica. Il cortocircuito tra difficoltà compositive e facilità realizzativa
permette a Chia di produrre immagini capaci di sedurre l’immaginario collettivo
di una società di massa che altrimenti sentirebbe lontana l’immagine artistica.
Lo sforzo iconografico di Chia sembra ricordare quello dell’artista greco che
tentava di tradurre i codici della propria cultura per la società affluente
dell’impero romano. In questo caso l’artista italiano avverte la vitalità
barbarica dell’ideologia totalizzante dell’universo di Disneyland, la
ricostruzione di una visione del mondo realizzata mediante l’evidenziamento di
ogni elemento, il potenziamento espressivo del movimento attraverso
l’introduzione di un elemento ironico che sostituisce a sua volta la memoria
parodica della storia. Il nomadismo culturale di Chia sta proprio in questa
oscillazione, nel luogo di una doppia memoria: la tradizione alta degli stili
dell’arte europea e la produzione corrente d’immagini al servizio della società
di massa. Lo sforzo eroico e patetico della pittura sta proprio nel ribadire
una produzione artigianale che non si chiude nel silenzio aulico dell’atelier
ma si mantiene aperta agli stimoli di altri sistemi produttivi dell’immagine.
Il manierismo di Walt Disney consiste nell’assunzione di un linguaggio che non
conosce difficoltà ed impedimenti, teso ad una rappresentazione volutamente
senza sfumature, pronto ad evidenziare modelli di comportamento espliciti di
azione e di riflessione sulla vita. Senza dubbio modelli giocati su schemi di
contrapposizione come in una sorta di Commedia dell’Arte in cui i ruoli
ribadiscono continuamente la posizione e l’identità dei personaggi. Chia a sua
volta ribadisce il ruolo della pittura, il suo essere strumento di
rappresentazione di una capacità espressiva dell’artista, fatta di memoria
culturale e velocità esecutiva, direttamente proporzionale alla velocità di vita
del proprio tempo che permette sopravvivenza soltanto alle attività produttive
capaci di agire in sintonia con essa. Il superficialismo dell’immagine di Chia
è il volontario portato di questa mentalità, il desiderio di un immediato
impatto della propria produzione con lo spirito del tempo. Per lui essere
moderno significa portare l’immagine ad una sua splendente evidenza, sottrarla
al monopolio del puro sguardo e destinarla all’attenzione di un pubblico che
vuole tenere anche la memoria sotto il dominio del presente. Il dominio del
presente è l’ossessione manierista di Chia, l’eliminazione del principio di
nostalgia possibile soltanto se il passato viene sottratto dalla sua condizione
di reperto archeologico e portato alla condizione di vibrante evidenziamento.
La superficie diventa luogo dove il passato diventa flagrante presente, luogo
d’incontro e di inevitabile consumo di una sensibilità attuale. “C’è che vive
nel tempo che gli è toccato / ignorando che il tempo è reversibile / come un
nastro di macchina da scrivere. / Chi scava nel passato può comprendere / che
passato e futuro distano appena / di un milionesimo di attimo tra loro”
(Eugenio Montale.). Dunque la superficie dista solo un millimetro dalla
profondità e viceversa. Solo l’incollatura separa passato e presente. La
pittura diventa lo strumento capace di far saltare la distanza e di collegare
tempi che sembrano lontani tra loro. Chia progetta una pittura che adotta
paradossalmente il criterio manierista della “sprezzatura”, l’esibizione di
un’abilità particolare che l’artista esibisce alla società di massa che può
soltanto ammirarla senza naturalmente saperla e poterla ripetere. Importante è
l’evidenziamento di tale procedimento, l’esibizione di una particolare capacità
che permette all’artista, a lui soltanto, di vantare tale primato. Anzi, più la
società di massa è estesa, più è possibile esibire la “sprezzatura”, più lo
sguardo sociale è allargato più aumenta la possibilità di uno sguardo di
meraviglia. Sorprendere l’immaginario collettivo significa produrre
quell’attimo di spiazzamento, l’unico capace d’impedire la fuga in avanti e la
distrazione del pubblico, sospendere all’attimo della contemplazione estetica
l’occhio sociale distratto da molti stimoli.





CESARE TIAZZI A CENTO
Dal 27 novembre 2011 al 11 marzo 2012
presso la Pinacoteca Civica di Cento, in provincia di Bologna, sarà visitabile
dal pubblico la mostra “Il fascino della terracotta, Cesare Tiazzi (1743 –
1809), uno scultore tra Cento e Bologna”. La mostra sarà inaugurata sabato 26
novembre presso il Teatro Comunale “ G. Borgatti” di Cento, alla presenza dei
curatori, del Presidente del Comitato Scientifico Prof. Eugenio Riccomini e
delle Autorità competenti. Promossa dal Comune di Cento e dall’Associazione
Amici della Pinacoteca Civica di Cento e sponsorizzata dall’Associazione
Imprenditori Centesi per la Cultura, l’esposizione delle opere di Tiazzi ha un
duplice scopo: da un lato riscoprire e valorizzare la figura di Cesare Tiazzi,
scultore centese di talento, attivo nella seconda metà del Settecento e
meritevole oggi di una rinnovata attenzione; dall’altro di approfondire la
conoscenza del vasto e mai abbastanza indagato universo della scultura in
terracotta tra Cento e Bologna. L’attività di Cesare Tiazzi si svolse
prevalentemente a Cento, ma le sue opere e la sua formazione artistica
risentirono indubbiamente del linguaggio elaborato dagli scultori bolognesi,
maestri nella lavorazione della terracotta, materiale che Tiazzi predilesse e
seppe lavorare con sapiente espressività. Ecco perché accanto alle opere
dell’artista saranno esposte sculture in terracotta, molte delle quali inedite,
dei maggiori scultori bolognesi tra Sette e Ottocento. Dai maestri di
riferimento di Tiazzi, come Giuseppe Maria Mazza, Angelo Gabriello Piò e Andrea
Ferreri, ai suoi contemporanei come Filippo Scandellari, Ubaldo Gandolfi,
Clarice Vasini, Giacomo De Maria, Giovanni Putti e altri, sarà possibile ricreare
in mostra quel panorama artistico della
scultura in terracotta a Bologna, che sicuramente influì sull’artista e sulla
sua opera. La riscoperta di Tiazzi nasce dalla volontà del Comune di Cento e
dell’Associazione Amici della Pinacoteca Civica centese di promuovere il
restauro delle sue sculture presenti a Cento e nei dintorni, a cominciare dalla
sua opera più importante, il gruppo in terracotta policroma La Pietà con San Francesco (1778), custodito nei depositi della
Pinacoteca Civica e composto di due statue, la Madonna con il Cristo morto e
San Francesco inginocchiato. Negli ambienti espositivi della Pinacoteca, lungo
un percorso tematico, saranno accostate alla Pietà tutte le opere conosciute dell’artista, restaurate per
l’occasione, e altre opere dei maggiori scultori bolognesi disposte lungo un
percorso tematico articolato in diverse sezioni, dedicate ai soggetti più
frequenti e cari alla devozione popolare (il Presepe, la Passione, la Madonna
col Bambino, i Santi), e ad alcuni temi profani. A quarant’anni dagli studi
fondamentali sulla scultura barocca emiliana di Eugenio Riccomini e a vent’anni
dalla mostra “Presepi e terrecotte”, organizzata presso i Musei Civici di Arte
Antica di Bologna, questa mostra vuole offrire al pubblico e agli studiosi una
nuova occasione per arricchire la conoscenza su un campo estremamente
affascinante e ancora relativamente inesplorato della storia dell’arte e della
produzione artistica. “Il fascino della
terracotta. Cesare Tiazzi (1743 – 1809), uno scultore tra Cento e Bologna”.
Pinacoteca Civica di Cento (FE), via Giacomo Matteotti, 18. Enti Promotori:
Comune di Cento; Ass. Amici della Pinacoteca di Cento; in collaborazione con
Soprintendenza B.S.A.E. di Bologna e Musei Civici d’Arte Antica. Con il
Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Mostra a cura di:
Giuseppe Adani, Fausto Gozzi, Cristina Grimaldi Fava, Antonella Mampieri.
Comitato Scientifico: Eugenio Riccomini, Giuseppe Adani, Carla Bernardini,
Marco Cecchelli, Luisa Ciammitti, Luigi Ficacci, Fausto Gozzi, Antonella
Mampieri, Massimo Medica, Elena Rossoni, Luigi Samoggia. Catalogo Silvana
Editoriale, a cura di: Giuseppe Adani,
Cristina Grimaldi Fava, Antonella Mampieri. Testi in catalogo di: Giuseppe
Adani, Fausto Gozzi, Cristina Grimaldi Fava, Antonella Mampieri, Eugenio
Riccomini, Luigi Samoggia. Schede opere in mostra di: Marco Cecchelli, Fausto
Gozzi, Antonella Mampieri, Luigi Samoggia. Dal 27 novembre 2011 al 11 marzo
2012. Orari di apertura: da martedì a domenica: 9.30-12.30/14.30-18.30; chiuso
il lunedì. Ingresso gratuito (prenotazione obbligatoria per scolaresche e
gruppi).
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![05e[2].JPG](arte_file/image113.jpg)
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MUSIC E GALLIANO A
LEGNANO
Dopo il successo di Rodin. Le origini del genio, con 40.000 visitatori, Legnano propone
un’esposizione di rilievo storico e critico, dedicata a Zoran Music (Gorizia,
1909 – Venezia, 2005), una delle personalità più riconosciute dell’arte
italiana del Novecento. La rassegna, sotto l’Alto Patronato del Presidente
della Repubblica Italiana, è organizzata dal Comune di Legnano, in
collaborazione con la Provincia di Milano, col patrocinio della Regione
Lombardia, dell’Ambasciata della Repubblica di Slovenia a Roma, del Consolato
Generale Onorario della Repubblica di Slovenia in Lombardia, col contributo
della Fondazione Ticino Olona e il sostegno economico della società STF Spa,
quale main sponsor, ed economico e tecnico di Amga Legnano Spa, Reale Mutua
Assicurazioni Agenzia Marco Minesi di
Legnano, Butterfly Transport Srl, Welcome Hotel di Calini Immobiliare Srl -
Legnano, Lauretana Spa, Camera di Commercio di Milano e Confcommercio Imprese
per l’Italia – Milano, Lodi, Monza e Brianza, Allemandi Editore Spa. Curata da
Flavio Arensi, direttore artistico di SALe – Spazi Arte Legnano, l’iniziativa,
dal titolo Se questo è un uomo,
presenta ottanta opere – più di 50 dipinti, oltre a disegni, acquerelli,
tecniche miste e incisioni – in grado di ripercorrere, attraverso i suoi cicli
più importanti, la carriera dell’artista che meglio ha saputo unire tematiche e
visioni dei grandi maestri europei che hanno indagato l'umanità. Music è stato
celebrato dalle più importanti istituzioni italiane e straniere, come
testimonia l’ampia retrospettiva del Grand Palais di Parigi nel 1995, oltre a
quelle di Villa Medici a Roma e di Palazzo Reale a Milano nel 1992, del Musée
d’Art Moderne della capitale francese (la prima antologica di un artista ancora
vivente) e alle varie partecipazioni alla Biennale di Venezia. La mostra
legnanese ruota attorno al fulcro costituito dal ciclo Noi non siamo gli ultimi, iniziato negli anni Settanta, dedicato al
dramma della deportazione e dell'internamento nel campo di Dachau della
Germania nazista, unanimemente considerato dalla critica internazionale il più
interessante e intenso nucleo pittorico del maestro. Vengono esposti anche
alcuni disegni del 1945 realizzati proprio a Dachau. Questi disegni e molti dei
dipinti del ciclo sono totalmente inediti per l'Italia, essendo stati per lungo
tempo in collezioni private americane e da poco rientrati in Europa. Sette sono
le sezioni che compongono il percorso della retrospettiva, all’interno del
quale si osserva come, dai paesaggi dalmati fino alle ultime estreme figure
degli anni Novanta, passando attraverso i motivi vegetali o le vedute urbane,
il linguaggio di Music usi una medesima grammatica poetica, ponendo sempre al
centro della propria analisi il “nodo” umano, l'esperienza esistenziale. Si
tratta, dunque, di una sorta di viaggio che rimanda ai singoli nuclei
pittorici, unendo tutti i periodi storici, dagli esordi degli anni Quaranta,
fino alle ultime realizzazioni. All'interno del mondo di Music si sente
costantemente una forte attrazione per la vita, in ogni sua particolare
declinazione e forma. I grandi pini si trasformano così nelle mani aguzze dei
morti, che tornano in forma di corda
usata per i moli veneziani, e i grandi territori dalmati sono una
amplificazione dei confini della serie litografica della Cadastre de cadavres - un doloroso cumulo di corpi scheletrici
senza vita - mentre gli autoritratti e i ritratti dell’amata moglie Ida, o le
figure uncinate, sono la trasfigurazione del mistero della vita, tutto con un
ritmo pittorico unico fra gli artisti del secolo scorso. Per il Sindaco di
Legnano Lorenzo Vitali «Le nuove iniziative espositive rappresentano, dopo il
grande successo di Rodin, la continuazione di un impegno ormai decennale
dell’amministrazione legnanese nel campo dell’arte. In un periodo
economicamente difficile, la città tiene fede a un progetto culturale forte che
in questi anni ha portato sul territorio artisti di importanza internazionale,
con grandi riscontri sia di pubblico che di critica. La cultura si conferma
dunque un bisogno fondamentale per tutti, tanto più in periodi duri, poiché
porta alle persone ricchezza interiore e identitaria, insieme ad una speranza
per il futuro». L’esposizione, che apre l'anno di iniziative legate alla
Slovenia e a Maribor capitale della cultura europea 2012, si avvale di un
comitato scientifico composto da Flavio Arensi, Adriano Baccilieri, direttore
Accademia di Belle Arti di Bologna, Flaminio Gualdoni, preside del Dipartimento
di comunicazione e didattica dell'arte all’Accademia di Belle Arti di Brera,
Luca Beatrice, critico e storico dell'arte, Gojko
Zupan, storico dell'arte e tra i maggiori esperti di Music, Lorenzo
Respi, curatore, Davide W. Pairone, ricercatore all’Università per Stranieri di
Perugia. L’iniziativa s’inserisce in linea di continuità con l’attività di SALe
– Spazi d’Arte Legnano, nel solco tracciato dalle monografiche dedicate a
Francisco Goya, Käthe Kollwitz, Varlin, Leonardo Cremonini che di Music sono
stati colleghi e compagni di viaggio o semplicemente dei maestri da cui trarre
ispirazione. Catalogo Umberto Allemandi & C (€ 19 in mostra; € 22 in
libreria) con testi di Flavio Arensi, Gojko
Zupan, Lorenzo Respi, Davide W. Pairone, Marco Vallora, e una
testimonianza su Music del grande scrittore italo-sloveno Boris Pahor. Anton
Zoran Music nasce il 12 febbraio 1909 nel
villaggio di Bukovica presso Gorizia, all’epoca città sotto il dominio
austro-ungarico, oggi Slovenia. Nel 1922 segue la famiglia in Austria, dove
realizza i primi disegni. Tra il 1930 e il 1935 frequenta l’Accademia di Belle
Arti a Zagabria, allievo del pittore croato Babic, formatosi presso Von Stuck a
Monaco. Sempre nel 1935, conclusi gli studi, soggiorna a Madrid e a Toledo.
L’anno seguente risiede in Dalmazia. Partecipa a due mostre collettive a
Zagabria e Lubiana (1941-1942). In seguito all’occupazione italiana di
territori dalmati e sloveni, rientra a Gorizia. Nel 1943 espone a Trieste
(Galleria De Crescenzo) e alla Piccola Galleria di Venezia. Nel 1944 le SS lo
deportano a Dachau, dove disegna in una febbrile e segreta attività le vittime
dell’Olocausto. Dall’aprile del 1945 è libero. Torna a Venezia, dove dipinge i
primi Cavallini, che diverrano un soggetto tipico, assieme alle serie delle
Zattere e di San Marco. Nel 1948 espone a Venezia (Biennale) e a Roma (Galleria
l’Obelisco). Kokoschka visita più volte il suo studio, molto frequentato anche
da Campigli. Vende diversi dipinti alla contessa Pecci-Blunt e alla principessa
Caetani (sue collezioniste). Soggiorna spesso in Svizzera, specie a Zurigo e vi
esegue le prime litografie (1948), incide per la prima volta a puntasecca nel
1949 a Venezia (le più antiche acqueforti risalgono invece al 1955). Vince,
assieme a Corpora, il Premio Parigi per la pittura (1951), esponendo quindi
alla Galérie de France a Parigi (1952), con la quale stipula un contratto che
gli consente di stabilirsi nella città francese (1953). In questo periodo si
afferma professionalmente. Ha uno studio a Montparnasse, un altro presso
l’Accademia di Venezia; si fa conoscere a New York (1953-1954), Londra e
partecipa alla Quadriennale romana con una sala personale (1955). Ottiene il
Premio della Grafica alla Biennale Internazionale di Venezia (1956), alla
Biennale di Lubiana (1957) e il Premio UNESCO alla Biennale veneziana (1960).
Nel frattempo incrementa l’attività d’incisore e, più tardi, di litografo. Nel
1962 viene pubblicato il catalogo completo dei suoi disegni dal 1947 al 1961,
anno peraltro cui risale l’avvio di una produttiva collaborazione con il
gallerista Ugo Meneghini. Vanno citate le ampie retrospettive svoltesi a Parigi
(1972), Darmstadt (1977), Venezia (1980), e l’antologica del Grand Palais di
Parigi (1995) e le mostre “Music opere” 1946-1985, Venezia, Ala Napoleonica e
Museo Correr (1985) e “Zoran Music” all’Accademia di Francia in Roma (1992).
Muore nel 2005 a Venezia. In contemporanea, Palazzo Leone da Perego di Legnano
ospiterà Urbi et Orbi, la personale
di Daniele Galliano, uno dei principali protagonisti della pittura figurativa
del nostro paese a partire dagli anni Novanta, che ha iniziato portando
all’estremo l’idea di corpo per poi indagare il paesaggio e gli spazi aperti
con una ricerca tutta interna al linguaggio della pittura, ben aldilà
dell’immagine stessa. La mostra, curata da Luca Beatrice, presenta un corpus di
quindici dipinti dell’artista torinese (Pinerolo, 1961). La sua pittura implica
un tempo che si concentra sulla dimensione del momento attuale, privo di passato
e di futuro. I suoi quadri più attuali hanno inquadrature non frontali, spesso
pochi colori e propongono una prospettiva priva di profondità per marcare la
loro dimensione assoluta in un presente in continuo movimento. Il linguaggio
espressivo dell’artista, fin dagli esordi, si caratterizza per quel lasciare in
voluta evidenza il fatto che ogni dipinto è tratto da una foto, oppure nasce da
un’immagine vista, catturata e rielaborata attraverso una forte componente
emotiva. In catalogo, testi di Luca Beatrice, Flavio Arensi, Silvia Bottani.
Maurizio Cozzi, assessore alla cultura della città di Legnano, sottolinea «la
grande attenzione che la città dedica ai maestri della nostra contemporaneità.
Music, d'altronde, ha caratterizzato il dialogo fra la cultura mediterranea e
quella nordeuropea, traducendo in pittura il dramma che ha segnato il nostro
continente, ma senza trasformalo in una presa di posizione faziosa, invece
richiamando tutti gli uomini ai propri doveri di esseri civili. Anche Galliano
dimostra un'attenzione particolare per l'uomo, in tutte le sue dimensioni, da
quella intima e sessuale, fino ai grandi raduni di massa, ed è un piacere per
la città cercare un confronto fra due personalità tanto potenti nell'uso del
linguaggio pittorico». Catalogo Umberto
Allemandi & C. (€ 21 in mostra; € 24 in libreria). Daniele Galliano
nasce a Pinerolo (To) nel 1961. Completamente autodidatta, da ragazzo dipinge
ritratti di turisti in Liguria e studia i grandi maestri e la storia della
pittura. Incoraggiato da alcuni suoi giovani colleghi, presenta i suoi lavori
all’Unione Culturale di Torino nel 1991, ottenendo immediato successo e
iniziando a collaborare con alcune prestigiose gallerie italiane, tra cui In
Arco, Torino, Studio Cannaviello, Milano, Studio Raffaelli, Trento, Marco
Noire, Torino. Nel 1996 tiene la sua prima personale da Annina Nosei a New
York, esponendo diverse volte all’estero – Galerie Voss, Düsseldorf, Galeria
Districto Cu4tro, Madrid, Livingstone Gallery, De Haag, Esso Gallery, New York,
Södertälje konsthall, Svezia. Nel 2009 ha rappresentato l'Italia alla Biennale
di Venezia. Vive e lavora a Torino. “Zoran Music. Se questo è un uomo”. egnano,
Palazzo Leone da Perego (via Gilardelli, 10). Dal 19 novembre 2011 al 19
febbraio 2012. “Daniele Galliano. Urbi et
Orbi”. Legnano, Palazzo Leone da Perego (via Gilardelli, 10). Dal 19
novembre 2011 al 19 febbraio 2012. Orari: martedì - venerdì 14.00 - 19.00
(chiusura biglietteria 18.30); sabato e domenica e festivi 10.00 - 19.00
(chiusura biglietteria 18.30); chiuso lunedì, Natale e Capodanno; lunedì 26
dicembre 2011 dalle 10.00 alle 19.00 (chiusura biglietteria 18.30). Per informazioni: tel. 0331.471335.
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A CONEGLIANO BERNARDO
BELLOTTO
Dopo il successo della mostra dedicata a
Cima da Conegliano, con oltre 110.000 visitatori, Palazzo Sarcinelli di
Conegliano si appresta a ospitare un’altra iniziativa di grande importanza
storico-artistica. Dall’11 novembre 2011 al 15 aprile 2012, le sale del palazzo
cinquecentesco, nel cuore della città veneta, si apriranno alle opere di
Bernardo Bellotto (1722-1780) e dei maggiori vedutisti del Settecento. Sotto
l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, promossa dal Comune di
Conegliano e Unascom Confcommercio della Provincia di Treviso, prodotta e
organizzata da Artematica, con il patrocinio del Ministero per i Beni e le
Attività Culturali, della Regione del Veneto e della Provincia di Treviso,
l’iniziativa sarà realizzata grazie all’imprescindibile partnership con
Assicurazioni Generali, PromoTreviso, Unindustria Treviso; sponsor: Fondazione
Antonveneta, Stefanel. L’esposizione, curata da Dario Succi, ripercorrerà,
attraverso 70 opere, l’intera avventura artistica di uno dei massimi esponenti
del vedutismo veneziano, capace di sfruttare genialmente le scoperte e le
conquiste tecniche dello zio Antonio Canal detto Canaletto, nella cui bottega
Bellotto entrò come apprendista nel 1736. Tra le importanti istituzioni
pubbliche e private, italiane ed estere, che hanno concesso in prestito i loro
capolavori, spiccano la Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda, il Liechtenstein
Museum di Vienna, il Castello Reale di Varsavia, la Pinacoteca di Brera di
Milano, l’Accademia Carrara di Bergamo, Palazzo Barberini di Roma, le Gallerie
dell’Accademia di Venezia, la Galleria Nazionale di Parma, il Gabinetto dei
Disegni e delle Stampe della Pinacoteca Nazionale di Bologna, la Civica
Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli di Milano. L’itinerario artistico di
Bernardo Bellotto sarà scandito attraverso le tappe fondamentali della sua
carriera, dalle vedute di Venezia e delle città italiane – Firenze, Roma,
Milano, Torino – a quelle delle capitali europee: Dresda, Vienna, Varsavia. Il
percorso espositivo si aprirà con i dipinti giovanili dedicati alla città di
Venezia, nei quali si rivelano le peculiari qualità stilistiche del maestro.
Mentre nel Rio dei Mendicanti e la Scuola
di San Marco, conservato nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, la
veduta risulta ancora legata ai modelli canalettiani, assimilati durante il
periodo di apprendistato, in altri dipinti, come nel Campo Santi Giovanni e Paolo, l’artista già rivela la propria
cifra pittorica, caratterizzata da un’accurata definizione delle strutture
architettoniche, da una luminosità argentea, da ombreggiature decise, dal verde
smeraldo dell’acqua. Al primo soggiorno a Dresda, durato dal 1747 al 1758,
appartengono tre spettacolari tele di grandi dimensioni (135 x 240 cm),
provenienti dalla prestigiosa Gemäldegalerie di Dresda, raffiguranti la città
di Pirna, sul fiume Elba, a pochi chilometri dalla capitale della Sassonia. In
questi quadri, veri paesaggi pastorali, Bellotto pone in risalto il carattere
idilliaco della zona rurale attraversata dal grande corso d’acqua. Il capolavoro
del Liechtenstein Museum di Vienna, Il
‘palazzo in villa’ Liechtenstein a Vienna visto da est, è rappresentativo
del periodo viennese. La tela, realizzata tra il 1759 e il 1760, è un esempio
di come Bellotto, figlio della tradizione vedutistica veneziana, superi la
rappresentazione puramente documentaria dei palazzi e dei giardini viennesi,
tipica della pittura austriaca dell’epoca. Bellotto costruisce la veduta come
una prospettiva teatrale barocca, ponendo in primo piano le figure destinate a
diventare protagoniste della scena – in questo caso, il principe Josef Wenzel,
la consorte e un’altra dama – i giardini, in tutta la loro profondità e, sullo
sfondo, il belvedere e il palazzo. Al periodo polacco (1767-1780), l’ultimo
dell’evoluzione stilistica, verrà riservata un’attenzione particolare. Lasciata
Dresda con l’intenzione di recarsi a San Pietroburgo, Bellotto fece una sosta a
Varsavia dove fu accolto come pittore della corte del re Stanislao Augusto. La
protezione sovrana gli consentì di recuperare l’agiatezza economica e quel
prestigio professionale che si era attenuato nel secondo soggiorno a Dresda
(1762-1767). L’ambizioso monarca polacco aveva invitato artisti provenienti dai
maggiori centri europei per organizzare la nascente Accademia di Belle Arti e
costituire una prestigiosa collezione. Nell’ambito dei progetti di Stanislao
Augusto rientrava l’edificazione del Castello di Ujazdow, per il quale Bellotto
realizzò le prime vedute di Varsavia e un ciclo di sedici vedute romane,
databili al 1768-1769, ispirate alle incisioni di Giambattista Piranesi. L’idea
di accostare l’immagine di Varsavia a quella di Roma scaturì negli ambienti più
vicini al re, forse con il contributo dello stesso Bellotto, perché la capitale
polacca stava vivendo in quegli anni un momento di grande splendore. Verso la
fine del XVIII secolo, Varsavia, con oltre 100.000 abitanti, era tra le città
più popolate del continente europeo: lo sviluppo era stato favorito da un ceto
finanziario, legato agli ambienti aristocratici, che vedeva nella Corte reale
il fulcro di una vita culturale e scientifica capace di aumentare il prestigio
al di fuori dei confini nazionali. Una delle caratteristiche delle vedute di
Bellotto del periodo polacco è il realismo delle scene di genere inserite nelle
vedute, esemplificato in alcuni capolavori eccezionalmente presenti a
Conegliano, tra cui la Chiesa di S. Croce
e la Veduta del Sobborgo Cracovia dalla Colonna di Sigismondo,
provenienti dal Castello Reale di Varsavia. Bellotto
riprodusse con cura i dettagli delle architetture cittadine e i ritratti di
alcuni personaggi, conferendo alle sue opere una grande attendibilità
documentaria. Nel Palazzo di Wilanów visto dal parco – pure
presente a Palazzo Sarcinelli – l’artista ritrasse l’allora ottantenne August
Czartoryski, zio di Stanislao Augusto, con la moglie Maria Zofia, la figlia
Izabella Lubomirska e la nipote Julia, su richiesta del sovrano che intendeva
rendere omaggio alla famiglia di sua madre Konstancja. Una particolare
attenzione sarà dedicata alla sezione dedicata all’attività incisoria, ponendo
a confronto i dipinti e le straordinarie acqueforti di cui Bellotto fu uno dei
massimi maestri del tempo. Ricche di gustose scene tratte dalla vita quotidiana
popolare, le incisioni, quasi tutte di grandi dimensioni, hanno il merito di
restituirci le immagini settecentesche di Dresda e di Varsavia. In una di esse
Bellotto si è autoritratto mentre sta dipingendo, accanto al re Stanislao
Augusto, una veduta della capitale polacca. Il percorso espositivo verrà
completato da una ristretta, ma qualitativamente superba, selezione di opere
dei grandi maestri del vedutismo - Canaletto, Carlevarijs, Marieschi, Francesco
Guardi, Bernardo Canal - che con le loro innovazioni stilistiche hanno
contribuito a diffondere universalmente il fenomeno del vedutismo e l’immagine
di Venezia. La selezione mirerà a far comprendere l’ambiente culturale e
artistico in cui si sviluppò la pittura di Bellotto e il suo modo di costruire
equivalenze pittoriche della realtà, consentendo contemporaneamente al
visitatore di cogliere l’evolversi della produzione vedutistica lungo l’arco
del Settecento. Catalogo Marsilio editori. Il genere pittorico del vedutismo è
stato oggetto negli ultimi decenni di molteplici studi, legati ad iniziative
espositive che hanno sottolineato il crescente favore del pubblico per quello
che viene concordemente considerato come il fenomeno più innovativo e
caratterizzante nell’arte europea del XVIII secolo. La peculiarità delle caratteristiche
ambientali e architettoniche e la presenza di alcuni maestri particolarmente
dotati fecero di Venezia il luogo ideale per la sperimentazione di un nuovo
modo di ritrarre la capitale della Repubblica Serenissima, fissandola in una
dimensione senza tempo. Se Luca Carlevarijs contribuì in maniera decisiva alla
svolta antibarocca dell’arte veneta evocando nei dipinti l’atmosfera distintiva
della città e il valore mitico di una vicenda storica millenaria, Canaletto
utilizzò quegli esempi per elaborare un repertorio di immagini organizzato con
coerenza stilistica e una qualità espressiva assolutamente incomparabili. Su un
piano diverso si svolge l’attività di Michele Marieschi che, riproducendo la
città scenograficamente come un Gran
Teatro, aprì la via alle visioni panoramiche di Francesco Guardi. Bernardo
Bellotto, entrato giovanissimo come apprendista nell’atelier dello zio, il Canaletto, si trovò in una condizione di
assoluto privilegio, essendosi risparmiato un faticoso iter formativo, per affrontare direttamente gli specifici problemi
del vedutismo. Questo vantaggio consentì all’allievo, prodigiosamente dotato,
di bruciare le tappe di una carriera folgorante, portandolo ad operare al
servizio delle prestigiose corti di Torino, Dresda, Vienna, Monaco, Varsavia.
Le capitali europee vennero ritratte in opere di raro incantesimo, dove
l’equilibrio delle atmosfere immobili e la resa lenticolare degli edifici e
degli elementi paesaggistici si traduce in una pittura capace di conciliare la
limpidezza ottica della descrizione con la totalità dell’adesione sentimentale.
Facendosi interprete dei principi di civiltà illuministica, l’artista immerse
le vedute in una luce cristallina, tendenzialmente algida, che rende uniforme
la nitidezza dei volumi architettonici quale che sia la distanza dall’occhio
dell’osservatore: nulla deve turbare il rarefatto equilibrio espressivo, la
fiducia in un’esperienza ordinata, la suggestione di una gabbia prospettica
evocante uno spazio urbano perfettamente misurabile. Quando nel 1747 Bellotto
giunse in Sassonia per operare al servizio della più illuminata corte europea,
Dresda era diventata il centro di irradiazione dell’arte e della cultura tardo
barocche e il suo aspetto aveva subìto un profondo cambiamento per la
lungimirante politica urbanistica e architettonica di Augusto il Forte e di
Augusto III, impegnati a trasformare la capitale in una città di abbagliante
bellezza. L’arrivo di Bellotto coincise con l’ultimazione della maggior parte
dei cantieri: la città ricostruita “secondo ragione” era pronta e l’artista
veneziano ne divenne il cantore geniale in una stupenda serie di vedute. La
realtà fenomenica diventa forma urbis
ideale e, come la Venezia di Canaletto, (tramite le acqueforti di Antonio
Visentini), anche la “Venezia del Nord” di Bellotto assurse a mito la cui
divulgazione a livello internazionale venne affidata alle splendide traduzioni
incisorie delle vedute. Dalla corte di Dresda Bernardo Bellotto si trasferì a
Varsavia dove trascorse gli ultimi anni della sua vita al servizio di re
Stanislao Augusto, collaborando all'organizzazione della nascente Accademia di
Belle Arti e alla realizzazione dei progetti artistici del sovrano polacco.
“Bernardo Bellotto. “Il Canaletto delle Corti europee“. Conegliano,
Palazzo Sarcinelli (via XX settembre, 132). Dal 11 novembre 2011 al 15 aprile
2012. Orari: lunedì – giovedì: 9.00 - 19.00; venerdì - sabato: 9.00 - 21.00; domenica: 9.00 -
20.00 (Ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura). La mostra resterà
chiusa nei giorni 24, 25 e 31 dicembre. Domenica 1° gennaio 2012 sarà aperta
dalle 13 alle 21. Apertura speciale il 9
aprile (lunedì di Pasqua): 9.00 - 21.00. Biglietti: Intero: 10 €. Ridotto: 8 €:
studenti universitari fino a 26 anni con tessera o libretto universitario,
tesserati TCI, tesserati CTS, tesserati FAI, tesserati ARCI, over 60, soci
UNPLI, residenti comune Conegliano dal lunedì al venerdì, altre categorie convenzionate. Ridotto
speciale: 5 €: fino a 18 anni non compiuti. Ingresso gratuito: bambini fino a 5
anni, disabili con accompagnatore, soci Icom, guide turistiche autorizzate
della Regione Veneto. Speciale Famiglia: 8 € per gli adulti (per nuclei formati
da 2 adulti e almeno 1 minorenne). Ridotto gruppi solo su prenotazione: 7
€: da



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LEONARDO E MICHELANGELO
A ROMA
È la prima volta che si propone al grande pubblico un approfondito confronto fra i due Maestri del Rinascimento italiano, attraverso l’esposizione di sessantasei disegni: quelli di Leonardo provengono dalla collezione della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, quelli di Michelangelo dalla Fondazione Casa Buonarroti di Firenze. L’esposizione nasce infatti dalla collaborazione - attiva da tempo - tra la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, depositaria di uno sterminato patrimonio grafico leonardesco e la Fondazione Casa Buonarroti di Firenze che conserva oltre duemila autografi di Michelangelo tra disegni e carte dell’Archivio Buonarroti. “Leonardo e Michelangelo. Capolavori della grafica e studi romani” è la mostra a cura di Pietro C. Marani e Pina Ragionieri, su progetto scientifico di Fondazione Casa Buonarroti di Firenze, Veneranda Biblioteca Ambrosiana e Fondazione Cardinale Federico Borromeo che dal 27 ottobre 2011 al 19 febbraio 2012 è allestita negli spazi di Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini a Roma. È un evento speciale, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica Italiana, promosso da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico - Sovraintendenza ai Beni Culturali - Commissione Cultura, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Arcus S.p.a., Regione Lazio e Provincia di Roma, organizzato dall'Associazione Culturale Metamorfosi e da Zètema Progetto Cultura. Si tratta di un evento di alta portata scientifica, che ha avuto, nella primavera scorsa, un preludio con la presentazione in Casa Buonarroti di una ventina di disegni di Leonardo e di Michelangelo in una preziosa mostra dal titolo “La scuola del mondo”. Il nome della mostra fiorentina si riferiva agli affreschi sul tema della Battaglia di Anghiari e della Battaglia di Cascina, che i due artisti dovevano dipingere, a gara, nella Sala del Maggior Consiglio, oggi Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio a Firenze. Le due opere non vennero portate a termine, ma gli studi preparatori furono importanti e ammiratissimi, tanto da essere definiti da Benvenuto Cellini la “scuola del mondo”. La mostra romana partirà dai capolavori grafici delle due collezioni, per considerare poi l’attività romana dei due artisti, indagando nel contempo passioni e personali interessi dei Maestri, quali la pratica di cantiere per Michelangelo e l’ottica per Leonardo. La mostra proporrà, nella sezione iniziale “Capolavori tra Capolavori”, un andamento speculare tale da rivelarsi una occasione davvero rara e imperdibile di riflessione sui due sommi artisti del Rinascimento italiano, spesso considerati “rivali” ma che invece sempre guardarono l’uno all’opera dell’altro con grande e reciproco interesse. Nove capolavori di Leonardo documenteranno l’attività nel campo delle invenzioni meccaniche, dell’arte e dell’architettura militare, dell’idraulica e nello studio della geometria, del volo degli uccelli e del volo meccanico, offrendo una panoramica esemplificativa del vasto raggio delle sue ricerche. A questi faranno da contraltare i nove più celebri disegni di Michelangelo della Collezione della Casa Buonarroti, come il celebre Nudo di schiena riferibile alla Battaglia di Cascina, l’enigmatica Cleopatra, la Testa di Leda (forse il più bel volto tra i disegni michelangioleschi). Sarà poi interamente dedicata al soggiorno romano di Leonardo la sezione “Appunti su Roma e studi romani di Leonardo”, che affronta diversi aspetti in altrettante sotto-sezioni: l’amore per “l’Antico”, per l’“Architettura” (in cui gli studi leonardeschi toccheranno anche un soggetto, la Basilica di San Pietro in Vaticano, poi affrontato da Michelangelo in prima persona), l’interesse per “Specchi, Ottica e Geometria”, l’attenzione per i “Disegni di figura”. A seguire, il percorso della mostra conduce il visitatore alla sezione che approfondisce il lavoro di Michelangelo attraverso le sotto-sezioni “Michelangelo: utopia e pratica di cantiere” e “Michelangelo notomista” e un nucleo di fogli romani su “Michelangelo, Cappella Sistina e Cappella Paolina”. Al termine di ciascuna delle due sezioni, quella su Leonardo e quella su Michelangelo, viene proposta “A seguito del genio” due piccole selezioni di alcune opere di particolare rilevanza create da artisti che, nel caso di Leonardo, appartennero alla sua scuola e, nel caso di Michelangelo, subirono la forte influenza del Maestro.





VAN GOGH A
GENOVA
“Van
Gogh e il viaggio di Gauguin” è una mostra destinata a fare epoca. Senza alcun dubbio.
Non fosse altro che per la sequenza mozzafiato di capolavori che, dal 12
novembre di quest’anno al 15 aprile del 2012, verrà riunita a Palazzo Ducale di
Genova. Tutto intorno al tema del viaggio: viaggio come esplorazione
geografica, viaggio negli spazi e nelle culture ma anche, e quasi soprattutto,
viaggio dentro di sé. Per quest’impresa, che per dimensioni non ha molti
precedenti in Italia, il Comune di Genova, Goldin e Palazzo Ducale hanno
ottenuto collaborazioni di assoluto rilievo, a cominciare dai due main sponsor
della mostra. Al partner storico, il Gruppo Euromobil dei fratelli Lucchetta,
che con questa mostra festeggia i quindici anni di collaborazione con Goldin e
Linea d’ombra, si affianca un nome che non ha bisogno di presentazioni, come il
Gruppo UniCredit, che ha molto apprezzato questa proposta in grado di unire il
fascino della sperimentazione al senso di una apertura verso il vasto pubblico
degli appassionati. Il viaggio che Goldin propone a Palazzo Ducale trova il
centro ideale, così come effettivamente starà al centro del percorso
espositivo, nell’opera simbolo degli interrogativi di una vita d’artista, quel
“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” che Gauguin volle come suo
testamento nel 1897, avendo deciso di fuggire da ciò che ormai gli pareva
insopportabile, ricorrendo all’arsenico, secondo un tentativo di suicidio che
poi fallì. Quest’opera, maestosa e sublime, quattro metri di lunghezza per uno
e mezzo di altezza, in Italia non si è mai vista, e in Europa una sola volta, a
Parigi una decina di anni fa. Il Museum of Fine Arts di Boston, che l’ha eletta
a suo simbolo e dove è custodita, fa un’autentica eccezione, concedendola solo
per la quarta volta in un secolo. Prestito davvero epocale. Tanto per dire, è
stata rifiutata anche alla più grande mostra mai realizzata su Gauguin e
coprodotta dalla Tate di Londra e dalla National Gallery di Washington, dove si
è conclusa nella scorsa primavera. Anche per ammirare solo questo capolavoro
sommo, varrebbe la pena di fare il viaggio a Genova. Marco Goldin, che della
mostra è il curatore e l’organizzatore, non nasconde come questa sia la mostra
dei suoi sogni: l’ha cullata per oltre un decennio, mentre egli veniva via via
aprendo tante rassegne rimaste famose, e intessendo quei rapporti internazionali
che oggi consentono di realizzarla con tutte le opere “giuste”, a raccontare di
viaggi in capo al mondo e di altri dentro quell’immensità ancora più dilatata
che è la propria anima. O il campo del proprio cuore. E Goldin racconta come la
suggestione per questo tema fosse nata, ormai trent’anni fa, da una di quelle
letture “obbligate” per un ventenne, come “On the road” di Jack Kerouac. E
infatti tutto il primo capitolo del volume che Goldin ha scritto, e che
accompagnerà al posto del catalogo l’esposizione, è dedicato alla riflessione
sul tema del viaggio partendo dal libro celeberrimo del narratore americano.
Con Gauguin il titolo cita, non a caso, Vincent van Gogh. Di lui a Genova,
grazie ai prestiti eccezionali del Van Gogh Museum di Amsterdam e del
Kröller-Müller Museum di Otterlo, partner storici di Goldin, troveremo ben 40
opere (di cui 10 disegni), nessuna casuale, tutte “a tesi”. A raccontare di una
vita che è un viaggio nel colore e nell’abisso, verso la luce del Sud e nel
buio del proprio male di vivere. Viaggio che conduce e viaggio che sigilla,
testimoniato dal celeberrimo “Autoritratto al cavalletto” dipinto nel 1888,
strepitoso prestito del Van Gogh Museum o nei voli neri sopra le messi gialle
del “Campo di grano sotto un cielo nuvoloso” dipinto ad Auvers appena tre
settimane prima della morte, opera questa che manca alla visione diretta del
pubblico addirittura da quarant’anni. Poi il “Seminatore”, in mostra nella sua
versione più famosa e citata, dipinta ad Arles, simbolo di una speranza in
future, migliori germinazioni, accanto alle “Scarpe” cui l’artista dedica un
omaggio tenero e forte, simbolo quant’altri mai della terrena quotidianità del
camminare. Le “Scarpe” saranno inserite all’interno della ricostruzione della
camera di Van Gogh ad Arles, assieme a due paesaggi di Morandi a Grizzana del
1943. Per dire come il viaggio parta dal luogo chiuso di una stanza e da lì si
allarghi alle strade del mondo. Tutti i dieci disegni in esposizione, mai visti
in Italia così come la quasi totalità dei dipinti, e che rappresentano un
contributo straordinario del solo Van Gogh Museum, sono stati scelti da Goldin,
con la collaborazione di Chris Stolwijk, capo delle collezioni del grande museo
olandese, per la precisa relazione con i dipinti che saranno presenti a Genova.
Dunque anche qui, nessuna scelta dettata dalla casualità o anche solo dal
desiderio di stupire. Lo stupore nasce invece dal preciso accordo tra contenuto
e immagine. E tutto intorno altri viaggi, in e da due continenti: America ed
Europa. Quella americana è pittura che esprime l’esplorazione di territori
sconosciuti, enunciazione di uno spazio che si identifica con una nazione
nuova. Due pittori soltanto a rappresentare, nel XIX secolo, questo anelito,
questo pathos, questa forza primordiale che autorizza il viaggio verso l’ignoto
di un luogo che si desidera incontrare e quasi abbracciare. Se questo abbraccio
non fosse quasi esagerato per la sua dimensione. Edwin Church, il pittore
dell’Est, della valle del Hudson, della costa del Maine, e poi Albert
Bierstadt, il pittore dell’Ovest, della scoperta di Yellowstone e di Yosemite.
E con un salto di qualche anno, il viaggio sulle rive dell’Oceano Atlantico, e
precisamente a Prout’s Neck lungo la stessa costa del Maine, di Winslow Homer.
A cavallo dei due secoli, Homer conclude il suo viaggio nella solitudine di
acque tempestose, nel buio di un gorgo che si specchia contro la nera
nuvolaglia del cielo. Quella costa del Maine che anche uno straordinario
pittore come Andrew Wyeth racconterà per tutta la seconda metà del XX secolo
raccogliendo la tradizione figurativa oltre che di Homer anche di Edward
Hopper, colui che ha saputo isolare il senso del viaggio nella provincia
americana all’interno di una muta sillaba, di un impressionante silenzio. Che
ha saputo altresì isolare il senso del viaggio interiore in alcune sue
celeberrime figure pensose e mute. Da certe anse di buio e notte di Hopper, la
mostra ripartirà per indicare le superfici quasi monocrome di Mark Rothko, per
uno dei viaggi nell’interiorità più straordinari che la storia della pittura
ricordi. Viaggio che sente le profondità del territorio e delle acque e tutto
trasforma in lividi accenni d’onda. Ma che vivrà anche nell’esaltante
confronto, fianco a fianco sulla parete, tra i neri e le terre di Rothko stesso
e le marine quasi identiche di Turner un secolo e mezzo prima. E poi mareggiate
che Richard Diebenkorn rovescia nei suoi fulminanti Ocean Parks, guardando da
una finestra alta sul Pacifico il trafficato scorrere dei fili dell’elettricità.
E se qui si chiuderà la sezione americana, quella dedicata alla pittura europea
partirà dal viaggio della mente davanti all’infinito di Caspar David Friedrich,
una piccola barca che va nella nebbia e si dirige. Mentre William Turner si
confonde – materia nella materia, colore nel colore, cenere nella cenere, acqua
nell’acqua, fuoco nel fuoco, pittura nella pittura – nel gorgo di un viaggio
che sposa la potenza degli elementi. Il viaggio di Paul Gauguin sarà agli
antipodi, e il grande quadro lo rappresenterà tutto, isolato nella penombra di
una vasta sala nella quale eccezionalmente è stata ricostruita la capanna di
Gauguin stesso a Tahiti. Poi il viaggio di Claude Monet sarà nel recinto
protetto del giardino di Giverny, nella fioritura delle ninfee come ghirlande.
Il viaggio di Monet è dentro la luce che tocca l’occhio e rivela i colori, ne
autorizza la dissolvenza. Poi ancora il viaggio mentale di Wassily Kandinsky,
quel viaggio che ha a che fare quotidianamente con la visione accidentata, talvolta
persino malata, che si costruisce nella forma che genera sogni e incanti,
tremori e memorie. Viaggio che è cosa prettamente legata alla cultura europea
della prima metà del XX secolo. E che a metà di quel secolo, in una sorta di
epico, e anche tragico, parallelo con Rothko, vede sulla scena il percorso
straziato di Nicolas de Staël. Ma nel mezzo, monumentale e tragico, accidentato
e splendente, Van Gogh continua a giganteggiare, con i suoi campi di grano
sorvolati dai corvi o con le fioriture gentili nei parchi. Van Gogh che è il
cuore e l’anima di questa mostra straordinaria, che per questo ne allinea tanti
e motivati dipinti. E poi l’epocale prestito del “Da dove veniamo? Chi siamo?
Dove andiamo?” di Gauguin. E accanto a essi tanti altri capolavori da Hopper a
Kandinsky. Non sarà inutile davvero viaggiare fino a Genova. “Van Gogh e il
viaggio di Gauguin”. Palazzo Ducale (Piazza Matteotti 9 - 16123 Genova). Dal 12
novembre 2011 al 15 aprile 2012. Orario mostra: lunedì-venerdì: 9-19; sabato e
domenica: 9-20. Chiuso 24, 25, 31 dicembre 201; 1gennaio: 10-20. Info e
prenotazioni: Call center Tel. +39 0422 429999 - Fax +39 0422 308272,
lunedì-venerdì 9.00-13.30 / 14.30-18.00; chiuso il sabato, la domenica e i
festivi.

A
GENOVA ANTONIO NUNZIANTE
La mostra, a cura di Marco Goldin, raccoglie 40 opere inedite
di Antonio Nunziante che hanno come soggetto l’esperienza del viaggio,
declinato soprattutto nel suo aspetto di viaggio mentale, utopico. Lo spazio
dei quadri è una sorta di luogo-non luogo: non si riferisce a nessun sito
preciso e riconoscibile, eppure nasce comunque dalle suggestioni della memoria.
Una memoria che è reale e immaginata nello stesso tempo, le cui tracce sono
testimoniate sulla tela e traducono un continuo intreccio di emozioni e
apparizioni. Sono tutti quadri (grandi oli su tela di circa un metro per un
metro) animati soprattutto dalle atmosfere del sogno, da paesaggi formati da
vasti orizzonti in cui si può indovinare la trasparenza del mare, o la linea
accennata delle colline avvolte nella foschia. Il vuoto, un vuoto apparente
diventa un elemento fondamentale dello spazio pittorico, l’accesso possibile
alla sensazione, all’emozione che Nunziante desidera trasmettere attraverso il
colore, gli strappi di una pittura libera, gestuale, materica, anche se sempre
nell’ambito del fgurativo. All’interno di questi lavori può capitare
d’incontrare delle figure, rare per la verità, che contribuiscono a confermare,
nell’insieme, una visione metafsica, come la nave e l’uomo in Io sono il
signore degli spazi vuoti e dei suoi itinerari, conosco bene il mio mondo come
lo conosce il Sole. Non è dunque il viaggio “raccontato”, ancorato a un luogo
preciso, ma piuttosto il viaggio “evocato”, dove l’opera testimonia i luoghi
possibili, le apparizioni di paesaggi idealizzati, le grandi atmosfere che
possono ricordare la Venezia sprofondata di Turner o gli orizzonti misteriosi
di Friedrich. Nunziante si muove all’interno di questa sapiente e ben calibrata
“vaghezza” dando vita a scenari che, rispecchiando le risonanze e le emozioni
dell’osservatore, si trasformano in occasione di viaggio interiore. “Nunziante.
Paesaggi della luce”. Genova, Palazzo Ducale, Loggia degli Abati. Dal 12 novembre 2011 al 22 gennaio 2012.





A
PADOVA IL SIMBOLISMO IN ITALIA
Federico Bano annuncia “Il Simbolismo in Italia”.
L’appuntamento, per molti versi imperdibile, è dal primo ottobre di quest’anno
al dodici febbraio del 2012, a Padova, in Palazzo Zabarella. A realizzare
questa nuova impresa la Fondazione Bano, qui ancora una volta insieme alla
Fondazione Antonveneta, ha chiamato Fernando Mazzocca e Carlo Sisi con Maria
Vittoria Marini Clarelli, direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di
Roma. Il tema e l’ambito sono ben noti: a cavallo tra Otto e Novecento,
l’inconscio irrompe nell’arte e nulla sarà più come prima. È la scoperta di un
mondo “altro”, affascinante, intrigante, di una nuova lente che vira la
percezione di ogni realtà, si tratti di un paesaggio fisico e di un moto
dell’anima. E’ la storia di un movimento che si estende velocemente su scala
europea ma che qui viene compitamente – ed è la prima volta – indagato nella
sua fondamentale vicenda italiana. Non senza proporre confronti oltre confine e
in particolare con l’ambito austriaco del Simbolismo: valgano tra tutti la
Giuditta – Salomè, di Gustav Klimt o Il Peccato, celebre capolavoro di Franz
von Stuck: due opere che valgono da sole la visita alla mostra. Ma se i
raffronti internazionali sono di assoluta qualità, ciò che di italiano offrono
le otto sezioni di questa mostra, non è certo da meno. Sono opere che, nel loro
insieme, ricostruiscono quel dibattito sulla missione dell’arte che infuocò
quegli anni di decisive mutazioni sociali. Opere che evocano ciò che aleggiava
negli ambienti letterari e filosofici di Gabriele D’Annunzio o di Angelo Conti
o nei cenacoli musicali devoti a Wagner, mentre le Esposizioni portavano in
Italia i fermenti dei movimenti europei. Proprio con una esposizione, la
Triennale di Brera del 1891, si apre l’itinerario della mostra che presenta
affiancate Le due madri di Giovanni Segantini e Maternità di Gaetano Previati,
quadri che segnano la sintesi fra divisionismo e contenuti simbolici. Segue una
sezione dedicata ai ‘protagonisti’: gli artisti italiani e stranieri che
parteciparono direttamente a quell’avventura poetica cresciuta intorno al
Manifesto del 1886 di Jean Moréas e all’ “arte di pensiero” foriera della
poetica degli stati d’animo. “Un paesaggio è uno stato dell’anima” scriveva
Henry-Frédéric Amiel e a questo principio è ispirata la sezione che, trattando
del sentimento panico della natura, espone opere dove prevalgono, nella
rappresentazione del paesaggio, la nebbia, i bagliori notturni, la variabilità
atmosferica, le situazioni insomma più facilmente collegabili ai turbamenti
psicologici. A prefazione di questo tema l’ Isola dei morti di Böcklin nella
raffinata ed inedita versione di Otto Vermehren, affiancata dai dipinti di
Vittore Grubicy, di Pellizza da Volpedo, di Plinio Nomellini. Il mistero della
vita è il soggetto della successiva sezione. Qui troviamo la rappresentazione
di azioni quotidiane: la processione, le gioie materne, il viatico, la partenza
mattutina. Emblemi di quell’ “artista veggente” che aveva il compito, secondo
le teorie simboliste, di decifrare il mondo dei fenomeni e di cogliere le
affinità latenti e misteriose esistenti tra l’uomo e la realtà circostante.
Alle soglie del Novecento, Angelo Conti affermava che la natura, anche nelle
sue calme apparenze, era “tutta uno spasimo, una frenesia di rivelarsi ed
esprimere, per mezzo dell’uomo il segreto della sua vita”: un segreto che
spesso era demandato a rappresentazioni dense di rimandi letterari, di
evocazioni mitologiche cariche di sensualità, in cui l’artista esibiva la
capacità di trasformarne quei contenuti in immaginazioni rare e coinvolgenti,
come nei dipinti di Pellizza da Volpedo, Morbelli e Casorati. L’ispirazione
preraffaellita domina la pittura di Giulio Aristide Sartorio, Adolfo De Carolis
realizza le aspirazioni figurative di D’Annunzio, Galileo Chini intesse
sontuose e iridescenti allegorie, Leonardo Bistolfi interroga la Sfinge,
Gaetano Previati riscopre nella storia il dramma di Cleopatra: le sezioni che
illustrano il mito e l’allegoria propongono i capolavori di questi artisti
mettendone in evidenza la portata internazionale attraverso il confronto –
clamoroso per importanza e qualità – con le opere di Gustav Klimt e di Franz
von Stuck. E’ nella sezione dedicata al ‘bianco e nero’, cioè alla nutrita
produzione grafica degli anni fra Otto e Novecento, che meglio si comprende il
dialogo degli italiani con la cultura figurativa mitteleuropea, impegnata ad
indagare i più riposti sentimenti dell’uomo, i suoi fantasmi interiori.
Spiccano in questa i fogli di Gaetano Previati, di Alberto Martini, di Romolo
Romani, di Giovanni Costetti, di Umberto Boccioni, del giovane Ottone Rosai,
che variano dall’allegorico, al fiabesco, al fantastico, all’orrido,
confermando l’idea allora ricorrente che solo attraverso il disegno si
riuscisse a preservare la spiritualità della visione dalle scorie della
quotidiana esperienza. Il percorso della mostra si conclude nella ‘Sala del
Sogno’, che alla Biennale di Venezia del 1907 aveva consacrato le istanze e le
realizzazioni della generazione simbolista creando una vera e propria
scenografia affidata all’ingegno decorativo di Galileo Chini e agli artisti
che, con la loro militanza, avevano contribuito ad alimentare le poetiche del
‘piacere’ e dell’inquietudine, della bellezza e del mito, della spiritualità e
degli stati d’animo, sostenendole con tenacia fino alle soglie della
rivoluzione futurista cui introducono due capolavori ancora simbolisti di
Umberto Boccioni come Il sogno (Paolo e Francesca) e La madre che cuce.
Informazioni e prenotazioni: tel. 049.8753100 info@palazzozabarella.it www.palazzozabarella.it Dal 1
ottobre 2011 al 12 febbraio 2012.

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JOSEF
ALBERS A MODENA
La retrospettiva dedicata a Josef
Albers, curata dal direttore della Galleria Civica di Modena Marco Pierini, nei
due spazi espositivi della Galleria Civica: Palazzo Santa Margherita e
Palazzina dei Giardini. La mostra, la più ampia mai organizzata in Italia,
intende ricostruire il percorso dell’artista in tutte le sue fasi salienti,
dagli anni del Bauhaus di Weimar, di Dessau e di Berlino, a quelli del Black
Mountain College, della Yale University, a quelli, infine, nei quali – lasciato l'insegnamento – si dedicò esclusivamente alla pittura. La
retrospettiva, coprodotta dalla Galleria Civica di Modena con la Fondazione
Cassa di Risparmio di Modena , è stata organizzata con la collaborazione della
Josef & Anni Albers Foundation di Bethany (Connecticut) che ha prestato,
con una sola eccezione, le 175 opere esposte. La Terra Foundation for American
Art di Chicago ha supportato il progetto attraverso un contributo di 50.000
dollari. Del periodo del Bauhaus, la straordinaria scuola fondata da Walter
Gropius di cui Albers è stato prima allievo e poi ininterrottamente docente
fino alla chiusura, sono esposte 12 opere in vetro realizzate dal 1921 al 1932,
29 fotografie e photocollage, una piccola selezione di xilografie e di gouache
e alcuni mobili. Se i vetri denunciano già con pienezza il rigore della
composizione e lo straordinario sentimento del colore che caratterizza la
successiva e più celebrata pittura a olio di Albers, le fotografie – assai
spesso assemblate dall’artista in forma di photocollage – rappresentano la
testimonianza di un occhio attento e appassionato, capace di sottrarre i volti
degli amici e dei colleghi (Klee, Kandinsky, Gropius) alla dimensione quotidiana
e allo stesso tempo di rivelare straordinarie geometrie, forme e cadenze
nascoste nella natura e nelle cose. Di particolare interesse i mobili disegnati
in questo periodo, che uniscono una spiccata funzionalità alla purezza di linee
e a una forte inclinazione per i diversi materiali e la loro combinazione
(vetro, legni, stoffe). Alla chiusura del Bauhaus, sopraggiunta nel 1933 a
seguito delle pressioni naziste, Josef Albers accetta una cattedra al Black
Mountain College (North Carolina), scuola altamente innovativa e sperimentale
fondata proprio in quell’anno, nella quale insegneranno anche John Cage, Merce
Cunningham e lo stesso Walter Gropius (mentre tra i suoi allievi vanno almeno
menzionati Robert Rauschenberg, Cy Twombly, Kenneth Noland e, negli anni di
Yale, Eva Hesse). L’approdo alla pittura a olio – sempre a spatola, cavando il
colore direttamente dal tubetto – avviene proprio durante il primo periodo
americano, ed è rappresentato in mostra da una decina di dipinti della seconda
metà degli anni Trenta e degli anni Quaranta, nei quali è già ampiamente
manifesta l’attentissima cura dell’artista per i rapporti cromatici e la loro
percezione fisica, preludio alle più note serie "Varianti"
(1947-1952) e "Omaggio al quadrato" (1950-1976). Alla prima è dedicato
ampio spazio alla Palazzina dei Giardini, mentre il vasto ciclo della maturità
occupa per intero la sala grande di Palazzo Santa Margherita: la scansione
inizia con il primo "Omaggio al quadrato" dipinto da Albers nel 1950,
generoso prestito di un’importante collezione privata americana, e attraverso
una selezione cronologicamente disposta di opere di formato e tonalità diverse,
si conclude con l’ultimo “omaggio”, compiuto a poche settimane dalla morte
dell’artista, il 25 marzo 1976. Sono infine esposte le sette copertine di
dischi disegnate per la Command Records, la casa discografica fondata dal
violinista e ingegnere del suono Enoch Light con l’innovativa confezione
apribile (“gatefold sleeve”), la cui invenzione si deve proprio alla collaborazione
fra Josef Albers e Enoch Light. Il catalogo bilingue, edito da Silvana
Editoriale, contiene – oltre a un ampio scritto del curatore della mostra Marco
Pierini – l’introduzione di Nicholas Fox Weber, Executive Director della Josef
& Anni Albers Foundation e una selezione di alcuni testi teorici di Albers,
mai precedentemente tradotti in italiano. Verrà anche ripubblicato il breve
testo di Wassily Kandinsky stampato nel 1934 sul bollettino della Galleria Il
Milione in occasione della mostra di xilografie di Albers e di Luigi Veronesi
organizzata dalla galleria milanese. La restrospettiva su Josef Albers è stata
supportata dalla Terra Foundation for American Art di Chicago. Fondata nel 1978
la Terra Foundation for American Art si dedica a favorire lo studio, la
comprensione e la fruizione delle arti visive degli Stati Uniti d’America. Con
le sue risorse finanziarie di oltre 250 milioni di dollari, una raccolta
d’eccezione che copre l’arte americana dall’era coloniale fino al 1945, e un
ampio programma di borse di studio, è tra le fondazioni leader nel campo
dell’arte americana, e destina circa 12 milioni di dollari all’anno per
promuovere, in tutto il mondo, mostre, progetti e ricerche sull’arte americana.
La mostra che è stat inaugurata l’8 ottobre in occasione della VII Giornata del
Contemporaneo promossa da AMACI, resterà aperta al pubblico fino al 12 febbraio
2012 con il seguente orario: martedì-venerdì 10.30-13.00; 15.00-18.00; sabato
domenica e festivi 10.30-19.00; lunedì chiuso. Josef Albers nasce il 19 Marzo
1888 nella piccola città industriale di Bottrop, situata nella regione della
Ruhr. Dal 1908 lavora come insegnante nelle scuole elementari, finché nel 1913
non si trasferisce a Berlino dove studia alla Königliche Kunstschule. Nel 1916
ritorna a Bottrop per riprendere l’insegnamento e contemporaneamente studiare
alla Kunstgewerbeschule nella vicina Essen, dove incontra Jan Thorn-Prikker,
artista olandese specializzato nella creazione di vetro colorato che avrà una
certa influenza su Albers. Nel 1919 si iscrive alla Königliche Bayerische
Akademie de Bildenden Kunst a Monaco dove studia disegno con Franz von Stuck.
Nella primavera del 1920 decide di lasciare Monaco e si iscrive al Bauhaus di
Weimar, che Walter Gropius aveva fondato appena un anno prima. Durante il suo
periodo iniziale frequenta il corso propedeutico tenuto da Johannes Itten e
continua a realizzare opere in vetro. A partire dall’ingresso nella scuola di
Gropius abbandonerà completamente la figurazione. Completati gli studi
propedeutici al Bauhaus nel 1922 Albers si dedica all’allestimento del
laboratorio del vetro interno alla scuola. Nel medesimo anno conosce la futura
moglie Annelise (Anni) Fleischmann, al tempo allieva dell’istituto. L’anno
successivo Albers è il primo diplomato del Bauhaus a divenirne insegnante. A
seguito della chiusura a Weimar, il Bauhaus e il suo staff si trasferiscono a
Dessau nel marzo del 1925; il 9 maggio Albers sposa Anni, con la quale
trascorre la luna di miele a Firenze. Negli anni di Dessau si dedicherà ancora
alle opere in vetro, alla progettazione di mobili e oggetti d’uso e alla
fotografia. Nel 1930 Mies van der Rohe diviene direttore del Bauhaus mentre
Albers è nominato assistente direttore. Nel 1932 le crescenti pressioni
politiche obbligano il comune di Dessau a ritirare i finanziamenti pubblici
destinati al Bauhaus e viene stabilito di spostare la scuola a Berlino. Nella
nuova sede si apre la prima mostra personale dedicata ai lavori in vetro
realizzati dal 1920 al 1932. Il nazismo sale al potere il 30 gennaio 1933. A
seguito delle gravi vessazioni da parte delle autorità, Albers riunisce i
membri rimanenti della facoltà per decidere la chiusura ufficiale del Bauhaus
il 10 di agosto. In seguito alla segnalazione di Philip Johnson e Edward M.M.
Warburg del MoMA di New York Josef e Anni Albers sono invitati a insegnare alla
scuola d’arte sperimentale e liberale Black Mountain College, appena fondata
nei pressi di Asheville, nel North Carolina. Al momento del loro arrivo al
college, il 28 novembre, Josef risponde a chi gli chiede quale sia la sua
missione come insegnante: “far aprire gli occhi”. Una mostra delle recenti
incisioni di Albers è allestita alla galleria milanese Il Milione nel dicembre
1934; espone assieme a Luigi Veronesi mentre Wassily Kandinsky scrive un breve
testo pubblicato nel bollettino della galleria. Nel 1935, anno in cui realizza
il suo primo dipinto astratto a olio, compie con Anni il primo dei quattordici
viaggi in Messico. Gli Albers divengono cittadini degli Stati Uniti nel 1939.
Nel 1947 passa la maggior parte di un anno sabbatico dipingendo in Messico dove
inizia la serie "Variant" (o "Adobe"), ispirata
dall’architettura in mattoni cotti incontrata in tutto il territorio messicano.
Nel febbraio 1949 Albers lascia il Black Mountain College e l’anno successivo
accetta la nomina di direttore del Dipartimento di Design presso l’Università
di Yale. Gli Albers si trasferiscono quindi a New Haven, nel Connecticut.
Mentre prosegue ancora per qualche anno la serie "Variants", elabora
il ciclo degli "Omaggi al quadrato", che non abbandonerà più. La
Galleria Sidney Janis a New York organizza la prima mostra personale del lavoro
di Albers negli Stati Uniti nel 1952. Nel 1958, a settant’anni, Albers si
ritira dall’insegnamento. Il fondamentale testo di Albers "L’interazione
del colore", viene pubblicato dalla Yale University Press; documenta il
corso sui colori di Albers sviluppato al Black Mountain College e divenuto
celebre durante gli anni d’insegnamento a Yale. Il Consiglio internazionale del
MoMA di New York organizza la mostra "Josef Albers: Homage to the
Square" che apre a Caracas nel marzo 1964 e si sposta nei musei di tutte
le Americhe fino al gennaio 1967. Nel 1971 Albers è il primo artista vivente ad
avere una retrospettiva personale al Metropolitan Museum of Art di New York.
Viene costituita la Josef Albers Foundation Inc. Il 25 Marzo 1976 Josef Albers
muore a New Haven e viene sepolto a Orange, nel Connecticut. Nel 1983 Anni
presiede all’apertura del museo nella città natale di Josef Albers, a Bottrop.
“Josef Albers”, a cura di Marco
Pierini. Galleria Civica di Modena, Palazzo Santa Margherita e Palazzina dei
Giardini, corso Canalgrande. Dal 8 ottobre 2011 al 12 febbraio 2012. Galleria
Civica di Modena e Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Josef and Anni
Albers Foundation, Bethany (CT). con il
contributo di Terra Foundation for American Art di Chicago. Orari di apertura: martedì- venerdì
10.30-13.00; 15.00-18.00; sabato domenica e festivi 10.30-19.00; lunedì chiuso.
Ingresso gratuito.
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![3a[1].JPG](arte_file/image187.jpg)
IL MURALE DI HARING
I
suggestivi spazi del Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo - La Civitella di
Chieti ospitano dal 30 luglio 2011 al 19 febbraio 2012 una delle più
significative tra le opere pubbliche di Keith Haring: il murale di Milwaukee. L’iniziativa è promossa dalla Direzione Regionale per i Beni
Culturali e Paesaggistici dell'Abruzzo, dalla Soprintendenza per i Beni
Archeologici dell'Abruzzo, dalla Regione Abruzzo e dal Comune di Chieti,
organizzata da Alef - cultural project management di Milano, in collaborazione
con il Patrick and Beatrice Haggerty Museum of Art, Marquette University,
Milwaukee, WI. L’iconografia
rappresentata nell’opera di Keith Haring è esemplificativa infatti del suo
vocabolario d’immagini che celebrano la vita, divenendo un segno distintivo del
suo approccio alla pittura. Haring riteneva che bambini e cani fossero tra le
immagini più amate e riconoscibili; per questo, all’inizio della sua carriera,
scelse queste figure proprio come firma (tag),
per rendere la sua arte facilmente identificabile in mezzo a quella di altri
che, come lui, avevano scelto la strada come luogo in cui liberare la
creatività. “All’inizio la mia
firma fu un animale - Haring racconta - che diventò sempre più simile a un
cane. Poi cominciai a disegnare un bambino che andava a quattro zampe e più lo
disegnavo e più è diventato The Baby”. Il murale è costituito da 24 pannelli in legno realizzati
nell’aprile del 1983 dall'artista, invitato dall’Università Marquette di
Milwaukee a creare un gigantesco murale sul luogo in cui sarebbe sorto il nuovo
museo Haggerty. Entrambe le pareti
sono dipinte. Sulla prima è raffigurata una sequenza ininterrotta di bambini a
quattro zampe, in alto, e di cani che abbaiano (barking dogs), in basso. L’altra
è più complessa e presenta una maggiore varietà di immagini. Il tema dominante
sono le figure danzanti ispirate ai ballerini di breakdance. A queste si
affiancano altre icone della sua arte: il televisore con le ali, il cane,
l’uomo con la testa di serpente. Il centro del murale è occupato da un
ballerino che al posto della testa ha un televisore con il numero 83 disegnato
sul monitor. Questo lato termina a
destra con un’altra delle immagini simbolo di Haring: la faccia con tre occhi
che fa la linguaccia. Il percorso espositivo
è arricchito da fotografie e da un video che documentano le fasi della
realizzazione e dai disegni fatti da Haring per l’occasione. Il Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo La Civitella, sede
inedita e suggestiva, è parte di un più ampio complesso archeologico che,
all'esterno, accoglie spettacolarmente un anfiteatro romano in parte ancora
esistente e in parte ricostruito grazie a un moderno progetto architettonico
realizzato nel 2000: la sede museale diviene così, tra passato e presente, un
eccezionale luogo di incontro per la città di Chieti. Accompagna la mostra un
catalogo Skira. Keith Haring, uno dei
maggiori esponenti della corrente neo-pop, è stato tra gli artisti più
rappresentativi della sua generazione. Figlio di Joan e Allen Haring e maggiore
di quattro fratelli, nasce il 4 maggio 1958 a Kutztown, in Pennsylvania. Rivela
il suo talento artistico già molto giovane e, dopo aver regolarmente
frequentato le scuole superiori, entra alla Ivy School of Professional Art di
Pittsburgh. Nel 1976, sull'onda della nuova contestazione giovanile e della
cultura hippie, gira gli Stati Uniti in autostop, facendo tappa nelle varie
città del paese allo scopo di osservare più da vicino i lavori degli artisti
della scena americana. Tornato a Pittsburgh lo stesso anno, entra
all'Università e tiene la sua prima importante esposizione al Pittsburgh Arts
and Crafts Center. Figlio della cultura di strada, parto felice della
cosiddetta street art newyorkese, prima della sua consacrazione all'interno del
mondo "ufficiale" dell'arte è stato inizialmente un emarginato. Nel
1978 entra alla School of Visual Arts di New York, diventando noto nei primi
anni '80 con i murales realizzati nelle metropolitane e, più tardi, con i
lavori esposti qua e là, fra Club di vario genere e "vernissage" più
o meno improvvisati. Le novità proposte dall'artista americano sono esplosive e
non mancano di attirare l'attenzione degli intenditori più smaliziati. Keith
Haring trasmette e inventa un nuovo linguaggio urbano, costituito da sagome
quasi infantili o primitive, caratterizzate da un continuo segno nero che si
rifà palesemente al fumetto. La sua prima vera mostra personale si tiene a
Shafrazi nel 1982; gli anni successivi sono densi di successi con mostre in
tutto il mondo. Nell'aprile del 1986 Keith Haring apre il Pop Shop, a New York. Ormai è un artista affermato, acclamato in tutto il mondo. Nel 1988 gli viene diagnosticato l'Aids. Con un colpo a
sorpresa annuncia lui stesso la sua triste condizione in un'intervista a
"Rolling Stone", incrementando così la sua già grande popolarità.
Prima della sua morte fonda la Keith Haring Foundation, che si propone
tutt’oggi di continuare la sua opera di supporto alle organizzazioni a favore
dei bambini e della lotta all'Aids. Keith Haring è morto
il 16 febbraio 1990, all'età di 32 anni.
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PABLO PICASSO A PISA
A Pisa è in corso la terza grande mostra
del ciclo dedicato ai grandi maestri del secolo scorso le cui radici culturali
affondano sulle sponde del Mediterraneo, che la Fondazione Palazzo BLU di Pisa
ha avviato nel 2009. Dopo i sogni felici di Marc Chagall che hanno preso corpo
nella luce del sud della Francia, dopo la poesia di Joan Mirò legata alla sua
terra catalana, quest'anno è la volta di Pablo Picasso, genio assoluto
dell'arte del Novecento, la cui furia creativa, nata a Barcellona, ha segnato
tutto il XX secolo. La mostra – dal titolo Ho
voluto essere pittore e sono diventato Picasso – sarà frutto dell’intensa
collaborazione con il Museo Picasso di Barcellona, cui contribuiranno il Museo
Picasso di Malaga e il Museo Picasso di Antibes. Si conferma così la volontà
della Fondazione Palazzo Blu di intessere relazioni e legami con importanti
istituzioni pubbliche che conservano le opere dei grandi maestri del Novecento.
Fino al 12 febbraio 2012, le sale dello storico palazzo sul Lungarno pisano
ospiteranno 200 opere – tra dipinti, ceramiche, disegni e opere su carta,
alcune celebri serie di litografie e acqueforti, libri, tapisserie – che
consentiranno al pubblico di comprendere come la volontà di essere pittore del
giovanissimo Picasso nella Barcellona degli ultimi anni dell'Ottocento, lo
abbia condotto, attraverso una continua manifestazione del suo genio creativo,
a esplorare ogni possibile percorso artistico. Fulcro dell’intera esposizione
sarà la straordinaria e unica collezione di 59 linogravure, appartenenti al Museo Picasso di Barcellona, intorno
alla quale si articolerà il percorso della mostra con opere datate dal 1901 al
1970. Curata da Claudia Beltramo Ceppi, con la collaborazione di numerosi
specialisti, la mostra, promossa dalla Fondazione Palazzo Blu, con il sostegno
della Fondazione Cassa di Risparmio di Pisa, con il patrocinio dell'Ambasciata
di Spagna in Italia e del Comune di Pisa, si propone di rinnovare il successo
di critica e soprattutto di pubblico delle due mostre precedenti, apprezzate
complessivamente da oltre 170.000 visitatori. La bontà del progetto è stata
inoltre apprezzata, per quanto riguarda l’iniziativa dedicata a Mirò, da molte
altre decine di migliaia di persone, nella seconda tappa dell’evento che si è
tenuta nella prestigiosa sede dei Musées royaux des Beaux-Arts de Belgique a
Bruxelles. Accompagna la mostra un catalogo GAmm Giunti. Pablo Picasso. Ho voluto essere pittore e sono diventato
Picasso. Pisa, Palazzo Blu (Lungarno Gambacorti 9). Dal 15 ottobre 2011 al
12 febbraio 2012. Enti Promotori: Fondazione Palazzo Blu col sostegno di
Fondazione CariPisa e con il patrocinio del Ambasciata di Spagna in Italia e
del Comune di Pisa. Orari: martedi – venerdi,10-19; sabato e domenica, 10-20;
lunedì chiuso. Biglietti: intero 8 euro, ridotto 6,50 euro. Informazioni: BLU
Palazzo d’Arte e Cultura: tel. 050.916950. Per prenotazioni di gruppi e visite
guidate: Impegno e Futuro, tel. 050.28515, Fax 050.503532; info@impegnoefuturo.it LA MOSTRA
Una
delle ultime immagini di Picasso ci mostra un uomo anziano travestito da clown,
riconoscibile solo per la sua calvizie e per il celeberrimo costume da bagno a
righe. L’immagine, per quanto scioccante, di uno dei massimi creatori del XX
secolo degradato a vecchio pagliaccio grottesco e venale, discende direttamente
da una scelta primaria, voluta e costruita sapientemente da Picasso nel corso
di tutta la sua lunga vita con l’aiuto dei fotografi, degli intellettuali,
degli artisti e, non in ultima analisi, degli eventi sconvolgenti che ne
attraversarono la vita. Picasso sapeva bene, infatti, come il ruolo di
ciarlatano, di distruttore della “vera” arte, che l’opinione popolare
attribuiva alla sua azione d’avanguardia, avrebbe ben contribuito a rafforzare
il suo primato come massimo rappresentante della pittura del Novecento.
Attentissimo al controllo della sua immagine, egli fu infatti subitaneamente
cosciente di quanto il mito dell’artista potesse contare nella promozione della
sua opera. Ma, contrariamente a Dalí che volle fare di se stesso il proprio
mito, Picasso, come un novello re Mida, si immerse con furore in una vita ricca
di vicende, di passioni e tragedie, trasformandone gli eventi in un rosario di
esperienze mitiche che avrebbero segnato per sempre la storia del Novecento.
Una mostra su Picasso impone la necessità di compiere delle scelte tra i vari
drammi, a volte violenti e contraddittori, che egli ha rappresentato e
continuato a descrivere nel corso della sua esistenza, servendosi di tutti i
mezzi possibili e inusuali di rappresentazione. Rileggendo a volo d’uccello la
sua opera, Picasso non appare infatti come un semplice pittore, per quanto
d’avanguardia, ma piuttosto come una sorta di furia onirica che, avvalendosi di
uno dei più grandi talenti mai esistiti, non ha esitato a trascinare l’arte
nella polvere dell’esistenza umana, ricostruendola poi attraverso procedure mai
viste prima di allora, in una sorta di elaborazione mitica della vita stessa.
Tuttavia, ci avverte l’artista stesso: “Variazione non significa evoluzione.
Se un artista varia la sua espressione, questo significa soltanto che ha
cambiato il suo modo di pensare e questo può essere per il meglio come per il
peggio... Io non ho fatto esperimenti né prove. Quando ho qualcosa da dire, lo dico
nel modo che mi sembra più naturale. Motivi differenti, inevitabilmente
richiedono differenti metodi di espressione. Questo non implica evoluzione o
progresso ma adattamento dell’idea che uno vuole esprimere ai modi per
quest’idea”. La mostra si costruisce intorno ad un nucleo centrale, grazie
alla prestigiosa collaborazione del Museo Picasso di Barcellona. Questa sezione
raccoglie infatti la più vasta, completa e straordinaria collezione di linogravure che sia mai stata esposta.
La particolarissima tecnica della linogravure
è per Picasso un medium espressivo di prim'ordine, e assume, nella sua arte, la
medesima importanza della gouache
per artisti come Marc Chagall e Matisse.
Attorno a questo straordinario nucleo centrale si articolano approfondimenti
sia tematici che cronologici: la mostra parte infatti dalla produzione dei
primi anni del Novecento, sino agli anni Settanta del secolo, mostrando anche
le più svariate tecniche espressive del genio catalano, dai dipinti ai
disegni,alla ceramica. dall’incisione, in cui Picasso fu insuperabile maestro,
alle tappezzerie.