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A  PAVIA GIORGIO DE CHIRICO

Dal 6 marzo al 2 giugno 2010, alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia si terrà la mostra Giorgio de Chirico. La suggestione del Classico, promossa dal Comune di Pavia e dalla Provincia di Pavia, prodotta e organizzata da Alef – cultural project management, in linea con il progetto di valorizzazione delle Scuderie del Castello Visconteo, condotto attraverso una costante programmazione di elevato profilo culturale. Come afferma Gian Marco Centinaio, Assessore al Marketing territoriale e Cultura del Comune di Pavia, “Dopo il grande successo dell’esposizione Da Velazquez a Murillo, le sale del Castello Visconteo di Pavia hanno l’onore di ospitare la mostra La suggestione del Classico di Giorgio de Chirico. Si tratta di un appuntamento particolarmente importante e di prestigio, frutto della sinergia che questa amministrazione ha subito instaurato con la Provincia di Pavia e che rientra nel progetto di valorizzazione delle Scuderie del Castello Visconteo. Con la mostra dell’Ermitage si è toccato un livello molto elevato e l’amministrazione vuole continuare su questa strada con altri appuntamenti di prestigio: l’esposizione di de Chirico è solo il primo passo di un percorso che intende porre Pavia al centro dell’attenzione culturale internazionale, come è giusto che sia. La mostra presenterà 40 opere di de Chirico - tra dipinti e sculture realizzati tra gli anni Trenta e gli anni Settanta del Novecento - selezionate da Victoria Noel-Johnson e Sabina D’Angelosante per la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico di Roma, da cui provengono tutti i lavori. A questo nucleo si affiancherà una serie di reperti provenienti dai Musei Archeologici della Provincia di Salerno, selezionati da Matilde Romito, che evidenziano la suggestione esercitata dal classico nell'arte del maestro della Metafisica. Un progetto e una proposta espositiva che illustra uno dei motivi centrali della pittura di de Chirico, ovvero la sua propensione all’antico, al mondo ellenico e ai valori plastici della scultura classica, elementi che ne fanno un artista colto e raffinato con una memoria del mondo antico sorprendente e fertile. I motivi di quel mondo arcaico occupano, infatti, già dal primo decennio del Novecento gli scenari delle sue opere in modo prepotente, grazie a un linguaggio che articola sapientemente evocazione e invenzione e che condurrà di lì a poco a quel processo di pietrificazione dello spazio e del tempo caratteristici della pittura metafisica. Il Mediterraneo, grande bacino di storia e di cultura, ha recitato nel movimento artistico della Metafisica e nell’evoluzione stilistica dello stesso de Chirico un grande ruolo, rappresentando l’immagine della conoscenza in filosofia, poesia, scultura e pittura. De Chirico si avvicinava, infatti, al mondo classico con lo scrupolo e la sensibilità di un archeologo ma, al tempo stesso, con lo spirito romantico di un appassionato collezionista di calchi di sculture classiche. L’anima, le forme, i personaggi del mito ellenico, la quieta grandezza della statuaria antica, gli assolati silenzi del paesaggio meridionale sono poi sempre rimasti gli spunti basilari della sua ispirazione: de Chirico si riappropriava dell’arte greca nelle teste marmoree, nelle anfore, e nelle statue conservate dai più importanti musei archeologici italiani. Senza la scoperta del passato, era solito affermare de Chirico, non è possibile la scoperta del presente. In questo caso, il pittore è l’erede non solo delle grandi tendenze romantiche, quanto di quelle della migliore tradizione classica. Nato a Volos, in Grecia nel 1888, de Chirico non poteva che porre alla base della propria autobiografia il paesaggio culturale della sua infanzia, non separato dalla considerazione dell’impatto svolto dal Mediterraneo come ispiratore di cultura. Giorgio de Chirico. La suggestione del Classico è il secondo appuntamento di un percorso che ha toccato come sua prima tappa la Galleria Civica d'Arte di Cava de’ Tirreni (SA), dove è stata giudicata come uno degli eventi espositivi più significativi della stagione culturale 2009-2010 del Sud Italia. Giorgio de Chirico nasce il 10 luglio del 1888 a Volos, capitale della Tessaglia (Grecia) da Evaristo, ingegnere, e da Gemma Cervetto, nobildonna di origini genovesi. In questi anni Giorgio, assecondato dal padre nella passione per l'arte, prende le prime lezioni di disegno dal pittore greco Mavrudis. Proprio ad Atene de Chirico realizza il suo primo quadro dal titolo Natura morta con limoni. Nel 1906, a seguito della morte del padre, la famiglia de Chirico si trasferisce per un breve periodo in Italia, con due brevi soste a Venezia e a Milano, per poi stabilirsi a Monaco dove Giorgio frequenta l'Accademia di Belle Arti ed entra in contatto con la cultura artistica, letteraria e filosofica tedesca. Legge Schopenauer, Nietzsche e Weininger, approfondisce lo studio della pittura antica e studia l'arte di Arnold Böcklin. Nel marzo 1910 si trasferisce con il fratello a Firenze ove dipinge il suo primo quadro metafisico: Énigme d'un après-midi d'automne. Lì subisce l'influenza di Giotto e della pittura primitiva toscana, indirizzandosi verso una pittura ricca di impianti prospettici e di costruzioni a forma di arcate. Nel 1911, diretto a Parigi con la madre per raggiungere il fratello, passa per Torino. La città lo colpisce per alcuni particolari architettonici che diverranno temi iconografici della sua pittura. A Parigi ha inizio la sua vera carriera artistica a contatto con gli ambienti dell'avanguardia artistico-culturale francese e con il poeta Guillaume Apollinaire. L’anno seguente, nel 1912, grazie all'interessamento del fratello, partecipa per la prima volta ad una mostra: Salon d'Automne al Grand Palais di Parigi. In occasione dell'esposizione, nel 1913, di altre tre sue opere al Salon des Indépendants a Parigi viene notato da Pablo Picasso e Guillaume Apollinaire grazie ai quali de Chirico stringe amicizia con Brancusi, Braque, Jacob, Soffici, Léger e Derain. Nell'autunno di quello stesso anno Apollinaire organizza nell'atelier dell'artista una mostra di trenta opere e recensisce de Chirico su "L'intransigeant" utilizzando il termine "metafisico". Riviste e giornali pubblicano le sue opere ed elogiano le sue qualità creative. Scoppia la Prima Guerra Mondiale e i due fratelli de Chirico rientrano in Italia. Giorgio viene assegnato all'Ospedale di Ferrara dove svolge un lavoro sedentario in quanto considerato inabile al lavoro. Continua a mantenere stretti rapporti con l'ambiente parigino e tra il 1917 e 1918 entra in contatto con il movimento Dada. Dipinge i suoi celebri Ettore e Andromaca e Le Muse inquietanti e frequenta l'ambiente artistico di Ferrara: conosce Filippo de Pisis e inizia una corrispondenza con Carrà, che conoscerà durante un ricovero in ospedale militare. Carrà rimane affascinato dal mondo poetico e dai temi artistici di de Chirico, dipingendo una serie di opere di chiara matrice metafisica. Nasce la "pittura metafisica", teorizzata di li a poco sulla rivista "Valori Plastici". Nel 1918 de Chirico ottiene il trasferimento a Roma. Qui collabora alla suddetta rivista ed espone nelle sale del giornale "Epoca" insieme a Prampolini, Carrà, Soffici. Nel 1919 presenta la sua prima mostra personale alla Galleria d'Arte di Anton Giulio Bragaglia e pubblica lo scritto "Noi metafisici". Da questo momento in poi inizia per de Chirico un periodo ricco di esposizioni in tutta Europa, in particolare in Francia, e un discreto interesse per le sue opere nasce anche negli Stati Uniti. La pittura di de Chirico viene apprezzata da tutti i massimi artisti dadaisti e surrealisti ma anche dagli artisti tedeschi del Realismo Magico, quelli del Bauhaus e della Nuova Oggettività. Nel 1924 partecipa alla XIV Biennale di Venezia, mentre a Roma conosce la ballerina russa Raissa Gourievich Krol, sua futura moglie. Nel tardo 1924 è con Raissa a Parigi, dove al Théâtre des Champs Elisées, realizza scene e costumi per i Balletti Svedesi che mettono in scena La Giara di Pirandello con musiche di A. Casella. Nel 1928 tiene la sua prima personale a New York presso la Valentine Gallery e poco dopo espone a Londra. Il 3 febbraio 1930 sposa Raissa ma già nell'autunno del 1930 conosce Isabella Pakszwer (poi Isabella Far), che diventerà, nel 1946, la sua seconda moglie e gli resterà vicina fino alla morte. Alla fine del 1931 il matrimonio con Raissa, ormai in crisi si conclude con una definitiva separazione e nel 1932 de Chirico e la Pakszwer lasciano Parigi per trasferirsi a Firenze. Espone alla XVIII Biennale di Venezia nella sala dedicata agli italiani di Parigi e dedica molto tempo al teatro, come costumista e scenografo: nel Pulcinella per l'Opéra Russe a Parigi e nell'Ariane et Bacchus, balletto con musiche di A. Roussel, in scena all'Opéra di Parigi. Nel 1933 partecipa alla V Triennale di Milano per la quale esegue il monumentale affresco La Cultura Italiana e continua la sua attività per il teatro. Nel 1938 rientra in Italia e si stabilisce a Milano, trasferendosi poco dopo a Parigi, disgustato dai "decreti per la difesa della razza". Espone alla III Quadriennale d'Arte Nazionale di Roma, al M.O.M.A. di Boston e alla Exhibition of Italian Contemporary Art di New York. A Firenze nel 1940, inizia a lavorare ad alcune sculture in terracotta: Gli Archeologi, Ettore e Andromaca, Ippolito e il suo cavallo e una Pietà. Pubblica Il Signor Dudron in “Prospettive” e il testo sulla scultura Brevis Pro Plastica Oratio su “Aria d'Italia”. Nel 1944 si stabilisce definitivamente a Roma, scegliendo dal 1947 Piazza di Spagna come sede per l’ufficio e poi per l’abitazione. Prolifico anche in età avanzata, ha continuato a esporre in Italia e all’estero, ricevendo la nomina di Accademico di Francia, e lo Spadino in occasione dell'antologica al Musée Marmottan di Parigi. Nel 1978, festeggia i 90 anni con una mostra presso l'Artcurial a Parigi ma il 20 novembre dello stesso anno Giorgio de Chirico muore a Roma. Dal 1992 è sepolto in Roma presso la chiesa di San Francesco a Ripa in Trastevere.  La Fondazione Giorgio e Isa de Chirico nasce nel 1986 per volontà di Isabella Far de Chirico, vedova del celebre pittore e di Claudio Bruni Sakraischik, curatore del Catalogo Generale, per tutelare la personalità intellettuale e artistica di Giorgio de Chirico. Nel 1987 Isabella Far de Chirico dona allo Stato italiano le 24 opere dell’artista che sono entrate a far parte delle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Alla morte di Isabella Far, avvenuta a Roma nel novembre 1990, la Fondazione eredita la casa del pittore e la maggior parte del suo patrimonio artistico. Nell’agosto 1991 si spegne a Los Angeles Claudio Bruni Sakraischik, lasciando alla Fondazione il suo archivio di Giorgio de Chirico. Nel 1993 la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico ottiene il riconoscimento della personalità giuridica e quindi l’autorizzazione ad accettare il patrimonio relitto. Da allora opera attivamente per il conseguimento delle sue finalità attraverso: la raccolta e conservazione della documentazione inerente all’opera complessiva di de Chirico, la prosecuzione dell’archiviazione delle sue opere autentiche per contrastare il fenomeno delle falsificazioni, l’istituzione di borse di studio per favorire la conoscenza e gli studi sull’arte del Maestro, la promozione di mostre e convegni, sia in territorio nazionale che all’estero, e la pubblicazione di studi sull’Artista. Nel novembre 1998, a vent’anni dalla scomparsa di Giorgio de Chirico, la Fondazione ha aperto al pubblico la sua abitazione romana in Piazza di Spagna, nel seicentesco Palazzetto dei Borgognoni, come Casa-Museo. Dal 2000, la Fondazione pubblica “Metafisica. Quaderni della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico”, un periodico bilingue (italiano e inglese) che pubblica documenti, inediti e/o scritti poco conosciuti di Giorgio de Chirico, nonché materiale d’archivio, articoli e saggi critici. Per ulteriori informazioni, www.fondazionedechirico.org “Giorgio De Chirico. La suggestione del Classico”. Pavia, Scuderie del Castello Visconteo (Viale XI Febbraio, 35). Dal 6 marzo al 2 giugno 2010. A cura di: Victoria Noel-Johnson, Sabina D’Angelosante, Matilde Romito. La mostra è promossa da: Amministrazione Comunale di Pavia e Amministrazione Provinciale di Pavia. Orari: lunedì - venerdì: 10.00 – 13.00 | 15.00 – 18.00; martedì: 10.00 – 13.00 | 15.00 – 20.00; sabato, domenica e festivi: 10.00 – 13.00 | 14.00 - 19.00. Biglietti: intero: € 8.00, ridotto convenzionati: € 7,00, ridotto: € 6.00, ridotto speciale scuole: € 5.00. Iniziative speciali: Ogni lunedì: ingresso ridotto per tutti i visitatori. Ogni martedì: orario prolungato per l'iniziativa “mostra+aperitivo” (visitando la mostra il martedì tra le 18.00 e le 20.00, si riceverà un coupon valido per consumare un aperitivo a prezzo ridotto presso i locali convenzionati della città.  Maggiori informazioni: www.scuderiepavia.com). Per tutti i visitatori: il biglietto della mostra dà diritto all’ingresso gratuito alla sezione archeologica dei Musei civici. Catalogo: Silvana editoriale.

 

DA BRAQUE A KANDINSKY A CHAGALL. AIMÉ MAEGHT E I SUOI ARTISTI A FERRARA

Palazzo dei Diamanti dedica la mostra di primavera (dal 28 febbraio al 2 giugno 2010) ad una figura chiave della scena artistica del secondo Novecento. Amico di maestri come Bonnard, Matisse, Braque, Chagall, Miró e Giacometti, Aimé Maeght fu un editore di fama e soprattutto il fondatore a Parigi di una delle gallerie più innovative del secolo, nonché, a Saint-Paul de Vence, della Fondation Marguerite et Aimé Maeght, un tempio dedicato alla creazione artistica e un crocevia internazionale di pittori, scultori, scrittori, musicisti e intellettuali. Aimé Maeght promosse l’attività di maestri affermati e contribuì alla nascita di una nuova stagione della loro arte incoraggiandoli a utilizzare, oltre alla pittura, altri linguaggi. Nello stesso tempo si dimostrò attento alle ricerche delle generazioni più giovani, dando prova di saper competere con le gallerie americane protagoniste del rinnovamento artistico del secondo dopoguerra. Inoltre, la sua instancabile attività di editore attrasse grandi personalità del mondo artistico e intellettuale, dal cui confronto nacquero straordinarie creazioni collettive. Per approfondire la conoscenza di un capitolo così avvincente della storia dell’arte moderna, Ferrara Arte organizza la mostra Da Braque a Kandinsky a Chagall. Aimé Maeght e i suoi artisti. L’esposizione, a cura di Tomàs Llorens e Boye Llorens, è anche l’occasione per studiare un aspetto della storia dell’arte del Novecento fino ad oggi poco indagato ma assolutamente fondamentale: il mercato dell’arte e i suoi principali animatori, i mercanti e i galleristi. Un centinaio di opere, soprattutto dipinti, ma anche sculture, ceramiche, disegni, incisioni, affascinanti fotografie e volumi illustrati delle Edizioni Maeght, permettono di ripercorre il ventennio d’oro che va dall’apertura della galleria parigina nel 1945 all’inaugurazione della Fondazione, nel 1964. La rassegna è suddivisa in sezioni tematiche, legate tra loro dai numeri della rivista Derrière le miroir, le cui uscite accompagnavano ogni esposizione con funzione di catalogo, coniugando creazioni letterarie e litografie originali. Il tema della prima sezione della mostra è l’amicizia che univa Aimé e la moglie Marguerite ai propri artisti, un legame nutrito anche dalla sensibilità e dall’ospitalità che la donna seppe sempre dimostrare loro. Ne sono testimonianza i ritratti di Marguerite realizati da Matisse nel 1944 e da Giacometti nel 1961, due icone che ne esaltano l’una il fascino della maturità, l’altra l’autorevolezza dell’età avanzata, nonché il bellissimo dipinto di Bonnard, Fanciulla distesa del 1921, che Marguerite custodiva nella propria camera. Tramite la figlia di Matisse, Marguerite, nel 1945, Aimé conobbe Braque con il quale nacquero un’amicizia profonda e uno scambio fecondissimo. Il mercante incoraggiò l’artista a riaccostarsi alla litografia e acquistò la sua intera produzione, tra cui i grandi pannelli decorativi con motivi mitologici del 1931 e uno dei celebri Atelier del 1950-51, considerati uno dei suoi vertici espressivi. La terza sezione della rassegna è dedicata ad uno degli episodi che fecero più scalpore nella storia della galleria, l’esposizione Le Surréalisme en 1947 organizzata da André Breton e Marcel Duchamp. Vengono riproposti il catalogo con la provocatoria copertina ideata da Duchamp, con applicata una protesi di seno femminile in gomma, e la celebre tela Superstizione-Serpente di Miró, una successione di motivi arcaicizzanti dipinti su una lunga banda di tessuto. In quell’occasione Aimé iniziò a collaborare con Giacometti, che, anche grazie alle mostre della Galleria Maeght, divenne una delle figure più rappresentative dell’arte del dopoguerra. I bronzi riuniti nella quarta sezione della rassegna, tra cui Foresta del 1950 e tre delle celebri Femme de Venise del 1956, sono rivelatori della capacità di Giacometti di trasmettere, con un linguaggio inedito, il senso di precarietà dell’esistenza umana. Tra i grandi nomi che la Galleria Maeght rappresentò in esclusiva vi era anche Chagall. Aimé fu probabilmente affascinato dalla capacità dell’artista russo di esplorare tecniche diverse per dare forma al proprio mondo poetico: vedute parigine o paesaggi russi, popolati di amanti in volo, galli fantastici, asini alati e musicisti, sono i protagonisti delle ceramiche, delle incisioni, delle gouaches e dei dipinti presentati in mostra, tra cui il famoso Sole giallo del 1958. A differenza della maggior parte delle gallerie dell’epoca, che sostenevano un’unica tendenza artistica, Maeght spaziò dall’arte figurativa a quella astratta, seguendo una propria poetica personale e una ricerca instancabile della qualità. È con questo spirito che in mostra vengono accostate due personalità molto diverse come Kandinsky e Léger: del primo sono presentate sia opere della fase del Bauhaus, inconfondibili nell’astrazione geometrica, sia un dipinto del periodo parigino, Nodo rosso del 1936, giocato sull’armonia di linee e forme fluide; del secondo spicca il trittico, Grandi code di comete del 1930, che evoca il movimento del corpo celeste, richiamando tanto la sfera dell’immaginario quanto l’ambito scientifico. Segue una raffinata sezione dal titolo Bianco e nero, che rende omaggio alla sensibilità di Aimé per le ricerche incentrate sull’economia dei mezzi espressivi. Ne è un esempio emblematico il grande Cespuglio realizzato su carta da Matisse nel 1951, un’immagine ad un tempo semplice e monumentale. Lo affiancano, per analogia, le litografie del giovane americano Ellsworth Kelly, ispirate al giardino di Saint-Paul de Vence, e un “mobile” di Calder, In piedi del 1972, che sembra sfidare la legge di gravità. Calder era, assieme a Miró, uno degli artisti più vicini ad Aimé. Un legame confermato, tra l’altro, dal dono di nozze che lo scultore fece a suo figlio Adrien, il bellissimo Sumac V del 1953, presentato in mostra assieme ai due singolari uccelli modellati in fil di ferro attorno al 1930. L’amicizia con Miró è a sua volta testimoniata dalla tecnica mista Per i 70 anni di Aimé, esposta assieme a gouaches e olii, tra i quali Gioia di una fanciulla davanti al sole del 1960, che rivela il rapporto dell’artista catalano con le ricerche degli espressionisti astratti. Nel giro di pochi anni la Galleria si era imposta come il principale punto di riferimento delle figure riconosciute come maestri del movimento moderno. Al contempo era riuscita a rappresentare artisti di generazioni differenti, celebri o emergenti. Per tale ragione in mostra sono state accostate opere di artisti molto distanti come, ad esempio, Léger e Chillida, accomunati però da un’analoga attenzione alla costruzione plastica del dipinto e, in questo caso, dall’ispirazione ad elementi naturali: forme organiche, per Léger, la terra, per Chillida. La rassegna si chiude con un’ampia sezione dedicata alla Fondazione, una sorta di “opera d’arte totale”, nata in memoria del figlio Bernard morto prematuramente, dove i diversi linguaggi espressivi dialogano tra loro. Una selezione di affascinanti foto storiche racconta la nascita e momenti della vita del complesso, che vide la stretta collaborazione dell’architetto catalano Josep Lluís Sert con Aimé e la sua cerchia di artisti, e le “Soirées de la Fondation Maeght”, animate dalla partecipazione di grandi nomi della musica e della danza contemporanea, da Duke Ellington a Karlheinz Stockhausen a Merce Cunningham. Accanto alle foto, a ricreare la straordinaria suggestione del luogo, vi sono i bozzetti di alcune delle sculture di Miró che popolano il labirinto da lui realizzato nel giardino, capolavori di Giacometti come Il cane del 1957, Donna in piedi I e Uomo che cammina I del 1960 e la spettacolare scultura mobile di Calder, I tre soli gialli del 1965. La mostra (dal 28 febbraio al 2 giugno 2010), a cura di Tomàs Llorens e Boye Llorens, è organizzata da Ferrara Arte, in collaborazione con le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, il Comune di Ferrara, la Provincia di Ferrara, la Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara e la Cassa di Risparmio di Ferrara. Orario: aperto tutti i giorni, feriali e festivi, lunedì incluso, dalle 9.00 alle 19.00. Aperto anche Pasqua, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno. Ingresso: intero € 10.00, ridotto € 8.00, scuole € 4.00. Catalogo edito da Ferrara Arte Editore con testi di Tomàs Llorens e Boye Llorens.

 

I PRERAFFAELLITI A RAVENNA

Il progetto di mostra dedicato a I Preraffaelliti e il sogno italiano. Da Beato Angelico a Perugino, da Rossetti a Burne-Jones curato da Colin Harrison, Christopher Newall, Claudio Spadoni e promosso dal Comune di Ravenna, dall’Assessorato alla Cultura, dal Museo d’Arte della città e dall’Ashmolean Museum di Oxford con il generoso sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, in programma nelle sale del Mar dal 28 febbraio - 6 giugno 2010, e dal 15 settembre - 5 dicembre 2010 presso l'Ashmolean Museum di Oxford, intende indagare il ruolo artistico e culturale dell'Italia per quel movimento chiamato "Preraffaellita". Si tratta per altro della prima mostra organizzata in Italia sul movimento nel suo complesso. Nato in Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo si impose come risposta all'accademismo ufficiale, per il recupero di un'arte spontanea e ispirata alla natura, identificata con l'arte dei pittori del passato prima di Raffaello, come indica il nome. La brillantezza dei colori, l'attenzione ai particolari naturali, l'estrema semplicità e l'intensità dell’espressione furono elementi della pittura medievale che affascinarono quel gruppo di giovani artisti inglesi capitanati da William Holman Hunt. L’Italia con la sua arte, il suo paesaggio, la sua letteratura e la sua storia, fu il punto centrale della loro ispirazione: essi cercarono di guidare la riforma della pittura inglese in direzione di soggetti emotivamente sinceri e personali, rifiutando immagini convenzionali legate ad un metodo accademico. Tra i membri fondatori della Confraternita ci fu Dante Gabriel Rossetti: figlio di un esule italiano, trovò una delle sue principali fonti di ispirazione negli scritti di Dante, e realizzò una magnifica serie di acquerelli e dipinti ad illustrare alcuni episodi chiave della Divina Commedia. Anche Burne-Jones realizzò opere tratte da soggetti legati alla letteratura italiana. Se inizialmente l’arte dei Preraffaelliti fu ispirata all’esempio dell’arte italiana, con riferimento al periodo medievale e pre-rinascimentale, a partire dagli ultimi anni del 1850 l'attenzione si volse anche ai dipinti del sedicesimo secolo e in particolare a quelli veneziani. Dipinti come Dolce Far Niente di Hunt, sono inimmaginabili senza l’esempio del Manierismo, mentre Aurelia (L’Amante di Fazio) di Rossetti è disegnata sul linguaggio del maestro Urbinate. Alla fine il Preraffaellismo mutò in quello che è comunemente chiamato Movimento Estetico: gli scritti di critici come Algernon Swinburne e Walter Pater sul Rinascimento italiano furono un riferimento per i pittori inglesi in cerca di liberare il loro lavoro da prosaici argomenti narrativi. John Ruskin supportò criticamente il gruppo preraffaellita e fu l'ispiratore di un gruppo di artisti che in quel periodo visitò l’Italia con l'intento di studiare attentamente la natura e di documentare l’architettura e le opere d’arte a beneficio del pubblico inglese che mai avrebbe avuto la possibilità di visitare quei luoghi. Un certo numero di pittori e disegnatori lavorarono direttamente per Ruskin, per documentare edifici e dipinti che lo studioso credeva in pericolo o per restauri incauti o per l'incuria del tempo. Tra questi c’erano G.P. Boyce, J.W. Inchbold e J. Brett, poi J.W. Bunney, F. Randall e A. Burgess, che realizzarono disegni per gli studenti di Oxford. La mostra seguirà dunque questi due temi principali: l’interesse da parte dei Preraffaelliti per la letteratura e l'arte italiane, con l'esposizione di importanti capolavori di Beato Angelico, Perugino e altri, e la loro rappresentazione del paesaggio italiano. Il culmine dell’interesse dei Preraffaelliti in Italia si può vedere nei mosaici della Chiesa Americana di Roma, San Paolo dentro le Mura, realizzati da Burne-Jones alla fine del 1880. La mostra includerà cartoni e disegni preparatori per questo progetto, visti raramente in pubblico. Saranno anche rappresentati lavori di Scuola Etrusca di pittori che seguirono e furono ispirati dal pittore e patriota italiano Giovanni Costa. Artisti che credevano nel diritto all’indipendenza dell’Italia e che espressero la loro ammirazione per il nostro paese con commoventi e panoramiche vedute paesaggistiche. La mostra è posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano e gode dei patrocini dell’Ambasciata Britannica, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Emilia-Romagna e della Provincia di Ravenna. Il catalogo, con i contributi di Maurizio Isabella, "Rapporti storici e politici tra Italia e Gran Bretagna nel XIX secolo"; Martin McLaughlin, "L'interesse per la letteratura italiana nella cultura inglese del XIX secolo"; Claudio Spadoni, "I maestri italiani del XIV e XV secolo"; Colin Harrison, "La riscoperta dei primitivi"; Christopher Newall, "I Preraffaelliti e l'Italia" è edito da Silvana Editoriale. Mostra: I Preraffaelliti e il sogno italiano Da Beato Angelico a Perugino, da Rossetti a Burne-Jones Curatori: Colin Harrison, Christopher Newall, Claudio Spadoni. Sedi: Museo d’Arte della città di Ravenna. The Ashmolean Museum, University of Oxford. Enti organizzatori: Comune di Ravenna - Assessorato alla Cultura, Museo d’Arte della città e The Ashmolean Museum, University of Oxford. Periodo: Ravenna, 28 febbraio - 6 giugno 2010. Oxford, 15 settembre - 5 dicembre 2010. Sponsor ufficiale: Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna. Con il sostegno di: EniPower, Coop Adriatica, Camera di Commercio di Ravenna e Cooperativa Muratori & Cementisti, C.M.C di Ravenna. Si ringraziano: Autorità Portuale di Ravenna; IKEA FAMILY Rimini. Orari: fino al 31 marzo: lunedì - venerdì 9-18, sabato e domenica 9-19; dal 1 aprile: lunedì - giovedì 9-19; venerdì 9-21; sabato e domenica 9-19. Ingresso: intero € 8 ridotto € 6, studenti Accademia e Università, insegnanti 4 euro.

 

 
A NUORO CAPOLAVORI DEL 900 ITALIANO

La mostra rinnova una felice collaborazione tra il MAN di Nuoro e il MART di Trento e Rovereto e propone, dal 5 marzo al 6 giugno, uno straordinario excursus dall’avanguardia futurista al ritorno all’ordine con oltre sessanta opere di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Arturo Martini, Giorgio Morandi, Medardo Rosso, Gino Severini, Alberto Savinio, Mario Sironi, provenienti dalle collezione del prestigioso museo italiano che come il MAN in pochi anni si è trasformato in un punto di riferimento imprescindibile nel panorama della ricerca sull’arte moderna e contemporanea. “Capolavori del ‘900 italiano. Dall’Avanguardia al Ritorno all’ordine” vuole essere l’occasione di approfondire la conoscenza del lavoro di ricerca e di sperimentazione di alcuni dei principali Maestri italiani del primo ‘900, a dimostrazione di quanto straordinario fu il contributo che essi seppero dare allo svecchiamento della cultura artistica italiana e soprattutto al suo posizionamento nell’ambito delle avanguardie internazionali. Progettata come un percorso di stanze monografiche, l’esposizione si concentra sui primi trenta anni del novecento, anni, com’è ben noto, di forte rinnovamento in campo artistico, economico e sociale. Aprono il percorso espositivo della mostra, tre straordinarie sculture in cera di Medardo Rosso, messe in stretto dialogo con alcuni preziosi dipinti divisionisti di Boccioni, Balla e Severini, che proprio al movimento scientifico del tardo ottocento, devono le loro prime esperienze pittoriche. Nelle sale dedicate a Carlo Carrà, Gino Severini e Giacomo Balla, si possono ammirare una serie di opere, vere e proprie icone della loro produzione, a partire dalla precoce sperimentazione futurista, fino al ritorno al classico, che caratterizza, ad eccezione di Balla, il loro lavoro negli anni Venti. Tra i maestri conclamati della pittura italiana di quegli anni c’è Mario Sironi, rappresentato in mostra da alcuni capolavori del 1925 ma anche da una serie di studi preparatori per opere monumentali degli anni Trenta. La figura di Giorgio de Chirico occupa un ruolo centrale a riprova di quanto fondamentale fu il suo contributo alla storia della pittura italiana di quei decenni. Grazie ad alcuni preziosi dipinti è possibile approfondire la conoscenza del suo lavoro, ispirato alla sapienza degli antichi Maestri e alla mitologia greca. Fa da corollario all’esperienza di de Chirico, quella più orientata in senso surreale del fratello Alberto Savinio, anch’egli autore di magnifiche tele a tema mitologico, opere di grande efficacia narrativa. L’opera di Giorgio Morandi chiude l’esposizione con alcune magistrali nature morte e due paesaggi, tutti dipinti che appartengono a quella pittura del silenzio, che negli anni della dittatura oppose la sua apparente semplicità narrativa al clamore della retorica fascista. In contemporanea alla mostra sui capolavori della pittura italiana provenienti dal Mart si terranno, in successione, nelle sale al piano terra e al primo piano del museo le personali di due delle presenze più autorevoli del panorama della ricerca italiana delle ultime generazioni: Emanuele Becheri (5 marzo - 11 aprile 2010) e Luca Rento (23 aprile- 6 giugno 2010). La prima, a cura di Saretto Cincinelli, presenterà opere recenti e inedite di Emanuele Becheri (Vaino, Prato,1973), artista da sempre coinvolto in una ricerca sulle origini del disegno. La seconda, a cura di Elena Volpato e Saretto Cincinelli, sarà incentrata su opere video e videoinstallazioni anch’esse recenti e in parte inedite di Luca Rento (Feltre, 1965). “Capolavori del ‘900 italiano. Dall’Avanguardia al Ritorno all’ordine”. Nuoro, MAN Museo d'Arte di Nuoro – MAN (via Sebastiano Satta, 15 ) dal 5 marzo al 6 giugno 2010. Mostra promossa dal MAN in collaborazione con il MART di Rovereto. A cura di Gabriella Belli e Cristiana Collu. Orari: dal martedi' alla domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16:30 alle 20:30. lunedi' chiuso. Biglietti: intero 3 euro, ridotto 2 euro, gratuito fino ai 18 e oltre i 60 anni, 5 marzo - 6 giugno 2010. Catalogo edito da Silvana Editoriale.

 

I BASALDELLA A VILLA MANIN

I tre Basaldella, Dino, Mirko e Afro, proposti tutti insieme in una grande retrospettiva a oltre vent’anni di distanza rispetto a quella che la Galleria d’arte moderna di Udine dedicò loro nell’ormai lontano 1987. Con l’obiettivo di aggiornarla con quanto di nuovo si è scoperto in questi venti anni e oltre su di loro e anche con la presentazione di alcuni inediti di Afro. La mostra “I Basaldella. Dino, Mirko, Afro”, fortemente voluta dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dall’Azienda Speciale Villa Manin è curata da Giuseppe Appella, Fabrizio D’Amico, Marco Goldin e organizzata da Linea d’ombra. Sarà ospitata a Passariano di Codroipo (Udine), dal 27 marzo al 29 agosto 2010, negli stessi locali che hanno recentemente presentato le fortunate mostre su Giuseppe Zigaina e “L’età di Courbet e Monet”, quest’ultima in corso fino al 7 marzo 2010. In questi ultimi anni mostre, anche importanti, in Italia e nel mondo, dedicate ai tre figli artisti di Leo Basaldella, pittore decoratore udinese, morto per causa di guerra nel ’19, non sono certo mancate. Molte su Afro (1912 – 1976), meno numerose ma altrettanti importanti su Dino (1909-1977) e su Mirko (1910-1969). La pubblicazione del catalogo generale ha fatto emergere opere prima sconosciute e gli studi hanno offerto motivi di grande interesse, a rendere ancora più affascinante e magmatico il già complesso “mondo dei Basaldella”. La mostra, diretta da Marco Goldin, cercherà di fare sintesi di tre personalità tanto autorevolmente e diversamente complesse, presentandole attraverso opere ben note ma anche con opere, di grandissimo interesse, sino ad oggi mai esposte al pubblico. Il percorso espositivo ripercorrerà l’intera vicenda artistica dei tre fratelli, dagli esordi dati ancora ad Udine nell’ambito della “Scuola friulana d’avanguardia”, agli anni spesi a Monza e a Milano, a quelli romani, dove Afro e Mirko si stabiliranno, pur con frequenti, rinnovati e operosi soggiorni nella terra natale; fino, per ciascuno dei tre, agli anni della maturità e a quelli tardi. Il percorso delle opere, che seguirà il criterio cronologico, sarà teso ad evidenziare i rapporti che seguiteranno a stringere, pur nelle emergenti specificità linguistiche, i tre artisti. La mostra si avvarrà di opere provenienti da alcune maggiori collezioni pubbliche italiane, fra le quali quelle della Galleria Nazionale di Roma, della Galleria d’Arte Moderna di Udine, del Museo Civico di Pordenone, della GAM di Torino, dei Musei Vaticani, della Banca d’Italia, della Galleria Comunale d’Are Moderna di Roma, dal Civico Museo Revoltella di Trieste, della Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone. Si avvarrà inoltre della collaborazione e dei prestiti provenienti dal nuovamente costituito Archivio Afro di Roma, e da numerosi nuclei collezionistici, familiari o storici, dei tre fratelli Basaldella. Dai quali proverranno anche alcuni preziosi inediti, appartenenti per lo più agli anni Trenta e ai primi Quaranta, di Afro. Il catalogo dell’esposizione, edito da Linea d’ombra libri, è coordinato da Marco Goldin assieme a Giuseppe Appella e Fabrizio D’Amico, con saggi dei curatori ed ampie rivisitazioni bio-bibliografiche a cura di Lara Conte, Bruna Fontana e Gianni Schiavon. Con questa mostra si conferma l’impegno della Regione a fare della Villa Dogale, attraverso l’Azienda Speciale, il punto di riferimento artistico del Friuli Venezia Giulia, aperto alla collaborazione con altri enti artistici del territorio e proiettato verso una dimensione europea. Nonostante le difficoltà di bilancio, la Regione intende proseguire con questa e le altre mostre programmate il percorso iniziato con successo nei mesi scorsi e destinato a richiamare nel compendio di Villa Manin una sempre crescente attenzione.

 

MODIGLIANI A GALLARATE

Amedeo Modigliani inaugura la nuova sede del MAGa Museo d’Arte di Gallarate. Con le sue 5 mila opere, il Museo è tra le più importati istituzioni italiane per il contemporaneo. Il 19 marzo 2010 (fino al 19 giugno), con un omaggio ad Amedeo Modigliani la Fondazione Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Silvio Zanella Onlus, presieduta da Angelo Crespi, inaugura la sua nuova sede museale. La Fondazione è stata costituita nel dicembre 2009 e ha come soci fondatori il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Comune di Gallarate, l’accordo è stato siglato dal Ministro Sandro Bondi e dal Sindaco di Gallarate Nicola Mucci. A seguito di questa svolta istituzionale il museo, storicamente conosciuto come Civica Galleria d’arte moderna di Gallarate, acquisisce il nome di Museo d’Arte di Gallarate MAGa. La mostra inaugurale è un omaggio ad Amedeo Modigliani curato da un comitato scientifico presieduto da Claudio Strinati, a cui partecipano tra gli altri Beatrice Buscaroli che cura il catalogo, Luis Godart, Consigliere per la Conservazione del Patrimonio Artistico del Presidente della Repubblica Italiana, Sandrina Bandera, direttrice di Brera, Maria Cristina Bandera, direttrice della Fondazione Longhi, Emma Zanella, direttrice del MAGa, Claudio Salsi, direttore dei Musei Civici di Milano, Rudy Chiappini e Renato Miracco. Il coordinamento generale della mostra è affidato a Cinzia Chiari, responsabile del censimento delle opere e della valorizzazione del patrimonio della Collezione d’Arte di Eni Spa. L’allestimento è curato da Maurizio Sabatini, scenografo di Baaria di Giuseppe Tornatore, che ha studiato una messa in scena sobria e raffinata dove 20 capolavori di Modigliani trovano una perfetta collocazione intorno al “Nudo coricato con le mani unite” della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, quadro scelto per la comunicazione e la copertina del catalogo prodotto da Electa. A chiudere la mostra 50 splendidi disegni provenienti dai più grandi musei e dalle più grandi collezioni italiane e internazionali, e oltre 250 documenti originali che ripercorrono la vita del grande artista di cui quest’anno ricorrono i 90 anni dalla morte. Il Nuovo Museo d’arte di Gallarate (MAGa), diretto da Emma Zanella, aprirà le porte al pubblico, a quarant’anni dalla sua costituzione, in un complesso architettonico di grande prestigio firmato da Maria Luisa Provasoli (primo lotto) e da Permichele Miano e Carlo Moretti (secondo lotto), secondo un progetto museologico dello Studio Pandakovic e Associati. Fondata nel 1966, in seguito alle acquisizioni del Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate istituito nel 1950, la Galleria d’Arte Moderna di Gallarate, per ricchezza della collezione permanente, è una delle più importanti sul territorio nazionale. Il nuovo MAGa ha a disposizione un complesso architettonico di oltre 5 mila metri quadri, costituito da due corpi edilizi attigui e comunicanti. Il primo è un fabbricato industriale degli anni Trenta del Novecento, appositamente ristrutturato, e il secondo è un edificio progettato e costruito ex novo, caratterizzato da una sorta di quinta scenica in laterizio che per sua forma curvilinea abbraccia la piazza circolare antistante diventando un elemento di accoglienza per i visitatori. L’interno, variamente articolato, permette di organizzare lo spazio in modo dinamico e flessibile in linea con la mission del museo tesa alla valorizzazione del proprio patrimonio, alla ricerca attraverso mostre temporanee di diversa entità e tipologia, alla capacità di accogliere il pubblico invitandolo a vivere il museo come un vivace luogo di incontro e di dialogo culturale. Lo spazio del museo è suddiviso in diverse aree specificatamente caratterizzate. All’incrocio dei due corpi di fabbrica, punto nevralgico di snodo al centro del nuovo MAGa, trovano posto la biglietteria, il bookshop, il guardaroba affiancati dalla caffetteria, dalla biblioteca, dagli archivi e dagli uffici. Dalla biglietteria si accede allo spazio espositivo dedicato alle mostre temporanee e alla collezione permanente, fruibili attraverso un percorso continuativo e fluido. Un importante spazio è riservato ai laboratori didattici, luogo fondamentale per lo svolgimento delle attività rivolte più specificatamente alle scuole e al pubblico più giovane, e ai depositi per la conservazione e lo stoccaggio delle opere. La collezione permanente, in continuo incremento e costituita da più di 5.000 opere, propone un ricco ed articolato panorama degli orientamenti che hanno animato la scena artistica nazionale dalla metà del Novecento ai giorni nostri. Particolare attenzione è rivolta alla produzione artistica più attuale attraverso le esposizioni temporanee, gli eventi e le acquisizioni per il Museo. In Collezione, tra le altre, opere di Carrà, Morlotti, Fontana, Colombo, Munari, Studio Azzurro, Cecchini.

 

FIORI A FORLÌ

Con l’Ebe di Canova, la cui valorizzazione è stata l’occasione della recente mostra dedicata a “Canova, l’ideale classico tra scultura e pittura” e della conseguente riscoperta di Forlì come “Città canoviana”, la magnifica “Fiasca fiorita” è l’opera più celebre conservata nei Musei del San Domenico. Considerata una della più belle natura morte di tutti i tempi, la “Fiasca fiorita” di Forlì è un dipinto di cui non è stato ancora risolto il mistero. Non è stato, infatti, identificato il suo autore. Sono stati fatti molti nomi, tutti più o meno plausibili, tra cui quelli che appaiono più vicini alla realtà restano Caravaggio e Cagnacci. Anche se il quesito è, probabilmente, destinato a rimanere insoluto, una cosa è certa: si tratta di un quadro eseguito non da uno specialista - cioè da un pittore che riproduceva solo fiori, appartenente al gruppo dei cosiddetti “Fioristi” - ma da un grande maestro appartenente alla categoria, allora considerata la più prestigiosa, dedita alla rappresentazione della figura umana, quindi alla pittura sacra, a quella di storia e al ritratto. Attorno e a partire da questo capolavoro, alcuni tra i più importanti studiosi - Antonio Paolucci, Daniele Benati, Fernando Mazzocca, Alessandro Morandotti - hanno elaborato il progetto di una mostra che intende riproporre, da un punto di vista e con approccio metodologico del tutto nuovi, la storia della pittura di fiori, tra il naturalismo caravaggesco (cioè dalla fine del Cinquecento) e l’affermazione della modernità con Van Gogh e il simbolismo, giungendo così alle soglie del Novecento, prima della comparsa delle avanguardie storiche. I capolavori di Caravaggio, Cagnacci, Gentileschi, Dolci e di altri grandi pittori di storia che hanno eccezionalmente dipinto quadri di fiori, ma anche lo straordinario caso di Rembrandt nello strepitoso ritratto della moglie come Flora, aiuteranno se non a risolvere, ad avvicinarsi al mistero, che è poi racchiuso nel segreto della sua straordinaria bellezza, della “Fiasca fiorita” di Forlì. Le opere selezionate saranno la dimostrazione di come i quadri di fiori o i quadri di figura, dove l’elemento floreale assume un rilievo simbolico e formale eguale se non superiore alla figura, abbiano raggiunto un’intensità e una originalità estetica assai superiore alla convenzionalità che caratterizza la pittura dei “Fioristi”. Rispetto al Settecento, quando il tema sembra scomparire, si verifica una forte e decisiva ripresa nel corso dell’Ottocento. Mentre gli specialisti riducono la pittura di fiori a una produzione altamente specifica, ma inevitabilmente commerciale, sono proprio i protagonisti dei grandi movimenti della pittura moderna, dal Romanticismo al Realismo, dall’Impressionismo al Simbolismo, a reinventare il genere dandogli un nuovo significato. Appiani, Runge, Hayez, Delacroix e Courbet, Bazille e Fantin-Latour, Manet e Monet, Cézanne e Renoir, De Nittis, Boldini e Zandomeneghi, Böcklin e Klimt, Van Gogh e Previati saranno rappresentati con quadri di fiori o di figure caratterizzati spesso proprio dalla ripresa di motivi seicenteschi, ma ispirati soprattutto dalla volontà, tutta moderna, di scardinare la gerarchia dei generi, sostituendo ai valori del contenuto quelli della forma, unendo a nuove valenze simboliche (come accade anche in letteratura, se solo pensiamo ai Fleurs du Mal di Baudelaire) la magia della pura visione dell’occhio dell’artista che registra le impressioni della natura e crea una nuova realtà superiore, quella dell’arte. Come la grande mostra canoviana del 2009 ha riscoperto i fondamentali rapporti tra Canova e Forlì, anche questa volta la prima parte della rassegna intende approfondire la continuità degli interessi botanici nella società e nella cultura forlivese tra il prezioso giardino fatto allestire da Caterina Sforza alla fine del Quattrocento e il prestigio raggiunto a livello mondiale dal botanico Cesare Majoli (1746 – 1823). Le sue tavole illustrate di fiori saranno confrontate con i dipinti di alcuni dei maggiori “Fioristi” tra Sette e Ottocento. Curatori della mostra e del catalogo sono Antonio Paolucci, Daniele Benati, Fernando Mazzocca e Alessandro Morandotti; il prestigioso comitato scientifico è presieduto da Antonio Paolucci. Curatori dell’allestimento sono gli Studi Wilmotte et Associes di Parigi e Lucchi & Biserni di Forlì. Il percorso espositivo si articolerà all’interno delle grandi sale che costituirono la biblioteca del Convento di San Domenico e nelle stanze del piano terra dove si sono tenute le quattro precedenti mostre. Dal 24 gennaio al 20 giugno 2010.

 

BURRI E FONTANA A CATANIA

Nuovo appuntamento a Palazzo Valle: di scena saranno “Burri e Fontana – Materia e Spazio”. Per realizzare la più essenziale esposizione che sia mai stata dedicata al confronto tra i due titani dell’arte italiana del ‘900, si sono messe insieme tre Fondazioni: quelle intitolate ai due artisti (la Fondazione Fontana di Milano e la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello) e la Puglisi Cosentino che, con la curatela di Bruno Corà, propone ed organizza la grande mostra che sarà allestita appunto a Palazzo Valle, nel cuore storico di Catania. Protagonista, dal 15 novembre 2009 al 16 maggio 2010, sarà il confronto tra opere sceltissime dei due interpreti dell’arte contemporanea a livello internazionale, artisti che, ognuno con specifiche invenzioni pittorico-plastiche, hanno segnato i gradi più avanzati della ricerca artistica negli ultimi sessant’anni, imprimendo alle arti visive una svolta di radicale mutamento. L’evento ha la particolarità di proporre, vis a vis, i capolavori dei due maestri, opere attentamente selezionate per documentare un arco temporale che vede entrambi impegnati con vigore nell’affermazione delle due distinte poetiche: il primato della materia per Burri e la concezione spaziale per Fontana. Ambiti di ricerca che, anche dopo la scomparsa dei due protagonisti, continuano ad essere il terreno di ricerca di tutte le generazioni a loro successive: dagli artisti minimalisti e dell’arte povera sino ai protagonisti dell’arte dell’environment e della scultura en plein air. A partire dalla condivisa volontà di sottolineare l’essenziale contributo fornito dall’arte dei due grandi maestri, si è proceduto all’individuazione dei nuclei più significativi della loro creazione. Così, se per Burri la materia è stata di volta in volta ‘presentata’ nelle elaborazioni dei “Catrami”, dei “Sacchi”, delle “Plastiche”, delle “Combustioni”, dei “Ferri”, dei “Cellotex”, dei “Cretti”, fino allo straordinario “Cretto di Gibellina” che trova proprio in Sicilia la sua dimensione a scala paesaggistica, per Fontana l’assidua definizione della spazialità avviene sotto il segno dei suoi “Concetti spaziali”, siano essi le sculture del ’47 o i “Buchi” e i “Tagli _ Attese” degli anni tra il ’49 e il ’58, oppure gli “Ambienti”, le “Nature”, i “Quanta” e i “Teatrini” e altre straordinarie creazioni in metallo o al neon che concludono la sua vicenda artistica. La mostra (circa 100 le opere scelte da Bruno Corà) sarà allestita negli eleganti saloni di Palazzo Valle, capolavoro del barocco catanese. L’allestimento renderà possibile l’osservazione contestuale delle opere. Una sezione del percorso espositivo sarà dedicata alle grafiche e ai disegni dei due maestri, rendendo così possibile un approfondimento delle fasi preliminari e di studio dell’opera dei due maestri. Importante anche il volume: oltre a documentare tutti i cicli di lavoro dei due artisti presenti nella mostra, conterrà un saggio del curatore, che porrà in luce sia le relazioni dei due maestri con le avanguardie storiche, sia l’influenza da loro esercitata sulle correnti artistiche successive. Apparati biobibliografici aggiornati delle singole personalità concluderanno la pubblicazione. “Il nostro obiettivo, afferma Alfio Puglisi Cosentino, Presidente della Fondazione Puglisi Cosentino, è di approfondire la riflessione avviata con la mostra inaugurale di Palazzo Valle, mostra dedicata alle “Costanti del classico nell’arte del XX e XXI secolo”, esposizione che ha goduto di un oggettivo, amplissimo consenso di critica e di pubblico. Forti di quella prima, importante esperienza, proponiamo il confronto ravvicinato tra due degli artisti italiani più internazionali del Novecento. Un confronto che sarà accompagnato da un intenso programma di iniziative che la Fondazione Puglisi Cosentino sta definendo per offrire al meglio, a siciliani e turisti, un evento di assoluto spessore”. “BURRI E FONTANA. Materia e Spazio”. Catania, Fondazione Puglisi Cosentino (Palazzo Valle, via Vittorio Emanuele 122), 15 novembre 2009 – 16 maggio 2010. Orario: dal martedì alla domenica 10-13.30; 16.00-19.30 il sabato sino alle 21.30; chiuso il lunedì; aperture straordinarie su prenotazione. Biglietti interi:8 euro, ridotti: 5 euro, scolaresche: 2,50 euro. Mostra a cura di Bruno Corà, promossa dalla Fondazione Puglisi Cosentino in collaborazione con la Fondazione Fontana (Milano) e la Fondazione Burri (Città di Castello) e con il contributo di Presidenza della Regione Siciliana, Assessorato Regionale BB. CC. AA e PI, Assessorato Regionale al Turismo, Sensi Contemporanei. Main Sponsor: Finsole Spa.Media Sponsor: Corriere della Sera. Catalogo edito da Silvana Editoriale a cura di Bruno Corà, Chiara Sarteanesi e Valeria Ernesti.

 

A RIMINI I CAPOLAVORI DEL MUSEO DI BOSTON

Sessantacinque capolavori della pittura europea dal Cinquecento al Novecento provenienti da uno tra i maggiori musei del mondo, il Museum of Fine Arts di Boston. Occasione che mai più si verificherà, dal momento che l’Istituzione americana ha in atto una parziale chiusura delle sale che porterà, nell’autunno 2010, all’inaugurazione della nuova, immensa ala progettata da Norman Foster. Tale iniziativa condurrà poi, come sempre accade in questi casi, a un successivo blocco dei prestiti. Pertanto Rimini si candida a essere il luogo che, non solo in Italia ma in Europa, rappresenterà nei prossimi mesi Boston e il suo straordinario Museo. La Mostra vuole essere una grande lezione di storia dell’arte raccontata a tutti. Singolarmente vicine infatti le dichiarazioni del direttore del Museo americano, Malcolm Rogers e del direttore di Linea d’ombra, nonché curatore di questa mostra, Marco Goldin: l’arte è per tutti. Nella comune convinzione che non si debbano innalzare ostacoli né barriere davanti alle opere d’arte, ai capolavori d’ogni tempo. E che questi capolavori possano essere amati anche da coloro che magari non hanno compiuto studi specifici. Sei le sezioni della grande Esposizione: Il sentimento religioso, La nobiltà del ritratto, L’intimità del ritratto, Nature morte, Interni e Il nuovo paesaggio. La mostra di Rimini, che pur ripercorre molte importanti scuole nazionali in Europa, sarà allestita da Marco Goldin secondo un’idea di continui e significativi accostamenti, che per esempio porrà accanto i ritratti realizzati da Tintoretto e Moroni a quell’assoluto capo d’opera, meraviglia tra le meraviglie, che è il celeberrimo ritratto di Edmondo e Teresa Morbilli dipinto da Degas nel 1865. Oppure avvicinerà la nuova idea di paesaggio prima in Constable e poi in Corot, o ancora assocerà gli sguardi sensibilissimi dipinti prima da Van Dyck e poi da Gainsborough. Per non dire di una superba sequenza di nature morte che, partendo dal campione in questa disciplina tra gli impressionisti, Fantin–Latour, giungerà alle opere di Matisse, Gris e Braque. Ma ancora lo strazio di una sublime deposizione di Veronese accanto all’allagato buio di un quadro superbo di Francesco Del Cairo con la testa di san Giovanni Battista. O l’amore filiale dipinto negli stessi anni da un pittore famosissimo di Salon come Bouguereau e da Renoir. E, di più, una incredibile sequenza di ritratti che partendo da capolavori di Velásquez e Rembrandt si tende fino a quell’indimenticabile grande tela di Picasso con il ritratto cubista di una donna, realizzato nel 1910. Uno dei suoi vertici. Che sarà posto in mostra accanto a un ritratto di Hals, per confrontare una singolare, vicina spezzatura del segno. Sarà ancora il caso di ricordare la serie di cinque opere di Claude Monet, quasi una mostra nella mostra. Con quadri notissimi come tra gli altri una versione del Ponte giapponese con le ninfee e una delle Cattedrali a Rouen. O le opere di Murillo, El Greco, Zurbarán in Spagna. Di De Hooch, Saenredam e De Witte con i loro quasi metafisici interni nell’Olanda seicentesca. E in ambito veneziano settecentesco Tiepolo, Canaletto, Piazzetta, Ricci. Per non dire di una strabiliante, e nutritissima, sezione impressionista, che oltre agli autori già citati va da Manet a Sisley, da Pissarro a Cézanne, da Bernard a Signac, da Gauguin a Van Gogh. Insomma, bellezza a piene mani che questa mostra sarà in grado di spargere irradiandosi da Rimini. Da Rembrandt a Gauguin a Picasso. L’incanto della pittura. Capolavori dal Museum of Fine Arts di Boston. Rimini, Castel Sismondo. Dal 10 ottobre 2009 al 21 marzo 2010. Mostra a cura di Marco Goldin, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini e da Linea d’ombra Libri, con il fondamentale contributo del Gruppo Euromobil. Orario:dal lunedì al giovedì e domenica ore 9-19, venerdì e sabato ore 9-20. Catalogo Linea d’ombra Libri a cura di Marco Goldin. Ingresso: intero 10 €, ridotto gruppi 8 €, ridotto scuole 6 €.

 

A MILANO PABLO PICASSO ALLA GALLERIA BELLINZONA

Per festeggiare il suo 25° anno di attività, la Galleria Bellinzona di Milano (via Volta 10) ospiterà un’importante quanto insolita iniziativa, dedicata a Pablo Picasso. Dal 20 novembre 2009 al 15 gennaio 2010, protagonista sarà una sola opera, Le Repas frugal, una delle grafiche più importanti realizzate dal genio catalano, e una delle più famose di tutto il XX secolo. La mostra, curata da Carlo Ghielmetti, col patrocinio dell’Instituto Cervantes di Milano, propone, oltre alla planche originale del capolavoro picassiano, anche la rara prova biffata della stessa proveniente dalla Francia e uno stralcio del film Le mystère Picasso di Henri-Georges Clouzot, premiato col Premio speciale della giuria al festival di Cannes del 1956. Il foglio, il primo della serie dei Saltimbanques, inciso nella tecnica dell’acquaforte su zinco, venne terminato nel settembre del 1904 a Parigi, in quel periodo di snodo che segna la fine del periodo blu e l’inizio di quello rosa. Autentica icona della grafica del Novecento, il Repas frugal presenta le figure di due personaggi, un uomo e una donna, seduti a una tavola scarsamente imbandita, avvolti da un’atmosfera di grigiore e di inquietudine, che rimanda a una sensazione di rassegnazione e incomunicabilità. Il soggetto è una metafora dell’esistenza degli uomini e, al tempo stesso di quella dell’artista, che porterà Picasso a eseguire una serie di dipinti e incisioni sul tema del saltimbanco e in particolare dell’Arlecchino. Il Repas frugal vede la luce a Parigi, nel Bateau-Lavoir, situato nella Maison du trappeur, in rue Ravignan 13, a Montmartre. Qui, Picasso vive con Fernande Olivier, sua compagna fino al 1912, in profonde ristrettezze economiche, tanto da non poter uscire di casa anche per due mesi, perché senza scarpe. L’atelier, vera ghiacciaia d’inverno e sauna d’estate, è al centro di un quartiere di povera gente, di malfattori, di prostitute, di mendicanti e di poveri artisti, esclusi sociali a cui appartiene anche Picasso. L’estrema indigenza in cui vive, lo costringe a riutilizzare lastre già incise da altri. Ed è ciò che accade anche per la lastra di zinco su cui incide  il Repas frugal, già usata per un paesaggio da Juan Gonzales. Ma non è solo l’aspetto biografico a caratterizzare il Repas frugal. La miseria rappresentata dai due personaggi ritratti, va ben oltre alla semplice riproposta di una tranche de vie del momento. E ne è un segnale il primitivo titolo, l’Aveugle (Il cieco), riferito al personaggio maschile del foglio. Ciò costringe a pensare come questa coppia di diseredati sia solo l’aspetto esteriore di un contenuto più profondo che ha preso forma sulla carta, ben oltre le apparenze che velano risvolti più nascosti. Accompagna la mostra un catalogo (edizioni Galleria Bellinzona) con testi del curatore, di Marco Fragonara, Luigi e Michele Tavola, Giovanni Invernizzi, Flavio Arensi, Francesco Garrone, una conversazione tra Oreste Bellinzona e Christine Stauffer (Galerie Kornfeld, Berna) e una testimonianza di Yves Lebouc. “Le repas frugal di Pablo Picasso”. Milano, Galleria Bellinzona (via Volta 10). Dal 20 novembre 2009 al 15 gennaio 2010. Orari: dal martedì al sabato 16.00-19.30; giovedì fino alle 21.00. Ingresso libero. Catalogo: edizioni Galleria Bellinzona. Informazioni: Galleria Bellinzona, tel. 336.341038; www.galleriabellinzona.com; info@galleriabellinzona.com .