








CONCETTO POZZATI AL MAR
DI RAVENNA
Il Museo
d’Arte della città di Ravenna dal 2 luglio al 19 settembre 2010 dedica una
personale a Concetto Pozzati (Vò di Padova, 1935) uno dei massimi protagonisti
dell’arte italiana degli ultimi cinquant’anni. In mostra il ciclo di opere più
recenti dell’artista “pop” italiano, dedicate allo scorrere del
tempo, o meglio, all’appropriazione del tempo per capire il passato: non
voglio essere sincronizzato; non voglio essere schiavo delle lancette (le
dipingo per obliterarle). Esiste una dittatura dell’orologio che caratterizza
la mia esistenza. L’esistenza del tempo è la sua problematica ‘è una componente
costitutiva dell’esistenza (Heiddegger)’. Concetto Pozzati. Pozzati è stato da sempre un investigatore
del linguaggio della pittura, una pittura energetica, sedimentata e acuta, come
ha dimostrato nei diversi e molteplici cicli della sua lunga vicenda creativa:
una storia pittorica tra le più significative di
questo ultimo cinquantennio. Protagonista nei secondi anni cinquanta della
“nouvelle figuration” Pozzati diviene poi uno dei maggiori rappresentanti della
“pop art” italiana. Dagli anni sessanta in poi il suo linguaggio, fatto di
continue commistioni, contaminazioni di incroci culturali, di memorie, diviene
sempre più individuale e riconoscibile attraverso la pittura “assolutamente
irrinunciabile” anche nel periodo della sperimentazione e nella
elaborazione dei materili più disparati. Il catalogo
con l’intervento critico di Claudio Spadoni e una breve nota dell’autore è
pubblicato da Maretti Editore di San Marino. “Il lavoro di Pozzati – dichiara Claudio
Spadoni – è sempre stato carico di tempo. Un tempo mai immemore ed anzi
ostentatamente intriso di memorie, di citazioni dichiarate, di figure di una
storia innanzi tutto personale, talora familiare, comunque inscritte in un
patrimonio genetico che le ha rese inconfondibili. Nessun ripiegamento
intimistico, ma la chiara consapevolezza che la pittura contiene anche il suo
passato, la sua storia, proprio mentre si confronta, com’è inevitabile, col
proprio tempo. Ma il tempo della pittura non può che essere altro. Concetto
Pozzati, veneto di nascita, ma bolognese d’adozione ha
iniziato il suo percorso artistico nel 1955, neo diplomato all’Istituto d’Arte
di Bologna, a Parigi nell’atelier di Sepo (lo zio Severo Pozzati). Dal ’56 alla
fine degli anni ’60 insegna grafica pubblicitaria. Al ritorno sotto le due
torri nel 1960 fonda una Scuola d’Arte pubblicitaria dedicata al padre Mario
Pozzati. Dalla fine degli anni ’60 inizia il suo lungo percorso di insegnante,
non ancora concluso, all’Accademia di Belle Arti di Urbino, dove sarà anche
direttore fino al ’73. Insegna anche alle Accademie di Firenze e Venezia,
quest’ultima cattedra poi ceduta all’amico Vedova per diventare ordinario di
Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. È accademico di San Luca.
Pur non essendo un politico, dal 1993 al ’96 ha ricoperto l’incarico di Assessore
alla Cultura del Comune di Bologna attuando la trasformazione della Galleria
d’Arte Moderna e della Cineteca in Istituzioni. Nel 2005 gli viene conferito il
Sigillum Magnum dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna. Scrive su
numerose riviste specializzate interessandosi ai problemi della critica e
teoria dell’arte viste dalla parte del pittore. Ha tenuto personali nelle
principali città italiane e all’estero, tra le quali la Biennale di Tokio e di San Paolo del Brasile, Dokumenta di Kassel, alla
Biennale di Parigi, a Palazzo Grassi di Venezia, Palazzo delle Esposizioni di
Roma, alle Quadriennali di Roma e a cinque Biennali di Venezia. Concetto
Pozzati “Tempo sospeso”. Curatore: Claudio
Spadoni. Sede:
Museo d’Arte della città di Ravenna. Enti organizzatori: Comune di Ravenna - Assessorato alla
Cultura, Museo d’Arte della città – Fondazione Concetto Pozzati. Dal 2
luglio al 19 settembre. Catalogo: Christian Maretti Editore. Orari: martedì, giovedì e venerdì: 9.00-13.30 / 15.00-18.00; mercoledì e
sabato: 9.00-13.30; domenica 15.00-18.00; lunedì: chiuso. Ingresso
libero.

A RAVENNA TONINO GUERRA
Dal 27
giugno al 25 luglio2010 il Museo d’Arte della città di Ravenna
ospiterà la mostra: Tonino Guerra. Poeta, pittore a cura di Bertrand Marret come omaggio
della Città di Ravenna per i novant’anni del
Maestro. Guerra, infatti, ha già ricevuto il il
riconoscimento a cittadino onorario di Ravenna per il suo operato per la sua
genialità per la sua poesia. La mostra propone un incontro con la pittura e i
disegni del poeta Tonino Guerra, nell’intento di rivelare la somiglianza
testuale tra pagina scritta e pagina disegnata – l’una e l’altra oggettivamente
scrittura – e il “gioco” sottile che si crea tra grafismo pittorico e scrittura
poetica. Tonino Guerra si esprime con la stessa vena poetica usando il tratto o
le parole: Quando ero giovane ho cominciato a realizzare dei
piccoli acquarelli, si trattava di cose molto semplici. Poi c’è stata la
prigionia e la parola ha preso il sopravvento. Credo che quello di essere un
poeta sia il mio desiderio maggiore. E in tutto quello che faccio c’è sempre la
poesia alle spalle. Disegni in favola o haiku figurativi,
la sua poesia grafica è essenzialmente lineare: un tratto succinto, un disegno
vivo, conciso, rapido, senza pentimenti, senza tratteggio, che rimanda all’arte
calligrafica. Tonino Guerra si riallaccia da una parte alla grande tradizione
del poeta e dello scrittore disegnatore che illustra le sue opere, a cominciare
dall’Ottocento fino ad oggi, e dall’altra a quella, non meno prestigiosa, del
libro illustrato e la stampa d’arte: MEA, realizzato
a San Pietroburgo, con testo in russo e tecniche miste di T. Guerra. Una selezione di circa cinquanta opere eseguite con tecniche
diverse: dipinti su tela o affresco, pastelli, acquerelli, collages, disegni ad
inchiostro, che danno la forma al suo immaginario poetico e infine, come
omaggio a Ravenna, capitale d’arte musiva, un mosaico: Il cavallo rosso
realizzato su un cartone di T. Guerra dallo Studio Emme Di di Ravenna. L’8
luglio Ravenna Festival rende omaggio
a Tonino Guerra con lo spettacolo Il Miele nella cura di
Ljubimov, altro genio del teatro russo che a 93 anni dirige il teatro Taganka.
Inoltre sarà allestita una piccola mostra degli oggetti per la tavola alla CA'
DE VE', uno dei luoghi più suggestivi della convivialità ravennate, ideati dallo stesso Guerra e realizzati dalla
ceramista Carla Lega di Faenza. Tonino Guerra, poeta, pittore. Curatore:
Bertrand Marret. Museo d’Arte della città di Ravenna. Enti organizzatori:
Comune di Ravenna - Assessorato alla Cultura, Museo d’Arte della città, Associazione Culturale Tonino Guerra,
Pennabilli. Periodo dal 26 giugno al 25 luglio 2010. Orari: martedì, giovedì e venerdì: 9.00-13.30 / 15.00-18.00;
domenica 15.00-18.00; lunedì: chiuso. Ingresso libero.





A
SAINT-ÉTIENNE MÉTROPOLE OMAR GALLIANI
Dal 15 maggio al 22 agosto, al Musée
d’art moderne di Saint-Étienne (Francia), si terrà la personale di Omar
Galliani (Montecchio Emilia, 1954). Nello spazio del Cabinet du dessin et art Graphique, 70 disegni ripercorrono la
carriera grafica di uno dei maggiori artisti italiani contemporanei. La
personale, organizzata in collaborazione con Solares Fondazione delle Arti,
rientra nel progetto espositivo del museo francese che, dal 2004, ha inaugurato una
serie di esposizioni interamente dedicate al disegno, presentando il lavoro di
artisti, la cui cifra espressiva più caratteristica risiede in altre
espressioni tecniche, come la scultura (Richard Nonas) o la pittura (Arnulf
Rainer). In questo modo, si vuole riabilitare il valore del disegno all’interno
dello sviluppo dell’arte contemporanea, promuovendo, al tempo stesso, una nuova
discussione e una nuova interpretazione di questo mezzo. Gli artisti scelti,
infatti, siano essi maestri ormai riconosciuti a livello mondiale, sia giovani
esponenti che si caratterizzano per una narrativa spontanea, dimostrano come il
disegno sia ancora fondamentale per la loro produzione. Infatti, è attraverso
il disegno, la linea pura, che passa il concetto che porterà all’esecuzione
dell’opera, all’oggettivazione dell’idea. Per questo motivo, il museo francese
ha scelto di presentare il lavoro di Omar Galliani. Per l’artista emiliano,
infatti, il disegno è stato uno dei principali strumenti d’esplorazione, vissuto
nel solco della tradizione rinascimentale, ma allo stesso tempo aperto e
sensibile alle dinamiche delle più avanzate indagini artistiche contemporanee.
L’esposizione, curata da Lóránd Hegyi, direttore del museo di Saint-Étienne,
privilegerà opere di piccole e medie dimensioni, oltre a 4 grandi carte e a 7
tavole di 2 metri
di dimensione, appartenenti al ciclo esposto al chiostro di Santa Apollonia a
Venezia. Le opere sono legate tra loro da una profonda visione di ricerca nel
labirinto delle metafore culturali. Tra le sue carte, Galliani non riflette la
contemporaneità, quanto segue una poetica artistica che va dal
post-Romanticismo fino ai nostri giorni. Galliani vive una latente relazione
con le suggestioni di Alfred Kubin, con quelle dei Simbolisti tedeschi e belgi
(Ensor, Von Stuck), nonché si sente partecipe di quell’eredità dell’oscurità
che vede in Böcklin e in De Chirico due dei suoi esponenti più accreditati,
senza rinunciare all'approdo alla più stretta contemporaneità seguendo gli
esempi di Gino de Dominicis e Robert Longo. Galliani usa il disegno come
un’immaginaria mappa del mondo e lavora molto con le influenze che gli
provengono da culture extraeuropee, in particolar modo, con quella indiana e
orientale, raccolte nel corso degli anni e nelle sue numerose peregrinazioni
tra oriente e occidente, dal Messico all’Africa, alla Cina. L’artista emiliano
è reduce da un ciclo di mostre internazionali che lo hanno visto protagonista
in prestigiosi spazi pubblici e privati come i musei d’arte contemporanea di
Pechino, Tokyo, Buenos Aires, Shanghai, Kyoto, San Paolo, Città del Messico,
Miami, Los Angeles. Accompagna la mostra un catalogo Silvana Editoriale. Nato
nel 1954 a
Montecchio Emilia, dove vive, Omar Galliani ha
studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e insegna pittura all’Accademia
di Belle Arti di Carrara. Agli inizi degli anni Ottanta è stato esponente di
spicco del gruppo degli Anacronisti e del Magico Primario. Ha partecipato a tre
edizioni della Biennale di Venezia e in quella del 1984 ha avuto una sala
personale nella sezione “Arte allo specchio”. Sempre negli anni Ottanta ha
partecipato alla Biennale di San Paolo del Brasile e alla XII Biennale di
Parigi. Ha esposto nei Musei d’Arte Moderna di Tokyo, Kyoto, Nagasaki,
Hiroshima, alla Hayward Gallery di Londra, a due
edizioni della Quadriennale di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna,
alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, in quelle di Francoforte e
Berlino. Negli anni Novanta il suo lavoro è stato esposto allo Scottsdale Center
for the Arts dell’Arizona, alla Marian Locks di Philadelphia e alla Arnold Herstand Gallery di New York. L’artista ha
inoltre presentato Feminine Countenances alla New York University e nel 2000
Aurea al Museum of the Central Academy of Fine Arts di Pechino. Ha poi esposto
presso il Palazzo delle Stelline a Milano, alla Galleria Civica di Modena, al
Museo d’Arte Moderna di Budapest, al Palacio Foz di Lisbona, al PAC di Milano.
Nel 2003 è stato invitato alla Biennale di Praga e alla prima edizione di quella
di Pechino, dove ha vinto il primo premio con tre grandi opere del ciclo Nuove
anatomie. Nel 2005, all’Archivio di Stato di Torino nell’ambito della mostra
Grande Disegno Italiano, un suo disegno (5 x 6,3 metri), grafite su
pioppo, è stato messo a confronto con il volto dell’angelo di Leonardo,
preparatorio della Vergine delle rocce, esposto alla Biblioteca Reale. A
Palazzo Magnani di Reggio Emilia ha presentato la personale Nuove anatomie.
Sempre nel 2005 il Museo d’Arte Contemporanea di Guadalajara (Messico) ha
inaugurato una sua personale dal titolo Nuovi fiori nuovi santi e lo Spazio
Mazzotta di Milano ha presentato La figlia era nuda. Dal 2006 una sua personale
dal titolo Disegno Italiano ha girato in Cina i più importanti Musei d’Arte
Moderna e Contemporanea, da Shangai, Chengdu, Jinan, Xian, Wuhan, Hangzhou,
Ningbo, a Nanchino, Dalian, Tientsin, Capital Museum di Pechino, e ha concluso
il tour alla fine del 2008 a
Honk Kong nella prestigiosa galleria d’arte Schoeni Art Gallery. Sempre nel
2006 l’Università e il Museo di Caracas hanno ospitato una sua personale dal
titolo Disegnarsi, che nell’aprile 2007 è stata portata al Museo Hassan di
Rabat. Il Grande Disegno Italiano, la grande opera esposta a Torino nel 2005, è
stata poi presentata al Palazzo della Permanente di Milano nell’ambito della
mostra La bellezza nel 2006, quindi a Verona, Palazzo della Ragione,
all’interno dell’esposizione Il settimo splendore. Nel giugno 2007 si inaugura
la mostra Tra Oriente e Occidente. Omar Galliani e il Grande Disegno Italiano
in Cina presso la sede della Fondazione Querini Stampalia, inserita tra gli
eventi collaterali della 52a Biennale di Venezia.
L’evento, realizzato con il patrocinio dell’Ambasciata Cinese in Italia, in
collaborazione con il Ministero Italiano per gli Affari Esteri e il governo
della Repubblica Popolare di Cina, vedrà la presenza dell’Associazione degli
Artisti Cinesi e la collaborazione dei musei di Shanghai, Ningbo, Dalian, Xian,
Hanghzou, Jinan, Chengdu e Wuhan. Nel mese di Aprile 2009 Christian Mermoud inaugura una sua personale alla galleria "
Angle Art-Led Attitude & Design" a Saint Paul de Vance, il 31 di
luglio si inaugura sempre a Saint Paul de Vance un nuovo spazio "Angle Art
e Design" , all'interno e in permanenza si apre "Space Galliani"
che raccoglie in permanenza sue opere . La galleria "k 35" di Mosca
apre una sua personale da Maggio a Luglio con un nuovo ciclo di opere. La Fondazione Michetti
di Francavilla al Mare gli dedica una grande retrospettiva ,catalogo
Allemandi. Nel Maggio e per tutta l'estate ,la
galleria "Shangheie" di Shanghai allestisce una sua personale "
Lontano da Xian". Sempre in quelle date a Vienna l'istituto Italiano di
Cultura ospita nei propri spazi una sua personale; a Lucca a Villa Bottini e
nel Museo Archeologico di Palazzo Guinigi presenta "Dalle Stanze dei Miei
Disegni”. Nel 2009 è anche Venezia nella collettiva Dètournemen” nell’antico Ospizio di San
Lorenzo – evento collaterale alla 53° Biennale - e Andy Warhol-Omar Galliani, ospitata nel Chiostro di Santa Apollonia.
In ottobre la Galleria
Dep Art gli dedica un ampio omaggio retrospettivo.
All’Istituto italiano di Cultura di Bogotà (Colombia) si è tenuta una sua
personale dal titolo 21 Dibuyos por una noche in Bogota. Il 2010 si è aperto con una mostra al
Museo Borges di Buenos Aires che verrà poi ospitata da altri 4 musei argentini
e, nel 2011, da istituzioni brasiliane. Omar Galliani. Saint-Étienne
Métropole (Francia), Musée d'Art Moderne (Rue Fernand Léger - 42270 Saint-Priest-en-Jarez). Dal 15 maggio al 22 agosto 2010.
Orari: dal mercoledì al lunedì, dalle 10.00 alle 18.00. Martedì chiuso.
Ingresso: intero Euro 5; ridotto 4 Euro. Per informazioni: tel. 0033.(0)4.77795252. Sito internet: www.mam-st-etienne.fr





MICHAEL
KENNA A REGGIO EMILIA
La grande fotografia torna protagonista a
Palazzo Magnani, il bellissimo spazio espositivo di Reggio Emilia che ha già
ospitato nei suo 13 anni di attività, i più importanti
fotografi e fotoreporter del mondo, da André Kertész a Eugene Smith, da Luigi Ghirri a Arnold Newman, da Edward
Curtis a James Nachtwey, da Werner Bischof a Edward Steichen. Dall’8 maggio al
18 luglio 2010, saranno le immagini di Michael Kenna, uno dei maestri
internazionali della fotografia di paesaggio, ad arricchire le stanze dello
storico palazzo reggiano con la mostra Immagini
del settimo giorno. In occasione
della quinta edizione di Fotografia Europea, l’esposizione, promossa dalla Provincia di Reggio Emilia, con il
contributo di Fondazione Manodori, CCPL, BFMR Dottori Commercialisti, Studio
Legale Sutich-Barbieri-Sutich di Reggio Emilia, Montana, Assicurazioni
Generali, curata da Sandro Parmiggiani,
presenta 290 fotografie in bianco e
nero del maestro inglese, ma americano
d’adozione, in grado di ripercorrere
tutto il suo iter creativo. Tra queste, 200 costituiscono il vero e proprio
percorso antologico, 35 documentano lo sguardo sul territorio reggiano, frutto
di ricognizioni sul campo compiute negli ultimi tre anni, 35 si misurano con il
perenne fascino di Venezia e 20 ripropongono uno dei cicli storici di Kenna,
quello sui campi di concentramento e di sterminio nazisti. Come
sottolinea Sandro Parmiggiani: “da quando
conosco il lavoro di Michael, vi ho sempre immediatamente colto, e amato, una
sorta di respiro lento e profondo del mondo, come se il silenzio fosse finalmente
sceso sulla terra - da qui il titolo della mostra Immagini del settimo giorno: come ci dice il libro della Genesi,
Dio, completata la creazione del mondo, si riposa - , e ciò che noi sbrigativamente e con scarsa consapevolezza chiamiamo
paesaggio a noi si offrisse nel suo incanto segreto, e nella sua essenza più
vera. Non ci sono persone, nelle fotografie di Kenna, né
tantomeno volti e corpi che sviino la nostra attenzione dalle pure linee, dalle
nitide geometrie, dai contrasti, alternativamente duri o soffusi, tra luce e
ombra, tra il biancore assoluto di una neve che tutto ammanta e la drammatica
cupezza di rocce, di isole, di spiagge, di livide distese d’acqua”.
La mostra prende il via dalle immagini scattate da Michael Kenna nella natia
Inghilterra negli anni Settanta e Ottanta, nelle quali si sofferma sui paesaggi
urbani e su quelli di campagna, che posseggono già alcuni caratteri che
impregneranno il suo successivo modo di fotografare: un’atmosfera di nebbie e
di fumi, catturati in quell’indefinibile momento del crepuscolo o dell’alba. La
linea dell’orizzonte è sempre lontana, con la terra disseminata di segni
(alberi, pali, lampioni, giunchi che emergono da uno stagno, un’altalena
solitaria, delle sedie ripiegate) che si protendono come simboli, e che
misurano la profondità del campo visivo. Nei paesaggi urbani sono le strade
lastricate, il nero profilo degli edifici sullo sfondo o quello bianco di un
corrimano lungo un’erta salita, a guidare con forza magnetica l’occhio che
s’inoltra nelle profondità dello spazio. Le cupe silhouette di un
impianto industriale nel Michigan e le inquietanti
forme conico-trapezoidali della centrale elettrica di Ratcliffe nel
Nottinghamshire, che Michael affronta negli anni Novanta, sono i prodromi delle
sue indagini sulle metropoli (New York, Shanghai, Hong Kong, Dubai, Rio de
Janeiro) o sui ponti che a Parigi, a Praga, a New York uniscono le due rive dei
fiumi che le attraversano. Altre volte, è quel che resta di perdute civiltà
lontane, o di creazioni a noi più vicine nel tempo, ad affascinarlo – le
piramidi egizie e maya, le statue dell’Isola di Pasqua, i mulini a vento contro
cui combatté Don Chisciotte nella sua Mancia, il
profilo del monastero di Mont-Saint-Michel, le statue abbandonate a se stesse
nei giardini di Francia, il carro di Apollo a Versailles, colto mentre sembra
uscire dalle acque, le sinistre rovine del Désert de Retz, le costruzioni
solitarie di San Pietroburgo –, a evocare brandelli di memorie lontane. A
questo proposito, non è si può dimenticare il ciclo de L’impossibile oblio – alcune di queste immagini vengono ora
riproposte nella mostra –, che Kenna ha sentito il dovere di realizzare,
recandosi nel corso degli anni Novanta sui luoghi dei campi di concentramento e
di sterminio nazisti: personale testimonianza, memento di un uomo che sa
quanto preziosa e necessaria sia la trasmissione della memoria. Questa sorta di
respiro cosmico che fa vivere il mondo, che caratterizza tutte le immagini di
Kenna, può essere soprattutto colto nelle fotografie scattate negli spazi
aperti: sovente un mare di pece e un cielo di tempesta si contendono la scena,
con la linea dell’orizzonte che a malapena riesce a dividere e distinguere le
due insondabili profondità. Oppure, Kenna scruta la terra – le pianure, le
colline, le montagne, i laghi, gli stagni, i fiumi e i canali – e si sofferma
su isolate macchie di arbusti o di alberi, sugli steccati o sulle dune
desertiche all’orizzonte, sui pali che emergono dall’acqua, sui riflessi che
duplicano e capovolgono il reale, dentro un alone luminoso, che il lavoro in
camera oscura accentua e esalta, che ci ricorda tanta grande pittura misuratasi
con l’incanto della luce. Dal 2006 – anno in cui è nato il progetto di questa
mostra – ad oggi, Michael Kenna è venuto tre volte a Reggio Emilia per scattare
immagini del territorio; nell’occasione di questi soggiorni, si è sempre recato
a Venezia. Gli esiti di queste ricognizioni approdano ora a Palazzo Magnani, in
due sezioni speciali della mostra che arricchiscono la vera e propria esposizione
antologica. Accompagna la mostra un catalogo Skira, bilingue
(italiano/inglese), con testi di Pierre Bonhomme, Ferdinando Scianna, Sandro
Parmiggiani. Michael Kenna nasce a Widnes, Lancashire (Inghilterra) nel 1953.
Dopo avere a lungo sognato di dedicarsi alla pittura, studia fotografia al London College of Printing. Nel 1975 la mostra “The
Land”, a cura di Bill Brandt, al Victoria and Albert
Museum di Londra gli rivela le straordinarie possibilità della fotografia
artistica; oltre a Brandt, Kenna riconosce di avere guardato con interesse a
Atget, Emerson, Sudek, Bernhard, Callahan, Sheeler, Stieglitz. Alla fine degli
anni Settanta, Michael si trasferisce negli Stati Uniti, e va a vivere a San
Francisco – in seguito, abiterà prima a Portland e poi a Seattle, dove
attualmente risiede. A San Francisco incontra Ruth Bernhard (1905-2006),
sensibile fotografa di nudi e di nature morte, della quale
diventa assistente, aiutandola nella stampa delle sue immagini e maturando una
grande esperienza in camera oscura, che nitidamente si rivelerà nel tempo in
tutto il lavoro di Kenna. Pressoché dagli esordi, Michael sceglie il paesaggio
come tema elettivo delle sue fotografie, avviando una infaticabile
ricognizione sugli infiniti volti segreti del pianeta, e arrivandone a toccare
tutti i continenti; gli esiti di questi viaggi e soggiorni, determinati da
commissioni o da scelte personali, vengono documentati in alcune monografie
specifiche e nei cataloghi delle mostre a lui dedicate. Tra le tante
esposizioni che si sono tenute in spazi pubblici e in gallerie private,
ricordiamo quelle in vari musei francesi, statunitensi, giapponesi – ultima
quella alla Bibliothèque Nationale de France di Parigi nel 2009. Tra i suoi
cicli ci piace ricordare “L’impossibile oblio”, sui campi di concentramento e
di sterminio nazisti, esposto anche a Palazzo Magnani nel 2002, come sezione
della mostra “Memoria dei campi”. Michael Kenna. Immagini del settimo giorno. Reggio Emilia, Palazzo Magnani (Corso Garibaldi 29). 8 maggio – 18
luglio 2010. Orari: 10.00 - 13.00, 15.30 - 19.00, chiuso il lunedì. Biglietto:
intero 7 euro: ridotto 4 euro; studenti 2 euro, convenzione con Fotografia
Europea 2010: presentando il biglietto di Fotografia Europea 2010 si avrà
diritto all'ingresso ridotto.




A
FIRENZE AS SOON AS POSSIBLE
A Firenze, dal 14 maggio al 18 luglio
2010, al CCCS - Centro di Cultura Contemporanea Strozzina - Fondazione Palazzo
Strozzi è in programma la mostra AS SOON AS POSSIBLE. L’accelerazione nella società contemporanea. L’esposizione, nata da
un progetto del CCCS, diretto da Franziska Nori, affronterà la tematica del
tempo all’interno della cosiddetta “high speed society”,
il modello di vita caratterizzato dalla rapidità di comunicazione e produzione
dettata dalle possibilità delle nuove tecnologie, attraverso il lavoro di 10
artisti internazionali: Tamy Ben-Tor, Marnix de Nijs, Mark Formanek, Marzia
Migliora, Julius Popp, Reynold Reynolds, Jens Risch, Michael Sailstorfer,
Arcangelo Sassolino, Fiete Stolte. Il tempo è il paradigma di riferimento della
società contemporanea, il cui ritmo vitale è scandito dalla pretesa di una
costante crescita di produttività e da orari di lavoro sempre più lunghi.
L’ambizione di rendere ogni cosa più efficiente e una continua iper-attività
influenzano tutti i settori della vita e non si fermano nemmeno davanti alla
sfera privata, sviluppando fenomeni come lo speed
dating (per la sfera emotiva), il power
nap (per la rigenerazione fisica), il quality
time (da dedicare alla famiglia) o il fast
food (come forma di nutrizione). La volontà di controllare e ottimizzare
ogni attività della propria vita si scontra con la sensazione di una ricorrente
mancanza di tempo, il quale diviene quindi bene primario di ciascuno. Una iper-velocità dettata dagli sviluppi della tecnologia,
che ha portato alla straordinaria mobilità delle persone a livello globale,
all’ininterrotto flusso di comunicazione, al concetto di un’economia
globalizzata e in perenne espansione, all’idea di una produttività sempre in
crescita. Da qualche decennio a questa parte si sta tuttavia arrivando quasi al
limite di questa crescita accelerata, come si può vedere dal progressivo
collasso degli ecosistemi naturali per la mancanza dei necessari tempi di
rigenerazione e, per quanto riguarda l’uomo, dall’ansia e dalla depressione che
rivelano il disagio di chi vive al limite delle proprie possibilità in un mondo
così accelerato. Quello che caratterizza la società di oggi è ciò che il
filosofo Paul Virilio definisce come “dromocrazia”, una dittatura della velocità
governata dal principio per cui “se il tempo è denaro, la velocità è potere”,
evidenziando tuttavia il paradossale effetto di reale immobilità che alla fine
l’uomo subisce, sommerso da nuovi e sempre più veloci mezzi tecnici, arrivando
a una sclerosi culturale e di idee. Sistematizzando posizioni di questo tipo,
il sociologo tedesco Hartmut Rosa parla di “accelerazione sociale” come
fenomeno tipico del mondo occidentale, in cui la velocizzazione tecnica ha
prodotto la sempre maggiore rapidità in ogni fenomeno della vita sociale. La
vita privata, il lavoro, ma anche le relazioni sociali o amorose sono
classificate sulla base della loro connotazione temporale e non più sulla base
della loro effettiva qualità. Ciò che emerge è il costante stato di pressione e
ansia che questa condizione comporta. Insicurezza e relativismo sono i pericoli
evidenziati dal filosofo Zygmunt Bauman, che ha coniato il termine ‘modernità
liquida’ per indicare come ogni certezza o verità del mondo sono destinate a
cadere sotto i colpi della velocità corrosiva di una società consumistica che
mira solo al godimento momentaneo. Le opere degli artisti selezionati sono
espressioni sintomatiche di questa condizione del mondo presente. Ciascuno di
essi è stato scelto secondo la propria diversa modalità di affrontare le
tematiche del tempo, della velocità, dell’accelerazione o di una controreazione
a tutto ciò. La mostra creerà un percorso capace di coinvolgere gli spettatori
in esperienze spazio-temporali che metteranno in evidenza le contraddizioni
della nostra società ‘iper-veloce’. Arcangelo Sassolino (Italia, 1967)
interpreta la tensione dell’accelerazione moderna tramite la creazione di Dilatazione pneumatica di una forza viva,
un ambiente trasparente chiuso che crea una realtà a sé stante, in cui un
contenitore di vetro viene progressivamente riempito di gas fino a giungere a
un’improvvisa esplosione. Tamy Ben-Tor (Israele, 1975) propone il video Normal nel quale una donna, in preda
alle nevrosi e alle ansie della vita moderna, interpreta un frenetico monologo
che rende partecipe il pubblico della sua corrispondenza mail, dei suoi
obblighi lavorativi e del suo fitto calendario di attività. Allo stesso modo,
Fiete Stolte (Germania, 1979) pone se stesso al centro di un progetto che mette
in luce il contrasto tra tempo vissuto e tempo reale: egli “ruba” tre ore a
ogni giorno della settimana, ricavando così un ottavo giorno e sperimentando la
compressione del tempo e lo straniamento dell’uomo in costante lotta contro
l’accelerazione del mondo. Le opere di Michael Sailstorfer (Germania, 1979) si
focalizzano sulla logica intrinseca di materiali e oggetti nella loro azione in
spazio e tempo reali. Zeit ist keine
Autobahn mostra
un pneumatico che ruota ad alta velocità su un muro non spostandosi ma
consumandosi sul posto, diventando così metafora del rapido deperimento delle
cose in una paradossale “accelerazione immobile”. Lo scultore Jens Risch
(Germania, 1973) arriva a dare una fisicità al tempo. Egli realizza sculture
composte da un’infinita di nodi su fili di seta lunghi fino a un chilometro
inventariando metodicamente il processo del suo lavoro nella durata degli anni.
Marnix de
Nijs (Olanda, 1970) presenta l’installazione interattiva Accelerator in cui ogni visitatore sarà
chiamato a mettere a confronto la reattività fisica del proprio corpo di fronte
all’accelerata visione di immagini di una grande metropoli contemporanea. La
video-installazione Secret Life di
Reynold Reynolds (USA, 1966) ritrae, invece, la condizione di una donna intrappolata
nel proprio appartamento, dove lo scorrere del tempo diventa un’esperienza
fisica e psicologica in cui tempo naturale e umano divergono profondamente,
creando un mondo a metà tra realtà e immaginazione. Con l’opera Bit.fall, Julius Popp (Germania, 1973)
dà forma all’incessante inondazione di contenuti provenienti dai media: parole
chiave prese da internet appariranno sotto forma di gocce
d’acqua visibili, solo per un attimo, in una spettacolare cascata.
Marzia Migliora (Italia, 1972) cita invece un eroe della velocità e dei media
come Marco Pantani. L’artista presenta un tappeto con le sembianze di una
strada su cui la frase Vado così forte in
salita per abbreviare la mia agonia è sintomatica dell’ansia da prestazione
e della tragicità di questa figura. Mark Formanek (Germania, 1967), con la
collaborazione di Datenstrudel, propone Standard
Time, un orologio dall’aspetto digitale ma con un “circuito umano” di
settanta operai che spostano e montano continuamente minuti e ore secondo un’ironica corsa contro il tempo stesso. Accompagna
l’esposizione un catalogo bilingue (italiano-inglese; ediz. Alias – Mandragora)
che presenterà un approfondimento sui temi della mostra con testi di Hartmut
Rosa (docente di Sociologia all'Università di Iena) sulla nozione di
accelerazione sociale e sul tempo come risorsa primaria, Andrea Ferrara
(professore di Cosmologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa) sul tempo e la
sua relatività nel contesto dell’astrofisica, Alessandro Ludovico (critico e
direttore della rivista Neural, dedicata alla cultura digitale) sul
concetto di tempo e di accelerazione in una società sempre più virtuale e
tecnologizzata, Zygmunt Bauman (sociologo, filosofo e professore emerito
dell'Università di Leeds) sul concetto di vita e modernità liquida, e Sandra
Bonfiglioli (docente al Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano) sulla nascita
di progetti urbanistici legati alle strutture temporali delle città. As Soon As Possible. L’accelerazione
nella società contemporanea. Firenze, CCCS - Centro di Cultura
Contemporanea Strozzina - Palazzo Strozzi. 14 maggio - 18 luglio 2010. Orari:
martedì – domenica 10.00 - 20.00, giovedì 10.00 - 23.00. Lunedì chiuso.
Biglietto (valido per un mese): 5,00 € intero; 4,00 € ridotto (studenti
universitari e convenzioni); 3,00 € ridotto scuole;
giovedì gratuito 18.00 – 23.00. Catalogo: Alias – Mandragora.





A
VILLA PISANI L’OTTOCENTO VENEZIANO
Il Museo Nazionale di Villa Pisani di
Stra (Venezia), ospita dal 28 marzo al 26 settembre
2010 la mostra OTTOCENTO veneziano
VENEZIANO contemporaneo promossa dalla Soprintendenza per i Beni
Architettonici e Paesaggistici per le province di Venezia, Belluno, Padova e
Treviso, organizzata da Munus in collaborazione con la Regione Veneto e
curata da Myriam Zerbi per la sezione dell’Ottocento e da Costantino D’Orazio
per la sezione del Contemporaneo. La rassegna, allestita nelle sale e nel parco
di Villa Pisani, illustra il ruolo centrale che Venezia ha avuto nella
formazione, nell’accoglienza e nell’ispirazione degli artisti dal XIX secolo ai
giorni d’oggi. Il percorso espositivo è organizzato in due nuclei distinti: le
opere dell’Ottocento saranno presentate negli ampi corridoi della villa, mentre
le opere di alcuni giovani artisti contemporanei dialogheranno con il parco. La
sezione ottocentesca mette in luce l’opera dei pittori più
celebri che si sono formati o che hanno insegnato nelle aule dell’Accademia di
Venezia nel corso dell’Ottocento e nei primi lustri del secolo successivo.
Lavori che coprono un arco temporale di più di un secolo dialogano tra loro
avvicinando protagonisti dell’arte veneta i cui sentieri si sono incrociati
nell’ambito della istituzione veneziana, il cui
prestigio è da sempre stato pari a quello dell’Accademia romana di San Luca e
di quella milanese di Brera. Solcando l’Ottocento che, nel passare degli anni,
col mutare del gusto e della temperie culturale, cambia pelle, e dall’ideale
neoclassico si fa romantico e poi realista, i dipinti, le cui dimensioni
variano dal miniaturistico al monumentale, conducono lo spettatore attraverso
scene storiche, ritratti, quadri di genere, paesaggi, ad assaporare sfumature
diverse dell’emozione estetica, dal rigore lucido e razionale del disegno di
matrice canoviana all’incanto di smaglianti cromatismi vedutistici nel solco
della tradizione settecentesca, e dallo struggente fascino di un paesaggio
ripreso dal vero all’ironica malinconia di un arguto racconto popolare. Le sale
di Villa Pisani ospiteranno opere di autori famosi e celebrati tra cui Teodoro
Matteini (il primo a tenere la cattedra di Pittura nella nuova sede del
convento e chiesa della Carità dove nel 1807 s’inaugura la Regia Accademia),
Giuseppe Borsato, Francesco Hayez, pupillo di Canova, nume tutelare
dell’Accademia ai suoi inizi, Ludovico Lipparini, Michelangelo Grigoletti,
Ippolito Caffi, Pompeo Molmenti, Napoleone Nani, Guglielmo Ciardi, Giacomo
Favretto, Ettore Tito, Alessandro Milesi, oltre a quelle di personalità
artistiche di notevole pregio, ma meno note al grande
pubblico quali Vincenzo Chilone, Domenico Bresolin, Egisto Lancerotto,
Oreste Da Molin e Antonio Rotta. A dimostrazione del fatto che Venezia sia
ancora oggi un vivace centro creativo, dove si formano e lavorano giovani
artisti di grande interesse, Costantino D’Orazio ha invitato cinque artisti che
operano nel contesto veneziano a confrontarsi con lo straordinario scenario del
parco di Villa Pisani, dove negli ultimi due anni hanno esposto alcuni tra i
maggiori maestri internazionali. Dopo Mimmo Paladino, Richard Long, Giuseppe
Penone, Jannis Kounellis, il parco della Villa si aprirà per la prima volta
agli artisti delle ultime generazioni, con uno sguardo a coloro che
contribuiscono ad arricchire la realtà veneziana attraverso il loro lavoro.
Come le personalità dell’Ottocento, anche per questi giovani
Venezia ha rappresentato un importante contesto di formazione per la
costruzione della propria carriera, che si è nel tempo distinta per la
partecipazione a premi prestigiosi e a mostre pubbliche di livello nazionale e
internazionale. Elisabetta Di Maggio, Giorgio Andreotta Calò, Margherita
Morgantin, Arcangelo Sassolino e Alberto Tadiello, che realizzeranno
installazioni appositamente pensare per il parco, saranno i primi protagonisti
a Villa Pisani di una finestra aperta sull’avanguardia più contemporanea. Il
catalogo di questa sezione, oltre ad illustrare i lavori degli artisti, si
configurerà come una guida alle istituzioni che oggi a Venezia si occupano
della formazione e della promozione dei giovani artisti: dall'Accademia di
Belle Arti alla Fondazione Bevilacqua La Masa, dalla Fondazione Querini Stampalia allo IUAV e alla Galleria Contemporaneo di Mestre.
Elisabetta Di Maggio, che ha partecipato alla Quadriennale nel 2008 ed è
invitata alla prossima mostra internazionale dell’Hangar Bicocca di Milano,
trasformerà la Coffee
House in una serra per piante sospese nel tempo; Giorgio
Andreotta Calò, reduce da una mostra personale alla Galleria Civica di Trento,
evocherà l'antica funzione della ghiacciaia nel bosco della Villa attraverso
una suggestiva installazione che gioca con la trasparenza; Margherita
Morgantin, che ha esposto alla Fondazione Quetini Stampalia e ha partecipato
all’ultima Quadriennale, inserirà un segno nel labirinto della Villa per creare
un gesto emozionale attraverso il soffio del vento; Arcangelo Sassolino,
protagonista di una mostra personale al Palais de Tokyo di Parigi, realizzerà
una scultura dedicata ai rumori più tipici di Venezia, sfruttando la tensione e
la resistenza dei materiali; Alberto Tadiello, vincitore dell’ultima edizione
del Premio Furla e attualmente impegnato al Museo Mambo di Bologna, si
insinuerà nella serra tropicale di Villa Pisani attraverso un lavoro sonoro,
che arricchirà l’atmosfera straniante dell’ambiente. “Ottocento
Veneziano Ÿ Veneziano Contemporaneo”.
Museo Nazionale di Villa Pisani. Via Doge Pisani 7 - 30039 Stra (Venezia). Dal
28 marzo al 26 settembre 2010. Curatori: Myriam Zerbi (Ottocento Veneziano) e
Costantino D’Orazio (Veneziano Contemporaneo). Comitato Scientifico Ottocento
Veneziano: Carlo Montanaro (Direttore Accademia di Belle Arti Venezia),
Giuseppe Rallo (Direttore Museo Nazionale Villa Pisani), Isabella Reale
(Direttore Museo Arte Moderna di Udine), Sileno Salvagnini (Accademia di Belle
Arti di Venezia), Nico Stringa (Università di Ca’ Foscari). Organizzazione:
Munus S.p.A., Via Alessandro Fleming 55 - 00191 Roma; in collaborazione con:
Accademia di Belle Arti di Venezia. Enti promotori: Museo Nazionale Villa Pisani e Ministero per i Beni e le Attività Culturali
- Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di
Venezia, Belluno, Padova e Treviso. Patrocino Regione Veneto. Catalogo:
Allemandi. Orario: dal 28 al 31 marzo dalle 9.00 alle 17.00. Dal 1 aprile al 26
settembre dalle 9.00 alle 20.00. Chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 10,00,
ridotto € 7,50 (cittadini UE tra i 18 e i 25 anni). Informazioni:
Mostra: 049.502270 – Prenotazioni: 041.2719019
www.villapisani.beniculturali.it






A
MILANO STANLEY KUBRICK
Per la prima volta al mondo, una mostra
indaga un aspetto finora poco conosciuto della carriera di Stanley Kubrick. Dal
16 aprile al 4 luglio 2010,
a Palazzo della Ragione di Milano saranno esposte trecento
fotografie, molte delle quali inedite e stampate dai negativi originali,
realizzate da Stanley Kubrick dal 1945 al 1950 quando, a soli 17 anni, venne
assunto dalla rivista americana Look. L’esposizione, curata da Rainer Crone,
realizzata dal Comune di Milano - Cultura e da Giunti Arte Mostre Musei, in
collaborazione con la Library
of Congress di Washington e il Museum of the City of New York - che
custodiscono un patrimonio ancora sconosciuto di oltre 20.000 negativi di
Stanley Kubrick, giovanissimo, ma già grande fotografo - testimonierà la sua
capacità di documentare la vita quotidiana dell’America dell’immediato
dopoguerra, attraverso le storie di celebri personaggi come Rocky Graziano o
Montgomery Clift, le inquadrature fulminanti e ironiche nella
New York che si apprestava a diventare la nuova capitale mondiale, o ancora la
vita quotidiana dei musicisti dixieland. “Una mostra che racconta anzitutto lo ‘sguardo’ di Kubrick
che si è rivelato essere uno dei tratti stilistici più interessanti della sua
poetica cinematografica - spiega l'assessore alla Cultura del Comune di Milano
Massimiliano Finazzer Flory -. Conosciuto
ai più per gli indimenticabili film che hanno segnato la storia del cinema,
Kubrick si è brillantemente distinto per la sua attività di fotoreporter. Una carriera fotografica che si è dispiegata all’insegna della
ricerca dell’anima dei personaggi ritratti al pari degli ambienti con una
personalissima visione del reale e dei suoi stratificati livelli di
significato”. L’iniziativa rivelerà il suo modo di fare
fotografia, una delle passioni che Kubrick, ancora
minorenne, ereditò dal padre (l’altra sono gli scacchi), ma che si esaurì nel
breve volgere di un quinquennio. La prima fotografia viene pubblicata il 26
giugno 1945 e ritrae un edicolante affranto per la morte di Roosevelt,
un’immagine che affascinerà cosi tanto gli editors di Look da offrire al
fotografo dilettante la possibilità di entrare nello staff della rivista come
fotoreporter. Il metodo Look, che era caratterizzato da una narrazione a
episodi, non incontrava il gradimento dei più importanti fotogiornalisti. I
responsabili della rivista volevano che il soggetto fosse seguito
costantemente, che venisse fotografato in tutto ciò che faceva. Questo stile
invadente esercitava un grande fascino su Kubrick al quale piaceva creare delle
storie partendo proprio da quelle foto. Per ottenere dai personaggi delle pose
che fossero più naturali possibili, Kubrick metteva in atto una serie di
stratagemmi per passare inosservato. Uno di questi consisteva nel nascondere il
cavo della macchina fotografica sotto la manica della giacca e nell’azionare
l’otturatore con un interruttore nascosto nel palmo della mano. Negli interni
cercava di sfruttare il più possibile la luce naturale agendo opportunamente
sul tempo di esposizione e sull’apertura del diaframma. Gran parte del senso
estetico che ritroviamo nei suoi film veniva già espresso dal suo lavoro di
questi anni. Anche ricorrendo a tecniche e punti di vista particolari e
mantenendo sempre un certo distacco riesce a far trapelare l’aspetto
psicologico dei soggetti ritratti, permettendo così all’osservatore delle foto
di costruire una personale interpretazione del carattere delle persone riprese.
“Nascono così le prime fotografie di Stanley Kubrick,
realizzate nell’America dell’immediato dopoguerra, che sorprendono poiché non
si limitano alla rappresentazione di un’epoca, come ci si potrebbe aspettare da
un fotoreporter. Le sue istantanee infatti -
sottolinea il curatore -, che stupiscono per la loro sorprendente maturità, non
possono essere considerate come archivi visivi della gioia di vivere, catturata
dallo spirito attento e pieno di humor di un giovane uomo, ma costituiscono un
consapevole invito a confrontarsi con le risorse del mezzo fotografico, con le
sue possibilità di rappresentazione e con la propria percezione della realtà:
una costante dell’opera artistica di Kubrick che comincia con le fotografie e
continua nei film». Un passaggio fondamentale, dunque, se si pensa che
l’ambiguità dell’immagine e del cinema stesso sono al
centro della riflessione che anima il cinema d’autore del secondo dopoguerra,
per questo detto moderno e di cui Kubrick è stato uno degli
indiscutibili maestri. Il percorso espositivo è organizzato in due parti. La
prima, divisa a sua volta in 7 sezioni, avrà un’introduzione, Icone, nella quale vengono presentate le
immagini simbolo delle storie che l’occhio dell’obiettivo di Kubrick ha
immortalato. Come Portogallo che
racconterà il viaggio in terra lusitana di due americani nell’immediato
dopoguerra, o ancora Crimini, che
testimonierà l’arresto di due malviventi seguendo i movimenti dei poliziotti,
le loro strategie, le loro furbizie, fino all’avvenuta cattura. Betsy Furstenberg, protagonista della
sezione a lei dedicata e che la rappresenta come il simbolo della vivace vita
newyorkese di quegli anni, farà da contraltare alle vicende dei piccoli shoe shine, i lustrascarpe che si trovavano agli angoli delle strade di New York.
Chiudono questa prima parte le due sezioni dedicate alla vita che si svolgeva
all’interno della Columbia University,
un luogo d’élite dove l’America formava la classe dirigente del futuro, e
all’interno del Campus Mooseheart
nell’Illinois, una residenza universitaria, costruita da benefattori, per educare
figli orfani di guerra che sarebbero andati a ingrossare le fila della middle class americana. La seconda parte
del percorso toccherà altri argomenti rappresentativi della breve carriera di
Kubrick fotografo, come le immagini dedicate al giovane Montgomery Clift colto
all’interno del suo appartamento, o quelle del pugile Rocky Graziano, che
raccontano i momenti pubblici e privati di un eroe moderno, o ancora l’epopea
dei musicisti dixieland di New Orleans. Accompagna la mostra un catalogo Giunti
Arte mostre musei. Stanley Kubrick – Fotografo. Gli anni di Look (1945 – 1950).
Milano, Palazzo della Ragione (piazza Mercanti 1). Dal 16 aprile al 4 luglio
2010. Orari: Lunedì h 14.30 - 19.30.
Da martedì a domenica h 9.30 - 19.30. Giovedì h 9.30 - 22.30. La biglietteria
chiude un’ora prima. Biglietti: intero
€ 8,50; ridotto € 7,00: studenti, over 65, minori di 18 anni; ridotto speciale
scuole 3,00. Informazioni e prenotazioni:
tel 02.43.35.35.22; mailto:servizi@civita.it










RUBENS
E I FIAMMINGHI A COMO
Como organizza la settima grande mostra
a Villa Olmo. I successi delle rassegne dedicate a Mirò, Picasso, Magritte,
agli Impressionisti, a Klimt e Schiele, e ai maestri dell’Avanguardia russa
Chagall, Kandinsky e Malevic, visitate da oltre 500.000 persone per una media
annuale di circa 90.000 visitatori, hanno fatto del capoluogo lariano uno dei
punti di riferimento del circuito espositivo italiano. Le sale della
settecentesca Villa Olmo
si aprono dal 27 marzo al 25 luglio 2010 al genio di PIETER PAUL RUBENS (Siegen, 28 giugno 1577 –
Anversa, 30 maggio
1640), maestro del Barocco. Uno sforzo considerevole quello del
curatore della mostra Sergio
Gaddi, assessore alla cultura del Comune di Como, che insieme
a Renate Trnek, direttrice della Gemäldegalerie dell’Accademia di Belle Arti di
Vienna, è riuscito a radunare ben 25 capolavori del maestro fiammingo
provenienti dalle collezioni della Gemäldegalerie dell’Accademia di Belle Arti,
dal Liechtenstein Museum e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna. Ideata
dall’assessorato alla cultura del Comune di Como, la mostra presenta uno dei
nuclei di Rubens numericamente più importanti finora mai esposti in Italia,
oltre a 40
opere di artisti della sua cerchia, tra i quali il grande Anton Van Dyck, Jacob
Jordaens, Gaspar de Crayer, Pieter Boel, Cornelis de Vos, Theodor Thulden. “La mostra di Villa Olmo - commenta il curatore Sergio Gaddi - celebra la genialità e la
modernità di uno dei maestri assoluti della pittura, che dopo quattrocento anni
continua a sorprendere per la potenza grandiosa ed esuberante del segno che ha
reso universale il Barocco europeo. Rubens è sempre
contemporaneo perché fissa nel tempo l’infinita
bellezza del mondo e riesce a infondere la vita alle sue creazioni attraverso
la luce e il colore. La sua pittura è una festa per l’anima e per gli occhi, e
le opere esposte a Como raccontano l’inesauribile gusto per la vita del grande
artista e la prodigiosa forza di seduzione che nasce dalle sue visioni. Il consistente nucleo di opere di Rubens è integrato da una
raffinata selezione di quadri di artisti variamente legati ad Anversa e
all’atelier del maestro, che permette un viaggio appassionante nell’epoca d’oro
della pittura fiamminga del Seicento”. “Con Rubens e i suoi epigoni fiamminghi - sostiene il sindaco di
Como, Stefano Bruni - Como si
appresta a vivere un’altra straordinaria stagione di grandi eventi, un
ulteriore passo di un percorso ambizioso iniziato nel 2004 e
che a pieno titolo ci ha già inserito nel circuito delle città d’arte, con
importanti benefici per il territorio, per la naturale vocazione turistica e
per il prestigio della nostra città. Dopo sette anni, continuo quindi a sostenere e a
credere nella straordinaria forza propulsiva delle mostre e nella loro capacità
attrattiva”. Il
percorso espositivo studiato da Sergio
Gaddi per le nove sale di Villa Olmo, si snoda
attraverso i temi caratteristici della pittura di Rubens, come i soggetti
sacri, i riferimenti alla storia e al mito, e contempla alcuni dei maggiori
capolavori del maestro fiammingo. Tra questi, le Tre Grazie (1620-1624), vero manifesto dell’ideale bellezza
femminile del tempo e che Rubens rappresenta sul modello del gruppo scultoreo
ellenistico ritrovato a Roma nel XV secolo. Rubens dipinse il motivo delle Tre
Grazie diverse volte, come soggetto singolo o inserito in un contesto più
ampio. In questo caso, i tre personaggi femminili sono impersonati nelle figure
delle dee greche delle stagioni, vestite solo di un leggerissimo velo, che reggono
un cesto di fiori, donando loro uno straordinario movimento circolare e un
naturale ed elegante intreccio di braccia e di mani. Borea rapisce Orizia (1615),
vigoroso capolavoro e immagine guida della mostra, rappresenta il rapimento,
narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, della ninfa Orizia, da parte del barbuto e
alato Borea, personificazione del vento del nord. Rubens fonde i due corpi in
un avvolgente e fluttuante abbraccio, catturando il momento di transizione che
dalla paura e violenza del rapimento conduce a un’estasi di amore e fantasia.
Il corpo di Orizia, come quello di tutte le figure femminili di Rubens, è reso
con un incarnato talmente realistico e vivo da far domandare a Guido Reni: “Ma questo pittore mescola il sangue ai
colori?”. Due opere di
straordinaria importanza presenti in mostra sono La circoncisione di Cristo
(1605), che risponde a precise indicazioni iconografiche dettate dalla
Controriforma di espressione chiara ed immediata di partecipazione al
sentimento religioso, e la Madonna della
Vallicella (1608) - forse la commessa di maggior prestigio che l’artista
ricevette in Italia - due modelli per le pale d’altare della Chiesa dei Gesuiti
a Genova e di Santa Maria della Vallicella a Roma, dove l’impostazione
teatrale della luce e l’atmosfera cromatica rivelano l’influsso dei grandi
pittori veneziani del
Cinquecento, che Rubens aveva studiato durante il suo soggiorno a Venezia del
1600. L’imponente dipinto Il satiro sognante, una delle opere più
insolite del maestro fiammingo, realizzata tra il 1610 e il 1612 poco dopo il
suo ritorno in Italia, colpisce, oltre che per la sua allegorica sensualità,
per l’architettura della composizione che contrappone il gruppo composto da
Bacco, dal satiro ubriaco e dalla Menade, a una traboccante natura morta,
composta da un prezioso vasellame dorato e da una ricca serie di calici e
coppe. Un’assoluta rarità è Il
giudizio di Paride (1605-1608), una delle sole quattro opere che Rubens
realizza su tavola di rame, supporto inconsueto per un tema ricorrente
nella sua pittura, più volte ripreso fino al famoso quadro del 1638-39
commissionato dal re di Spagna Filippo IV, ora al Prado di Madrid. È questo uno
dei più incantevoli ‘poemi’ dipinti da Rubens, in cui tutto, dall’insieme della
composizione, alle figure al paesaggio, al cielo che le sovrasta, si risolve
nel colore e nella pittura stesa con pennellate fluide, fondendo in un unicum indissolubile sia le figure che
l’ambiente che le circonda. Il dipinto raffigura la competizione tra le dee
Giunone, Minerva e Venere per il titolo di donna più bella dell’Olimpo,
giudicate da Paride. Particolarmente significative sono le due grandi tele che
raffigurano Vittoria e Virtù e Il trofeo di armi, appartenenti al ciclo che Rubens dedicò al console romano
Publio Decio Mure (1616-1617). Il tema dei quadri è ispirato alle vicende
dell’eroico condottiero vissuto nel IV secolo a.C., la cui storia è stata
tramandata da Tito Livio. Le grandi imprese hanno sempre
stimolato l’artista, tanto da fargli dire, in una lettera del 1621 indirizzata
a William Trumbull: “Confesso che una
dote innata mi ha chiamato a eseguire grandi opere piuttosto che piccole
curiosità. Ciascuno ha la sua
maniera. Il mio talento è di siffatta guisa che nessuna
impresa, per quanto grande e multiforme nell’oggetto, potrà sormontare la
fiducia che ripongo in me stesso”.
Di notevole valore storico, oltre che artistico, la serie dei
piccoli oli su tavola di soggetto sacro, dipinti da Rubens come modelli
preparatori per i 39 dipinti commissionatigli nel 1620 per i soffitti della
chiesa dei Gesuiti di Anversa, opere che andarono poi distrutte dall’incendio
della chiesa del 1718. La costruzione pittorica di particolare dinamismo e la
prospettiva dal basso verso l’alto testimoniano la suggestione di Paolo Veronese esercitata
sulla fantasia di Rubens. In questi preziosi lavori preparatori sopravvissuti è
possibile incontrare più che mai la mano autografa dell’artista, che realizzava
personalmente i bozzetti affidandosi poi alla collaborazione della bottega per
il perfezionamento dell’opera finale. Accanto
a questi capolavori di Rubens, la mostra di Villa Olmo propone
40 tele realizzate da pittori fiamminghi della sua cerchia, in particolare di
Anton Van Dyck, amico del maestro e certamente l’allievo di maggior talento – di
cui è presente, tra gli altri, il famoso Autoritratto giovanile e lo
splendido Ritratto in armi del giovane principe - oltre che opere di
Jacob Jordaens, Gaspar de Crayer e Theodor Thulden. Tra i fiamminghi spiccano,
per particolare pregio e minuzia del dettaglio, le nature morte di Pieter Boel,
Jan Fyt e Jan De Heem in cui è possibile incontrare quella commistione di
naturalismo, esotismo e artificialità tipica delle raccolte nobiliari delle kunstkammern
tanto di moda nei Paesi Bassi del XVII secolo. È il caso di Natura morta con
mappamondo, tappeto e cacatua di Pieter Boel o Natura morta con frutta e
scimmia di Jan Fyt o ancora la sontuosa Natura morta con pappagallo
di Jan Davidsz de Heem. Una variante della natura morta, molto apprezzata nelle
Fiandre intorno alla metà del Seicento è quella delle scene di cacciagione, ben
rappresentate in mostra da opere come Il pavone bianco di Jan Weenix (1693), o
le due Natura morta con cacciagione, rispettivamente di Jan Fyt e
Melchior Hondecoeter. Don Chisciotte, cavaliere del Barocco è il nuovo
progetto teatrale, a cura di Teatro in Mostra di Como, regia di Eleonora
Moro, che anche quest’anno si affianca all’esposizione come evento parallelo di
approfondimento didattico per indagare i legami tra Rubens e l’epoca barocca.
Catalogo Silvana Editoriale. “Rubens e i fiamminghi” a cura di Sergio Gaddi e Renate
Trnek. Dal 27 marzo al 25 luglio 2010. Como, Villa Olmo -
via Cantoni 1. Orari: da martedì a giovedì: 9 -20; da venerdì a
domenica: 9 -22 (la biglietteria chiude un’ora prima); lunedì chiuso.
Biglietti: Intero: 9 €; Ridotto: 7 € (visitatori oltre 65 anni e tra 6 e 18
anni, universitari fino a 26 anni, gruppi di almeno 25 persone con ingresso
gratuito per l’accompagnatore, categorie convenzionate); Ridotto scuole: 5
€ (gruppi scolastici di almeno 25
persone con ingresso gratuito per due accompagnatori); Gratuito: bambini fino a
6 anni, disabili con accompagnatore. Biglietteria
on line: www.ticket.it www.ticketone.it




I
BASALDELLA A VILLA MANIN
I tre Basaldella, Dino, Mirko e Afro,
proposti tutti insieme in una grande retrospettiva a oltre vent’anni di
distanza rispetto a quella che la
Galleria d’arte moderna di Udine dedicò loro nell’ormai
lontano 1987. Con l’obiettivo di aggiornarla con quanto di nuovo si è scoperto
in questi venti anni e oltre su di loro e anche con la presentazione di alcuni
inediti di Afro. La mostra “I Basaldella. Dino, Mirko, Afro”, fortemente voluta dalla Regione Friuli Venezia
Giulia e dall’Azienda Speciale Villa Manin è curata da Giuseppe Appella,
Fabrizio D’Amico, Marco Goldin e organizzata da Linea d’ombra. Sarà
ospitata a Passariano di Codroipo (Udine), dal 27 marzo al 29 agosto 2010,
negli stessi locali che hanno recentemente presentato le fortunate mostre su
Giuseppe Zigaina e “L’età di Courbet e Monet”, quest’ultima in corso fino al 7
marzo 2010. In
questi ultimi anni mostre, anche importanti, in Italia e nel mondo, dedicate ai
tre figli artisti di Leo Basaldella, pittore decoratore udinese, morto per
causa di guerra nel ’19, non sono certo mancate. Molte su Afro (1912 – 1976),
meno numerose ma altrettanti importanti su Dino (1909-1977) e su Mirko
(1910-1969). La pubblicazione del catalogo generale ha fatto emergere opere
prima sconosciute e gli studi hanno offerto motivi di grande interesse, a
rendere ancora più affascinante e magmatico il già complesso “mondo dei Basaldella”. La mostra, diretta da Marco Goldin, cercherà
di fare sintesi di tre personalità tanto autorevolmente e diversamente
complesse, presentandole attraverso opere ben note ma anche con opere, di
grandissimo interesse, sino ad oggi mai esposte al pubblico. Il percorso
espositivo ripercorrerà l’intera vicenda artistica dei tre fratelli, dagli
esordi dati ancora ad Udine nell’ambito della “Scuola friulana d’avanguardia”,
agli anni spesi a Monza e a Milano, a quelli romani, dove Afro e Mirko si
stabiliranno, pur con frequenti, rinnovati e operosi soggiorni nella terra natale; fino, per ciascuno dei tre, agli anni della maturità
e a quelli tardi. Il percorso delle opere, che seguirà il criterio cronologico,
sarà teso ad evidenziare i rapporti che seguiteranno a stringere, pur nelle
emergenti specificità linguistiche, i tre artisti. La mostra si avvarrà di
opere provenienti da alcune maggiori collezioni pubbliche italiane, fra le
quali quelle della Galleria Nazionale di Roma, della Galleria d’Arte Moderna di
Udine, del Museo Civico di Pordenone, della GAM di Torino, dei Musei Vaticani,
della Banca d’Italia, della Galleria Comunale d’Are Moderna di Roma, dal Civico
Museo Revoltella di Trieste, della Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e
Pordenone. Si avvarrà inoltre della collaborazione e dei prestiti provenienti
dal nuovamente costituito Archivio Afro di Roma, e da numerosi nuclei
collezionistici, familiari o storici, dei tre fratelli Basaldella. Dai quali
proverranno anche alcuni preziosi inediti, appartenenti per lo più agli anni
Trenta e ai primi Quaranta, di Afro. Il catalogo dell’esposizione, edito da
Linea d’ombra libri, è coordinato da Marco Goldin assieme a Giuseppe Appella e
Fabrizio D’Amico, con saggi dei curatori ed ampie rivisitazioni
bio-bibliografiche a cura di Lara Conte, Bruna Fontana e Gianni Schiavon. Con
questa mostra si conferma l’impegno della Regione a fare della Villa Dogale,
attraverso l’Azienda Speciale, il punto di riferimento artistico del Friuli
Venezia Giulia, aperto alla collaborazione con altri enti artistici del
territorio e proiettato verso una dimensione europea. Nonostante le difficoltà
di bilancio, la Regione
intende proseguire con questa e le altre mostre programmate il percorso
iniziato con successo nei mesi scorsi e destinato a richiamare nel compendio di
Villa Manin una sempre crescente attenzione.